#DirettaSalone – Lunedì 14 maggio

Aspettando Alex – sala gialla – ore 18
di Daniele Manusia

La Sala Gialla (Padiglione 3) dove fuori programma è stato deciso di presentare il nuovo libro dell’ormai ex-capitano bianconero Del Piero (dal paradossale titolo: Giochiamo ancora, Mondadori), era piena già un’ora prima dell’inizio dell’evento. Quando arrivo io la porta è chiusa, ma intorno a me c’è ancora la speranza che lascino entrare qualcuno. Così la gente in fila tiene il libro sulla testa, o in mano sporgendosi sulle spalle di quelli davanti, con l’illusione che aver acquistato il libro possa influire su un eventuale criterio di selezione all’ingresso. È impossibile quantificare il numero di persone presenti. Una dozzina di metri quadri densissimi di adolescenti sudati e preadolescenti con le scarpe con le rotelle, adulti paonazzi e donne con la maglia della Juve firmata, cappellini rosa e marsupi in diagonale. Accenti piemontesi che, almeno a me, sembrano sardi.
Il malinteso dipende da un cartello affisso sulla porta gialla: “SOLO FIRMA LIBRO”. Un tipo magro e rosso di capelli, con le bretelle nere e la camicia bianca sposta prima le transenne (“Mia mamma voleva facessi l’avvocato”) e poi comunica che la sala è piena e molto probabilmente non potrà far entrare nessuno neanche dopo la presentazione. Neanche solo per farsi firmare il libro. Resta lì un po’, prova a a fare il simpatico : “Se volete restare per il piacere di restare bene, sennò l’evento sarà trasmesso in diretta su Sky e Mediaset e sui televisori lungo il corridoio”. Quindi accende un televisore di fianco a lui, l’inquadratura del palco vuoto e una gigantografia della copertina del libro. L’immagine di Del Piero sembra sottrarsi anche lì, arretrando nell’oscurità, piuttosto che uscendone fuori.

Dei carabinieri in assetto anti-sommossa (oggi è stato presentato un libro sul Tav, credo) appiccicano col nastro da pacchi un nuovo cartello: “SALA ESAURITA”. Ci sono due buttafuori davanti alla porta, un torinese col naso schiacciato e la sommità della testa piatta come un tavolino, e un romano con le Hogan e i capelli bianchi. Il tipo con le bretelle prova a spiegare alle persone che non ci può fare niente, che se la sala è piena significa che ci sono persone venute prima di loro (“E io cosa gli dico a quelle sei/settecento persone che si sono messe in fila all’una?”), poi si innervosisce, capisce che non c’è dialogo e se ne va col buttafuori torinese, lasciando solo il romano con le Hogan.

Seguono gli appunti che sono riuscito a prendere di una lunga conversazione tra il buttafuori romano e il pubblico che non ci sta a non vedere il proprio idolo da vicino e portarsi a casa la sua firma su un libro che prima o poi marcirà, ma sempre dopo di loro:

“Io sono cinque anni che faccio ‘sto mestiere. Vuoi con Carofiglio, vuoi con Saviano, vuoi con Del Piero, ci sono sempre problemi. E i problemi lo sai chi li crea? Il pubblico. Giustamente. Con Ligabue era pure peggio di così. Io mi sono fatto pure Umberto Eco.”

“Vabbé ma perché loro sì e noi no?”

(dalla cassa sotto al televisore arriva l’annuncio ripetuto, rivolto alla gente già dentro la sala, che chi non ha comprato il libro può farlo alla destra del palco)

“Perché avete fatto entrare gente senza libro?”
“In che senso, scusa? Allora pure agli altri eventi faccio entrare solo gente con il libro? Ti pare giusto? No.”
“Vabbé ma è logico. Io mi son comprata il biglietto della metro e il libro apposta per farmelo firmare da lui.”
“Ma chi t’ha detto di comprare il libro. Ti ha costretto qualcuno?”

(passa un altro annuncio rivolto a quelli in sala: “Dovete andare in fondo. In fondo. Del Piero ha già detto che se vede qualcuno che si vuole far firmare una maglietta o un pallone, si alza e se va. Firmerà solo il libro. E niente foto. Niente foto con lui”.)

“Qui subentra un problema di ordine pubblico. Sai cos’è la 6-6-2?
(il buttafuori in risposta a una richiesta che non ho sentito)

“Fate entrare almeno lei che è il suo compleanno!”

