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“(Dis)amore”, il disco letterario dei Perturbazione

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Se la numerologia mal si abbina ad una recensione musicale, nel caso del nuovo album dei Perturbazione sottolinearne le dimensioni con alcune cifre – 23 canzoni, 70 minuti di durata – è necessario per inquadrarlo per il disco nient’affatto in linea con i tempi che è, fuori misura e fuori mercato proprio in virtù del suo essere un lungo concept. In un’epoca caratterizzata da un sempre più grave deficit d’attenzione, nella quale ciò che l’ascoltatore medio riesce a concedere raramente supera la durata di un singolo brano e il formato album ha ormai tristemente abdicato a vantaggio di qualsivoglia playlist, i Perturbazione rischiano di apparire anacronistici. Concept-album è un’etichetta caduta in disuso che nelle nuove generazioni può scatenare al massimo una reazione di spavento.

Ma Tommaso Cerasuolo (voce), Rossano Lo Mele (batteria), Cristiano Lo Mele (chitarra, tastiere) e Alex Baracco (basso) non hanno mai dato l’impressione di essere musicisti dediti a calcoli. Anche quando hanno sfornato un singolo più easy, anche quando si sono presentati sul palco di Sanremo, l’hanno fatto con la tipica postura degli outsider. In questo senso, (Dis)amore è, molto semplicemente, l’album che avevano bisogno di fare in questa fase del loro percorso artistico. Musicalmente diretto, controllato e senza fronzoli, si giova di un lavoro di sottrazione in fase di arrangiamento che regala una piacevole sensazione di musica suonata live, lontana dal confezionamento iperprodotto di tanto it-pop (a proposito, mai nessuno che ricordi la band piemontese come precorritrice di alcune delle direzioni percorse e poi ‘dirottate’ dai paladini del pop nostrano di oggi?).

I Perturbazione hanno sempre sondato l’universo amoroso con la loro musica e l’hanno fatto con invidiabile delicatezza poetica – Agosto, I complicati pretesti del cuore, A luce spenta, Giugno dov’eri?sono brani in cui il (dis)amore è stato dipinto in modo limpido e senza tacerne bassezze e meschinità.

Da quando hanno iniziato a cantare in italiano, hanno dato forma ad un proprio canone e l’intera discografia può essere letta come una macronarrazione sull’amore e il suo contrario. Con (Dis)amore continuano dunque a fare quello che sanno fare meglio, con un punto di vista più adulto, anche se Tommaso Cerasuolo non è convinto. “Non sento noi stessi più maturi, nel senso di sereni e in un qualche modo appagati dal tempo. Anzi, se possibile, siamo più logorati, più rancorosi, più inariditi, temo”, ci dice. “Però il tempo ci ha permesso di avere la capacità di non scrivere tutto riferendoci solo a noi stessi, alle esperienze autobiografiche. Con Rossano scriviamo utilizzando fonti d’ispirazione molto eterogenee, racconti di amici, articoli di giornale, letteratura, cinema, frasi carpite viaggiando o al bancone di un bar… Ecco, peschiamo da tutto questo e dalle nostre vite, e la cosa bella delle canzoni rimane che in qualche modo puoi immaginare un mondo leggermente diverso dal tuo, distorcerlo un po’ per renderlo più scintillante, più romantico o più spietato, a seconda di come uno si possa sentire in quel momento”.

Stavolta hanno deciso di affidarsi ad una struttura letteraria, romanzesca, per raccontare una storia. Si sentono chiaramente i rimandi al Buzzati de Le notti difficili e, soprattutto, di Un amore e alle ambientazioni interno borghesi di Starnone e dell’ultimo Missiroli: (Dis)amore sarebbe l’ideale colonna sonora per il suo Fedeltà.

L’ispirazione letteraria, in (Dis)amore, è ovunque. Il disco, probabilmente, non sarebbe nato se non fosse stato per Natalia Ginzburg. “Alla fine del 2016 il Teatro Stabile di Torino ci chiese di musicare la messinscena di alcune opere teatrali della Ginzburg riunite assieme: Ti ho sposato per allegria, Dialogo, La segretaria, per la regia di Leonardo Lidi”, racconta Rossano Lo Mele. “Questi testi hanno dato un tono alle cose che abbiamo scritto. Appena finito di comporre le prime canzoni ci siamo accorti che il disamore era il tema dominante. Solo in una seconda fase sono divenute il nucleo su cui poggia tutto il concept del disco e che abbiamo ampliato scrivendo tutto il resto. I testi teatrali della Ginzburg sono durissimi. Spesso rubano una risata, ma si tratta di dialoghi dentro interni domestici fra due persone in una coppia di rarissima lucidità, spietatezza, calore ma anche rassegnazione”. La band ha dato seguito all’ispirazione iniziale, usandone la potenza per assecondare la necessità narrativa del proprio romanzo musicale (“canto per colmare/una necessità”, Le assenze).
“Ognuno di noi ha una storia d’amore da raccontare”, sostiene Julian Barnes, “ce n’è una sola che conta, una sola da raccontare, alla fine”, e questa è la storia dei Perturbazione. Dal primo incontro all’esplodere della passione, dal momento in cui ci si fa del male all’addio, è una storia a tutto tondo, con il Giorgio Fontana di Un solo paradiso che si legge in filigrana ne Le spalle nell’abbraccio, l’Edoardo Albinati di Adulterio ne Le sigarette dopo il sesso, il Richard Ford di Tra loro ne Le assenze, per non parlare del Gabriele Romagnoli di Senza fine. Le meraviglie dell’ultimo amore che riecheggia con le sue atmosfere in più momenti dell’album, specie quando viene rappresentata la facilità con cui l’uomo accoglie l’amore nella propria vita e, al contrario, le difficoltà con cui accetta l’irruzione del disamore.

Le canzoni non si limitano a passarsi il testimone della narrazione, sembrano stringersi in un abbraccio, con una tenerezza che l’impianto chitarra-basso-batteria rende essenziale, pura, senza gli edulcoranti artificiali del pop. Brano dopo brano si susseguono immagini in cui predominano luci tremolanti, librerie alte fino al soffitto, un album fotografico a cui togliere la polvere, un vecchio disco che suona per chi non sa dimenticare.

Sulle strette connessioni tra musica e memoria è stato scritto tanto ma forse cantato poco. I Perturbazione hanno sempre fatto eccezione, essendosi mossi sin dagli esordi su quella linea immaginaria che tiene infilati i ricordi dentro gli spartiti di una canzone. (Dis)amore gioca con la memoria (amorosa) dalla sigla ai titoli di coda, svelando tutti i dolori, le ossessioni e i capogiri nascosti nell’esercizio di voltarsi indietro, utilizzando la confidenza con il registro malinconico, affidandosi ad un arredamento musicale che lascia trapelare l’antica passione per gli Smiths (Mostrami una donna) o in cui sembra di sentire i primi Tindersticks impegnati in una cover di Luigi Tenco (Silenzio) e i Procol Harum flirtare con Fossati (Mi domando se eravamo noi).

È un disco di passi felpati e sussurri, di debolezze e lacrime ma anche di improvvise risate; un disco ricco di autoanalisi generazionale, di rilettura del proprio vissuto amoroso, con l’insicurezza di aver scelto bene le occasioni da cogliere e quelle da sprecare ma con la certezza di aver deciso sempre di abbandonarsi a ciò che è vero. Perché la musica, quella buona, come l’amore, quello vero, ha bisogno di “qualcosa che si arrende”.

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
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