template_metodo

Discorsi sul metodo – I: Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín

template_metodo

In questa prima parte, le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín. Nella prossima, quelle di Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer.

* * *

Michael Cunningham è nato a Cincinnati nel 1952. Il suo ultimo libro edito in Italia è Al limite della notte (Bompiani 2010).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non mi confronto con quanto scrivo ma con quante ore faccio. Scrivo minimo quattro ore al giorno e massimo sei; la quantità di pagine prodotte varia a seconda dei periodi. Capita che ci siano giorni molto improduttivi in termini di pagine scritte e non è mai bello, ma non voglio forzarmi a scrivere cose che non voglio. Dopo sei ore stacco anche se ho prodotto pochissimo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo sempre e solo la mattina, devo passare dal sonno e dai sogni alla scrittura, immediatamente, mantenere il mio mondo mentale e le mie credenze più profonde e trasferirli in un mondo inventato. La mia scrittura sta tutta lì, se mi faccio troppe ore nel mondo reale e poi scrivo, mi ritrovo corrotto, a volte pure offensivo: devo necessariamente stare nel mio mondo di fantasia.
Scrivo sempre nel mio studio a New York, è un posticino che mi sono preso, a venti minuti dal mio appartamento: ogni mattina vado lì a timbrare il cartellino e mi sento come uno che ha un vero lavoro.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

In genere parto con una singola idea, una scena, e poi la seguo, cerco di capire dove vuole andare e obbligo i personaggi a condurla. In effetti per me i personaggi sono come impiegati, il cui mestiere è portare in fondo la storia. Quindi lavoro molto su di loro e poi lascio che la storia proceda.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Tantissime riscritture, magari non nell’ordine delle centinaia, ma sicuramente delle svariate decine. Visto che invento via via che vado avanti, mi trovo sempre a dover riscrivere intere parti, ogni volta che un personaggio o una linea narrativa prendono un’altra forma. All’inizio è tutto un casino, poi via via che questa o quella cosa si coagula, porta con sé modifiche da fare anche su quanto è scritto in precedenza; allora torno indietro e riscrivo. Nonostante decida molte cose in corso d’opera, ogni tot pagine devo sentire che sto ottenendo risultati almeno decenti prima di poter andare avanti, quindi ogni tanto mi fermo, edito in modo profondo un blocco di cento o duecento pagine, rimetto tutto a posto e poi riparto con le cose nuove; se non lo facessi avrei la sensazione di costruire una baracca tutta storta.

Scrivi più libri in contemporanea?

Scrivo solo un libro alla volta. Mi piacerebbe fare diversamente, ma non ci riesco.

Carta o computer?

Sempre e solo computer. È essenziale per me scrivere sul computer, finché esistono solo su schermo, le storie e i personaggi sono come sogni che ancora non si sono solidificati. Se vanno su carta per me è come se diventassero più veri, non potrei mai fare bozze su carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Quando comincio a scrivere metto della musica per muovere l’aria dello studio, altrimenti è ferma e non mi ispira. Ma appena attacco a lavorare la spengo. Poi ho questo muro, di fronte al mio computer (la finestra sta sul lato): a ogni romanzo che scrivo ci appiccico foto, appunti, oggetti… Cose che mi causano associazioni mentali, anche abbastanza distanti. In questo momento per esempio ci sono un uccello imbalsamato su un ramo, un disegnino fatto da un mio amico e delle piume colorate.

Come hai esordito?

È stato difficilissimo, ci sono voluti anni, mi rifutavano tutto, romanzi, racconti, ci voleva una vita a ricevere una risposta e poi era sempre negativa. Poi finalmente mi accettarono un capitolo di un romanzo come racconto per il New Yorker e da lì è cominiciato tutto.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non è cambiato molto, da sempre faccio le mie ore ogni mattino, sono disciplinato di natura e non ho problemi a trovare il tempo. Vengo da una famiglia interamente composta da gente molto disciplinata.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Madame Bovary e poi ancora Madame Bovary. E tutto Denis Johnson.

“Esisti” online?

Non molto, sono su Facebook ma è una pagina gestita da altri, preferisco non guardare me stesso attraverso questi filtri – perché poi è quello che accade sempre, sono sempre rappresentazioni di te –, credo sia meglio per la mia sanità mentale.

* * *

 
Etgar Keret
è nato a Ramat Gan nel 1967. Il suo ultimo libro edito in Italia è All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli 2012).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non scrivo tutti i giorni. A volte posso non scrivere anche per due mesi consecutivi. Quando scrivo, però, faccio circa dieci ore al giorno, senza stare dietro al numero di battute, anche perché se ragionassi in termini di quantità sarei sempre depresso, essendo tutto il mio lavoro composto di testi brevi o brevissimi.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Per tutta la vita ho scritto di notte, dal dopocena alle cinque di mattina, ma da quando è nata mia figlia, sette anni fa, lei ogni mattina si alza e mi sveglia – non sveglia sua madre, sveglia solo me – e se sei andato a letto da un paio d’ore è una cosa terribile, così ho dovuto cambiare metodo e cominciare a scrivere di pomeriggio.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivendo quasi esclusivamente racconti brevi devo sapere esattamente come va la storia. La penso prima per intero, magari faccio qualche schema, dopodiché la scrivo di getto.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Faccio moltissime riscritture. Spesso scrivo una storia e poi la butto e la riscrivo per intero finché non trovo il passo e il tono giusto.

