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I discorsi di Paolo Nori

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(Foto di Manuela Bersotti)

«… a un certo momento a me mi è sembrato che la mia vita fosse quasi tutta quella roba lì, fare delle cose che non son capace di fare, parlare di argomenti dei quali non so niente, raccontare il niente che so, o che non so, chissà come si dice, e anche quest’anno, quando mi han chiesto di venire ad Auschwitz a parlare […], se fosse successo cinque anni fa io gli avrei risposto “Chiamate magari un altro, che io non ne so niente […]”, invece quando mi hanno chiamato quest’anno gli ho detto di sì».

Lo ha scritto e pronunciato Paolo Nori nel secondo dei tre discorsi riuniti in Si sente?, il suo nuovo libro, che Marcos y Marcos fa uscire domani nelle librerie. Il passaggio prosegue così: «… non si parla di Auschwitz […], si parla di vendetta, non so niente neanche di Auschwitz, ma di vendetta ne so un po’ meno riesco a parlarne meglio». Eppure, in questo libro si parla proprio di Auschwitz, e in modo più utile ed efficace e intelligente che in tanti altri libri e discorsi. Quello che volevo dire però, per iniziare, è un’altra cosa, è che lo scrivere, così legato al parlare, così legato al pensare (presumo) di Paolo Nori riceve una verità generale da quel passaggio, che è un passaggio chiaramente socratico. Mi pare. Poi provo a spiegare in che senso. Prima, però, le presentazioni.

Si tratta di tre discorsi pronunciati a Cracovia tra il 2009 e il 2013 nell’ambito della manifestazione «Un treno per Auschwitz», che ogni anno la Fondazione Fossoli organizza e che consiste in un viaggio da Carpi ad Auschwitz di alcune centinaia di studenti delle scuole superiori della provincia di Modena con un gruppo di storici, musicisti, registi, scrittori e testimoni.

Il primo discorso è dedicato alla razza, si intitola «Esattamente il contrario». Il secondo alla vendetta, appunto; si intitola «Noi la farem vendetta?» e si conclude riproducendo un altro discorso ancora, pronunciato il 7 luglio del 2010 a Reggio Emilia e dedicato ai fatti di piazza dei Teatri del 7 luglio 1960 (a quei fatti, Nori, nel 2006 ha dedicato un romanzo il cui titolo è «Noi la farem vendetta», senza punto di domanda). Il terzo discorso è dedicato a Birkenau, ma non parla solo di Birkenau. Parla anche dello straniamento come tecnica di comprensione, e di come far «funzionare quella macchina dello stupore che avete, tutti, dentro la pancia», e del diritto dei bambini (ma anche degli adulti) di piangere, e di tante altre cose. Vale pure per gli altri due discorsi. Ho provato a fare un elenco delle tante – altre – cose di cui parla nella sua interezza questo libro, denso di corrispondenze interne e con l’intera opera dell’autore, un libro che è solo formalmente un’antologia e gode di un’organicità sorprendente. Alcune di quelle cose sono: la difficoltà di iniziare qualcosa, il piacere di far qualcosa che si è scelto, il non saper perché si fa quel che si è scelto di fare, il perché si scrive, i formalisti russi, la difficoltà di memorizzare i nomi dei personaggi nei romanzi russi, il piacere di prendere un interregionale, l’innamorarsi su un treno, magari un interregionale (ma di interregionali non ce ne sono più), il rischio di trasformarsi in vanghe, la storia che può raccontare un bottone, la recita del pensare.

Non è una notazione particolarmente intelligente né una novità che intorno all’argomento dichiarato di un’opera, sia un saggio un romanzo o un discorso, si sviluppi una molteplicità di altri argomenti. Quegli argomenti possono essere direttamente funzionali al tema (in questo caso i cinque operai ammazzati dalla polizia il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia, come i perseguitati dal nazionalsocialismo, sono vittime della violenza di Stato) o rimandare a quello indirettamente, essere digressioni o pure divagazioni.

La prosa di Nori ha in sé una natura divagatoria, la ha nel suo stile, nella sua lingua, «una lingua concreta» ha detto lui in un’intervista alla Rai, influenzata da quella degli scrittori (Celati, Cornia, Benati ecc.) di Il semplice, rivista modenese uscita tra 1995 e 1997, che era una lingua «anche macchiata da quei regionalismi che io [allora] cercavo di nascondere, perché credevo fossero il segno di una scarsa cultura, […] la lingua che io sentivo intorno a casa mia, nei bar, nelle strade […] che prima non poteva entrare nei libri, che erano i libri di chi aveva studiato».