“È una truffa.”
“Signora non dica, scusi la parolaccia, cazzate.”

“Può anche fare due presentazioni, no? Perché non viene un po’ incontro alla gente?”

“Ne puoi far entrare uno solo?”, dice un uomo sulla quarantina in quinta fila, sorridendo. Quell’uno solo, ovviamente, sarebbe dovuto essere lui.

Quando la pressione si fa troppo forte il buttafuori dice: “No comment”. E se ne va anche lui. Dei ragazzi arrivati da poco pensano che Del Piero stia per uscire da un momento all’altro, e tengono il telefonino il più in alto possibile puntato sulla porta gialla. Qualcuno ogni tanto scatta una foto, alla porta gialla.

Si fanno le sei. Del Piero non è ancora arrivato. Una ragazza in prima fila, la più disperata di tutte, con degli orecchini coi colori della bandiera americana (ma con una forma astratta che non rappresenta nulla, forse una macchia d’inchiostro ma non avrebbe senso), dice alla porta: “E quella davanti a me è entrata pure senza libro!”. Tiene in mano, sospeso oltre le transenne il libro dalla parte della quarta di copertina: “Mi chiamo Alessandro Del Piero e gioco a calcio. Tutti i miei sogni di bambino si sono avverati. Non penso che a un uomo possa toccare una sorte migliore”.

Quando una professoressa viene a richiamare dei ragazzi dietro di me il cui pullman partiva alle sei, me ne vado anch’io. Perché va bene avere dei sogni, ma se a un certo punto non si sono avverati tanto vale andarsi a mangiare una rustichella all’Autogrill.

Giornalismo e nuove tecnologie – Un cambiamento radicale nel modo di comunicare – A cura dell’Accademia della Crusca – Sala Azzurra, ore 16.30

di Marta Ciccolari Micaldi

Non si poteva sperare in una maggiore profondità critica e in una così ricca esperienza sul campo per concludere il dibattito sui new media che ha animato, nelle sue forme più diverse, l’intera 25esima edizione del Salone del Libro. La Sala Azzurra ospita una tavola rotonda d’alto livello: moderate con eleganza da Ugo Cardinale (“il dotto” docente di Linguistica), si alternano le opinioni di Enzo Golino (“il saggio” dell’Espresso), Anna Masera (“la super social” de La Stampa), Giovanni Santambrogio (“l’economo” de Il Sole 24 ore), Giorgia Garberoglio (“la giovane” di Leggo) e Ilaria Bonomi (“la prof” dell’Accademia della Crusca). L’incontro si apre alla Columbia di New York, che, nelle parole di Cardinale, rappresenta la fucina critica più brillante a proposito di giornalismo e new media, in primis perché quest’anno il Premio Pulitzer compie 100 anni. La domanda che dalla Columbia arriva oggi a Torino è: che tipo di giornalismo sopravvivrà? Quello specializzato, digitalizzato e socializzato, spiega Cardinale, anche se non si risparmia di paragonare la sorti del giornalismo alla trama di un libro giallo. Il finale è ancora misterioso.

La parola passa poi agli ospiti, orchestrati a seconda del loro lavoro e delle loro conoscenze: Golino incanta con l’aneddotica e la saggezza del grande professionista in pensione (che però ancora scrive, e come!), il quale tuttavia sostiene a gran voce che le nuove tecnologie non sono il diavolo e che è necessario aver cura della “cucina giornalistica” come lo si faceva una volta, solo con strumenti diversi (il controllo delle fonti, ad esempio); la Masera interroga il giovane pubblico sull’uso di Facebook, lo stuzzica sollecitando alzate di mano e ponendo una domanda tanto materiale quanto urgente: “lo stipendio chi ce lo paga se volete l’informazione gratis?”; mentre la collega de La Stampa, dopo il suo intervento, si dedica ad interagire con i suoi follower Twitter dall’iPad direttamente dal tavolo dei relatori, Santambrogio si occupa proprio di analizzare l’aspetto economico dell’informazione citando Debenedetti : “il giornale cartaceo costerà di più e diventerà uno strumento di approfondimento per forgiare idee proprie!”; veloce e conciso l’intervento della Garberoglio che evidenzia una somiglianza diretta tra linguaggio del free press cartaceo e linguaggio dei new media: entrambi puntano alla brevità e sono nelle mani dei giovani: infine la Bonomi analizza l’aspetto linguistico del nuovo giornalismo, sostenendo come l’atteggiamento verso la parola scritta sia diventato più informale e meno timido, più creativo (è da qui che arrivano i neologismi, non più dalla letteratura) e meno lontano dal parlato.