Scrivi più libri in contemporanea?

Lavoro a tantissimi racconti in parallelo, che tendono a finire in libri diversi. È fondamentale per me fare così, perché se mi pianto su una cosa mi butto subito su un’altra e non smetto di scrivere.

Carta o computer?

Computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Posso scrivere ovunque, l’importante è che non ci sia nessuno in giro. Quando scrivo parlo da solo quindi non ci deve essere nessuno o vado in imbarazzo.

Come hai esordito?

È una storia strana, e fortunata: non ho mai proposto in giro i miei testi per farne un libro, furono altri a chiedermelo. Il libro ebbe buone recensioni ma vendette pochissimo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Scrivo molto meno. Sono molto più duro con me stesso quindi sottoproduco; prima scrivevo e via, ora mi chiedo sempre di più se quello che sto scrivendo sia buono, originale, sensato, e questo mi rallenta. Vorrei smettere di pormi questi problemi ma temo sia impossibile.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Lo scrittore che mi fece credere nella scrittura fu Kafka. La tradizione letteraria israeliana presenta sempre gli scrittori come profeti o insegnanti; Kafka invece mi mostrò che si può scrivere da una posizione di debolezza.

“Esisti” online?

Sono molto molto attivo su Facebook e ho un sito, anche se è un po’ morto. A volte pubblico contenuti originali online, ma sono sempre cose che normalmente non metterei in un libro, non proprio scarti ma comunque cose che possono interessare solo chi ti segue già molto.

* * *

Jeannette Winterson è nata a Manchester nel 1959. Il suo ultimo libro edito in Italia è Perché essere felice quando puoi essere normale? (Mondadori 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non c’è una media. A volte non scrivo niente, altre non mi stacco dal tavolo neanche per dormire. Quando faccio giornalismo sono rigorosa, rispetto i tempi e le consegne e vado avanti regolare col pezzo, ma per i romanzi divento più caotica, alterno giorni di appunti a caso ad altri in cui sto al computer anche dodici ore di fila.
Non ho limiti minimi o massimi di testo da scrivere, scrivo, butto via, a volte faccio tantissime pagine e poi le butto via o le metto da parte, se vieni nel mio studio vedrai pagine in giro ovunque, questo avviene perché non scrivo in sequenza, scrivo pagine sparse e solo dopo metto tutto insieme e trovo un ordine, dunque non avrebbe troppo senso darmi limiti.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo in uno studio che è di fatto una casupola a qualche decina di metri dalla mia casa, la quale è in mezzo al bosco. Fino a qualche anno fa scrivevo tutta la notte, ora invece tendo a svegliarmi presto, alzarmi e lavorare subito, poi mangiare, dormire un po’, e al pomeriggio e alla sera stare dietro alle mail e a tutto il resto.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Nello studio ho una lavagna enorme, ci faccio diagrammi e schemi, a volte scrivo frasi o parole che mi ispirano, ma è più un sistema di evocazione e guida che una vera preproduzione – se domani morissi e un tizio guardasse quella lavagna non ci capirebbe niente, sono come frammenti di un linguaggio dei segni che è completamente privato.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Cambia molto da libro a libro, a volte nessuna, a volte centinaia. Se mi sembra che un testo funzioni lo lascio stare finché non arrivo in fondo, e magari va pure bene da subito. Altre volte è da rifare completamente, o da ricomporre, o da rileggere un paio di volte. Non c’è un metodo vero e proprio con cui stabilisco il livello di intervento necessario, è più una questione di intuizione. Dopo ventisette anni che scrivo dovrei saperlo spiegare ma non è così semplice, è una cosa che si “sente” e basta.

Scrivi più libri in contemporanea?

No, anche se lavoro in modo sparso e non cronologico faccio sempre e solo un libro per volta.

Carta o computer?

Uso entrambi e in modo caotico; a volte, se ho bisogno di vedere un testo in modo più “fisico”, uso anche una macchina da scrivere.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Vivo in Inghilterra e fa freddo. Quando comincio a scrivere accendo la stufa a legna. La accendo anche in estate. Poi mentre scrivo parlo ad alta voce. Dico anche cose che non c’entrano niente con quello che scrivo. E alla fine della giornata leggo ad alta voce quello che ho scritto. Credo che questo spieghi anche perché mi isolo per scrivere.

Come hai esordito?