Lo stile di Nori, come lo stile di un qualsiasi altro scrittore, non coinvolge il lettore soltanto sul piano estetico. Lo stile di uno scrittore, ed è la cosa più interessante, rivela la sua visione del mondo, il suo modo di leggere gli eventi, già tutta una teoria della conoscenza. Quando Nori nel terzo discorso di questo libro (ma già, ad esempio, in Grandi ustionati) parla dello straniamento, citando Viktor Šklovksij, come di quello stile, quella «attenzione», quella capacità «da deficienti» di vedere sempre le cose come se le si vedesse per la prima volta, parla anche di sé, della sua postura, la quale si riflette in una prosa che è un po’ un campo dove si svolge un esercizio filosofico, una pratica di apertura non giudicante nei confronti dei fenomeni, un esercizio di vita svolto a partire da una epoché.

E cosa accade quando una prosa del genere prova a raccontare la Shoah? Quando prova cioè a raccontare un evento che di norma sguscia via dalle parole? Nori riesce a descrivere quell’evento – a questa prova invita la poesia di Anna Achmatova in esergo – e a reinserirlo nel mondo. Lo fa divagando, con un moto centripeto dove tutto, ogni divagazione, torna sul tema, ma insieme racconta già, in qualche modo, come una monade, tutto intero e tutto da capo il tema, risuonando insieme al tema, a partire da una situazione che apparentemente non lo riguarda per nulla. L’esempio più efficace è il racconto di Annalisa, una redattrice della Feltrinelli con cui Nori ha lavorato a diversi libri, morta per un tumore alla bocca: «Era come se, con l’accanirsi della malattia, si accanisse anche lei, sempre di più, nella sua resistenza, e mi aveva fatto venire in mente […] quando nella Leningrado assediata dai nazisti c’era stata, il 5 marzo del 1942, la prima della settima sinfonia di Šostakovič. Come per dire: “Voi ci assediate? Voi pensate di ridurci alla fame? E noi ci mettiamo i nostri vestiti migliori, e andiamo nel nostro migliore teatro a sentire eseguire dai nostri migliori musicisti l’ultima sinfonia del nostro migliore compositore”».

C’è una frase, verso la conclusione del libro, decisiva: «secondo me il valore di questo viaggio è che ci son settecento persone che quando tornano in Italia hanno più strumenti per capire quel che succede in Italia adesso». Nori non invita gli studenti, e i lettori, a dirottare la comprensione di quell’evento in una memoria da archiviare, dunque sterile; l’invito è a fruire di quella comprensione, ad abbandonare la paura di affrontare l’orrore arrivando persino a “sporcare la materia” se necessario, a contaminarla, a permettere che diventi insegnamento e azione qui e ora, a trasformare il timore reverenziale per l’evento-Shoah, nei confronti del quale si reagisce spesso voltandosi dall’altra parte, in rispetto, il rispetto che deriva dalla conoscenza, a rifuggire dunque da una morale inerziale e a diffidare dai buoni sentimenti senza consapevolezza, a imboccare, infine, quell’«unica via d’uscita, l’unica strada che si può percorrere, […] preclusa dalla nostra educazione. Perché, nonostante sia chiaro, da qualsiasi analisi storica, […] che il male derivato dall’obbedienza all’autorità è stato molto superiore rispetto a quello derivato dalla disobbedienza all’autorità, diffidare dell’autorità, ribellarsi all’autorità è esattamente il contrario di quel che ci insegnano fin da quando siam piccoli».

Andrea Cirolla è nato a Bergamo nel 1983. Vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Lavora nell’editoria e scrive. Suoi articoli e interviste sono usciti su giornali e riviste, tra cui Corriere della Sera, la Lettura, pagina99 e Nuovi Argomenti.
Commenti
5 Commenti a “I discorsi di Paolo Nori”
  1. Nunzio Festa scrive:

    leggere, rileggere

    b!

    Nunzio Festa

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  1. […] presentazione del Nori ne hanno parlato anche qui, con qualche parola in più delle mie, però noi si era a Bologna e non a Milano, quindi magari è […]

  2. […] presentazione del Nori ne hanno parlato anche qui, con qualche parola in più delle mie, però noi si era a Bologna e non a Milano, quindi magari è […]



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