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Dilatare la vita: “L’esercizio del distacco”

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«Ecco quello che sentivo, l’assoluto piacere di dilatare la vita, di rallentare il futuro, come l’eccitante visione al rallenty di una pallottola che va a bersaglio e tu sai che provocherà una ferita.»

Dilatare la vita, rallentare il futuro, potrebbero sembrare due cose che stanno agli opposti; se li dilato, rendo più lunghi, infiniti, gli attimi che sto vivendo, se provo a tenere fermo tra le mani, a punta di sguardo, un momento (o addirittura giorni che mi paiono perfetti), io declino il tempo in un lungo presente perché solo quello esiste, in quel senso rallento il futuro, non gli apro la porta, non gli concedo l’agio di riguardarmi, almeno per un pezzo. Il tempo da fermare qual è se non quello dell’adolescenza? Il giorno prima che la vita adulta ci riguardi, quello è il futuro da rallentare, un futuro fatto di responsabilità e debolezze, di certezze, di noia, di inevitabili sconfitte o perdite.

Fare a meno dell’ipotesi del futuro è il fortino dei protagonisti di questo romanzo; è il primo punto segnato a favore del distacco. Una sorta di felicità ad ore, quello è il privilegio che ci concede la giovinezza, la scoperta del desiderio ma anche una certa sua assenza, si è felici anche quando il desiderio non si sa ancora bene che cosa sia. Qui la felicità è certificata da una quotidianità al di fuori dal tempo, chiusa tra le mura di un collegio, una scuola per ragazzi privilegiati a un chilometro dal confine sloveno, siamo forse a Trieste, scrivo “forse” perché potremmo essere ovunque, in qualunque città di confine, in qualunque secolo.

«Ero in vita da solo quindici anni, ma anche adesso mentre scrivo, mi dico che non ho mai vissuto tanto come allora.»

Con L’esercizio del distacco Mary Barbara Tolusso traccia le vite di tre ragazzi, Emma, David e la narratrice; è la storia di un’amicizia, di un’amore, del preludio al distacco. Nel collegio veniva insegnato l’esercizio del distacco, e da lì arriva il titolo perfetto, ma il distacco è anche una pratica sentimentale, la più diffusa. I tre amici passano le ore tra le lezioni riservate ai loro talenti (qui talenti vale anche per i denari); esercitano, imparando, il privilegio che arriva dal loro essere benestanti.

Loro tre e tutti gli altri ragazzi che incrociano arrivano da altri distacchi: padri molto ricchi sempre in viaggio, madri defunte, madri lontane. Tutti ricevono pochissime visite, ma non sembrano dolersene, così stanno le cose, lo sanno da sempre. E poi passano altre ore fatte di passeggiate, di sguardi, di turbamenti, di fughe, di abbracci (questa è Emma), di ambiguità (questo è David), di volontà di preservare e di curiosità per l’andare (questa è la narratrice). Si amano tutti e tre, ma in maniera diversa, eppure per tutti quasi controllata; la passione è come il confine, sta a un chilometro, e il confine è il futuro che ancora non li riguarda.

«Ci insegnavano che le regole aiutavano a soffrire di meno. Noi non eravamo più creature naturali»

Sarà la narratrice la prima a infrangere le regole, rubando una chiave, andando di notte oltre il confine, dove vedrà per la prima volta una maniera di stare somigliante alla vita, ma comunque in sospensione tra bordelli e anarchici, tra nebbia e dolcezza. Attraversare è essere sedotti, ma anche imparare a farlo.

Gli anni del collegio finiranno e la seconda parte del libro starà in un tempo più definito, tempo in cui il futuro è comparso ma non è detto che si sia realizzato. Se tra i tre protagonisti il legame è stato elettivo prima ancora che affettivo, nel futuro li legherà, li rintraccerà nella memoria, poco più che una fotografia, come succede a tutti. La poesia nel dopo perde il suo primeggiare, deve accontentarsi e trovare un modo di stare, di farsi capire.

Nel romanzo di Tolusso è l’assenza a dettare il modo di stare e quindi di vivere, è una storia a levare ma che molto lascia al lettore. In circa centosettanta pagine l’autrice triestina racconta un mondo che è perfetto perché retto da una prosa mai banale, precisa, evocativa e non fumosa; una prosa che tiene conto della misura della poesia, che è il mondo da cui Tolusso arriva e che non dimentica. Il suo è un modo di narrare che non si accontenta, però, di srotolare la metrica, ma di applicarne l’efficacia e il senso al passo della prosa.

«Ci avevano educati alla moderazione. Ma non abbastanza.»

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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