È stato facilissimo, vendetti subito il romanzo e a partire solo da qualche pagina – a quei tempi poteva succedere.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non è cambiato, è sempre sparso. Non cambia neanche a seconda di cosa scrivo: se è fiction, che siano romanzi o sceneggiature o racconti, è sempre il solito casino. Scrivo pagine sparse, pagine del finale, pagine dell’inizio, pagine centrali, e poi rimetto tutto in ordine.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

La Bibbia.

“Esisti” online?

Sono su Twitter. Ho anche un sito dove pubblico contenuti, ma solo cose già uscite altrove, con l’eccezione del Natale: ogni Natale scrivo una nuova storia di Natale e la pubblico sul sito.

* * *

Colm Tóibín è nato a Enniscorthy nel 1955. Il suo ultimo libro edito in Italia è La famiglia vuota (Bompiani 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

A volte non lavoro. Insegno, viaggio, organizzo eventi. Poi ogni tanto mi metto sotto e scrivo. Quando lo faccio, faccio solo quello, lavoro tutto il giorno, mai e poi mai meno di dodici ore. Lavoro durissimo, soffro come un cane, finisco il libro e poi per un altro periodo, anche lungo, non scrivo niente. A livello di battute, non saprei. Quando non scrivo, sempre zero, non sono tipo da appunti. Quando scrivo, invece, davvero tantissime, pacchi di pagine ogni giorno.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho una casa sui Pirenei. Quando decido che scriverò, vado lì per un po’ e scrivo tutto il giorno, tutti i giorni.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Si può dire che faccia molta preproduzione, ma non posso provarlo dato che è solo mentale, è un lavoro mentale che prende diverse settimane, a volte anche mesi, prima di cominciare un libro.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Dato che quando scrivo vivo sempre la cosa come un’emergenza, tendo a cercare di fare subito il massimo anche a livello qualitativo, come se fosse l’ultima possibilità per farlo. Poi però mi trovo sempre a riscrivere, taglio e aggiungo moltissimo. Lo schema base è questo: scrivo sulla pagina destra di un quaderno. Quando il quaderno è finito, riscrivo tutto completamente sulla sinistra, facendo cambi anche radicali. Poi lo batto al computer e lì cambio di nuovo tutto. Dalla quarta versione passo a un editing più leggero, tutto su file, che comunque si protrae per una dozzina di riletture.

Scrivi più libri in contemporanea?

Spesso scrivo degli “inizi di qualcosa”, a volte anche lunghetti, e li mollo lì, salvo poi riprenderli – a volte anche dopo diversi anni. Quindi, sì, in qualunque momento ho molti libri “aperti”.

Carta o computer?

Carta e penna per le prime due versioni, computer dalla terza in poi.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

L’alcol aiuta moltissimo. A volte anche la musica. Per il resto non ho rituali particolari a parte le condizioni di totale isolamento da qualunque altra faccenda che mi impongo quando decido di mettermi al lavoro su un libro.

Come hai esordito?

Il mio primo romanzo non fu facile da pubblicare, gli ci vollero due anni e due mesi per trovare un editore, ma poteva andar peggio, poteva non trovarne.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Ogni libro è una specie di emergenza, se non ti metti in testa che lo devi finire disperatamente non lo finisci mai, ti ritrovi a trascinarlo. È sempre più così. Sempre più devo dirmi “ok, devi farlo”, come se fosse qualcosa di terribile che mi devo togliere di dosso, e sempre più mi forzo a finirlo prima possibile.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Fiesta di Hemingway. Ritratto di signora di Henry James. Sta tutto lì.

“Esisti” online?

Ho un sito, ma non metto mai testi lì, tengo tutto per i libri.

 

[I – continua]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Commenti
8 Commenti a “Discorsi sul metodo – I: Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín”
  1. “mi rifiutavano tutto, romanzi, racconti, ci voleva una vita a ricevere una risposta e poi era sempre negativa.” Michael Cunningham. “Il mio primo romanzo non fu facile da pubblicare, gli ci vollero due anni e due mesi per trovare un editore, ma poteva andar peggio, poteva non trovarne” Colm Tóibín. Oddio! Anche a me manca ancora un passaggio. Sensazione di déjà vu.

  2. Sebastiano scrive:

    m.c.m. : solitudine

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] e Toibin (@libribompiani), Jeannette Winterson (@mondadori), Etgar Keret (@feltrinellied) minimaetmoralia.it/wp/discorsi-su… […]

  2. […] e Toibin (@libribompiani), Jeannette Winterson (@mondadori), Etgar Keret (@feltrinellied) minimaetmoralia.it/wp/discorsi-su… […]

  3. […] del premio Von Rezzori Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer. Qui la prima parte, con le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm […]

  4. […] (a Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín, Vásquez, Egan, McGrath e Greer) possono essere lette qui e […]

  5. […] [qui l’intervista a Etgar Keret sul suo metodo di scrittura] […]



Aggiungi un commento