Dal pubblico arriva una nota dolente: dov’è finito il correttore di bozze che ci eviterebbe di notare così tanti refusi nella stampa online? È stato mandato via, dice Golino, e il testo spesso passa dal pc del giornalista alla pagina web e i giornalisti dovrebbero fare più attenzione. È senz’altro vero, ma dopo quest’incontro così denso di idee ragionate, qualcosa alla categoria glielo possiamo ancora perdonare!

Nota in defensa de Fernando Arrabal

(pubblicata sul Corriere nazionale)

di Francesco Forlani

… autre arrabalesque: “Dis-moi, cher arbre, pourquoi toi qui as tant de branches accueilles-tu si bien le “desterrado” dans tes bras? (Dime, querido árbol ¿por qué tù, que tantas ramas tienes, acoges tan bien al desterrado entre tus brazos?)

Oggi, al Salone del Libro, volevo sentire Alessandra Terni leggere qualcosa. Leggere qualcosa che non fosse una pagina di un’opera condivisa. Alessandra è un’amica incredibile. Risponde presente ogni volta che c’è da fare letteratura. Così volevo sentirla leggere qualcosa che non conoscessi, qualcosa che gli era stato detto di leggere in tanto che reader ufficiale al Salone. Ecco perché sono andato all’incontro con Ricardo Menèndez Salmon, moderato dall’eccellente Saverio Simonelli. Appena sono arrivato ho ritrovato la mia amica Ornella e per la prima volta ho potuto incontrare Ernesto Ferrero al salone. Gli ho detto dell’Azione Atzeni, di cui avevamo parlato a una conferenza fatta insieme su Cendrars e Céline, e dei quattro incontri. Gli ho detto di di come fossero andate bene le cose, e non tanto inspiegabilmente, visto che c’era la passione di tutti in gioco. Ernesto Ferrero è stato davvero un amico dello scrittore sardo, e mi ha detto poche frasi a conferma del sentimento autentico che lo legava a lui.

Mi sono seduto. Mi sono seduto e abbandonato in una quinta fila mentre echeggiavano ancora le parole dette all’incontro di oggi con Quinta di Copertina, sull’abbonamento all’autore. Qualcuno di voi si starà certamente chiedendo dove voglia andare a parare questa nota. Bene. Ricapitoliamo. Salone del libro, l’amicizia, l’amore per la letteratura, lo scrittore che genera un’opera che trova, senza cercarlo veramente, un pubblico non all’altezza. Un pubblico che vuole dire, editori, scrittori, lettori, e quant’altro.

Così dopo che Alessandra aveva letto dei passaggi, e l’interprete tradotto, e il moderatore accomodato per i presenti in sala, il discorso si è allontanato sul finale dallo specifico del libro, appena pubblicato da Marcos y Marcos, per affrontare questioni più generali. La Spagna d’oggi, la Spagna di ieri, la crisi, la tristezza.

Così Ricardo Menèndez Salmon ci dice, a un certo punto, che la Spagna è oggi un paese triste. Lui ha l’aria allegra e in più d’uno ci prende un moto di non accettazione. Non siamo indignados, però. E allora davvero curioso di sapere cosa lo scrittore pensasse di una cosa che avevo scoperto al mattino, gli chiedo di sta cosa.

Sta cosa è che vagando per la piazza di Spagna così si chiama lo spazio dedicato a uno dei due paesi ospiti del salone, lungo la curvilinea libreria del grande stand, ho notato che mancava una voce. Nel grande dizionario della letteratura ti accorgi da subito se manca una voce come quando alle superiori nel fare una versione, prima ancora di aprire il dizionario bastava notare la pagina strappata di sguincio per prevedere che la parola in questione fosse proprio su quella. Per sicurezza ho chiesto a un addetto, ma gli addetti si sa che non dicono più di quanto non si veda, e un’altra persona, più responsabile mi ha confermato l’assenza. Tra tutte le voci mancava, e di certo non la sola, quella di Fernando Arrabal. Que pasa? Nada de nada, mi dice, di Arrabal. Pas d’Arrabal, come un passo di danza. Così chiedo allo scrittore spagnolo di cui Alessandra ha appena finito di leggere una pagina, cosa ne pensa di Fernando Arrabal. Lui fa una smorfia come di stizza, manco gli avessi chiesto dei mondiali di calcio di Spagna e poi testualmente dice:

“Fernando Arrabal non è uno scrittore spagnolo. Ha vissuto tutta la vita in Francia e si è imbevuto di quella cultura. Da noi si sa poco di lui, e l’immagine il fotogramma che galleggia da noi (qui vale la licenza poetica) rimasto impresso nell’immaginario collettivo degli spagnoli è di una trasmissione televisiva in cui era ubriaco”. Rimango senza parole. la ragazza con il microfono gelato di sala mi sorride, vorrebbe porgermelo per una replica ma le faccio segno di no. Tengo a mente ancor prima di averlo appreso, l’insegnamento di un mio carissimo amico torinese sul cosa fare in questi casi. Il suo papà gli diceva infatti che in casi come quelli perfino il silenzio si dimostrava insufficiente a stabilire un ordine nel disordine della mediocrità.

Certo ci stava un beau geste alla Michele Mari che schiaffeggiò un noto critico che aveva pisciato fuori dal vaso, o un pamphlet seduta stante sulla falsa riga di quello bellissimo di Pasquale Panella rivolto a Gianni Boncompagni. Gianni Boncompagni che poco dopo la morte di Lucio Battisti aveva detto: ” Dio li fa e poi li accoppa”. E Pasquale Panella, ultimo collaboratore ai testi di Battisti, gli aveva risposto :«Permettetemi di essere il teppista che sono (…) Vieni fuori, che facciamo un po’ di letteratura con le mani… Ballerinette cionche dei miei coglioni che non siete altro… State mettendo un popolo di spettatori sotto le spiritosaggini dei vostri livori». Una cosa così.

Invece rimanevo in silenzio basito, pensando a Fernando Arrabal, al panico, patafisico, straordinario autore di opere memorabili. Letterarie, di narrativa e poesia, teatrali, cinematografiche, Su wikipedia è scritto:

” l’unico ad aver collaborato con tutte quelle che sono le tre icone dell’arte contemporanea: André Breton per il Surrealismo; Tristan Tzara per il Dadaismo e Andy Warhol per la Pop art.

“L’opera completa del suo teatro, edita nelle principali lingue, è stata pubblicata in due volumi di più di duemila pagine nella collezione Clásicos Castellanos (Classici Spagnoli) della casa editrice Espasa nel 1997 e aggiornata nel 2009.”

“Ancora vigente la dittatura franchista, nel 1967 Arrabal fu portato in giudizio e condannato alla detenzione, nonostante le proteste e le dimostrazioni di solidarietà della maggior parte degli scrittori dell’epoca, da François Mauriac a Arthur Miller, a cui si aggiunse l’esortazione del drammaturgo irlandese Samuel Beckett, che dichiarò: «Se una colpa c’è, che venga giudicata alla luce del grande merito di ieri e della grande promessa di domani e venga quindi perdonata».

Voce che si conclude così:

La morte del Generale Franco ha finalmente permesso di riconoscere l’importanza dell’opera di Arrabal anche nel suo Paese natale. Alcune pièce hanno goduto di un’accoglienza costante negli anni, come per esempio Carta de amor con María Jesús Valdés portata in scena nel Teatro Nacional”

Io di Fernando ho un’opera dedicata, La pierre de la folie” e quando vado a Parigi mi capita di andare da lui ad incontrare altri spiriti liberi. Ho pubblicato e in alcuni casi tradotto alcune cose sue per nazione Indiana, la rivista Sud, e recentemente insieme a Riccardo De Gennaro un suo omaggio a Jarry su “Il reportage”.

Il tipo, sì lo scrittore ha detto che Fernando Arrabal non è uno scrittore spagnolo.

E così, di getto, facendomi prestare una penna da Ornella e il foglio da Alessandra ho scritto questo:

TAMBIEN (por Fernando Arrabal)

Beckett non è Irlandese

Nabokov non è Russo

Ionesco non è Rumeno

e Cioran tambien

Kristof non è Ungherese

Savinio non è Italiano

Kafka non è Ceco

e Kundera tambien

Picasso non è Spagnolo

e Buñuel tambien

ma poi chi cazzo è

dice il mio amico Enrico

Ricardo Menéndez Salmón

di lui sappiamo solo che è spagnolo

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