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Discorsi sul metodo – 13: Guadalupe Nettel

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Guadalupe Nettel è nata a Città del Messico nel 1973. Il suo ultimo libro edito in Italia è Il corpo in cui sono nata (Einaudi 2014)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un minimo fisso, quello che mi aspetto in termini quantitativi dipende dal periodo. Se sto scrivendo un romanzo, e specialmente se sono nella parte finale, lavoro dalle sette della mattina alle undici della sera, tutto il giorno, con pause minuscole. È un impulso che scatta in un determinato momento dei lavori, prima non mi impongo regole od orari, faccio una manovra di avvicinamento e poi parto seriamente. Ora che sono mamma ho meno tempo e utilizzo gli orari scolastici per sfruttare al massimo i momenti in cui i bambini sono a scuola. A volte li porto là e per non perdere tempo a tornare a casa mi piazzo nel caffè della scuola e rimango lì a scrivere.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Sì, faccio molti schemi, soprattutto per i romanzi, meno per i racconti. Devo avere una struttura, un piano, che mi diriga. Però è importante notare che tali schemi cambiano e vengono rinnovati via via che il processo di scrittura va avanti. Quando finisco un romanzo, non segue più minimamente la struttura iniziale.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Come scrittrice ho a ogni effetto due personalità, che si innestano tra loro in determinati momenti e alimentano il mio lavoro: la prima bozza è selvaggia, deve avere avere una forma naturale ed essere scritta di getto seguendo le prime idee strutturali che ho avuto, e soprattutto deve essere scritta nella totale assenza di un ‘giudice dello stile’ interno che intervenga, che dica cose come ‘riscrivi questa frase, è orribile’. Nella fase iniziale mi interessano solo la storia, le scene, il contenuto – non lo stile. Anche se mentre vado avanti rileggo, e magari cambio pure lo schema del romanzo, a livello stilistico non intervengo neanche in rilettura. Neanche alla rilettura della bozza completa. A quel punto cambio solo i fatti, o gli elementi tematici o strutturali. Così, dopo tale lavoro, arrivo alla seconda bozza. A quel punto, sì, quando giungo a rileggere la seconda attivo il Torquemada interiore. Comincio con tantissimi tagli, cercando anzitutto semplicità e trasparenza, poi passo a correggere e migliorare lo stile. Questa è anche la fase in cui comincio a lavorare pensando al lettore – prima di questo momento non penso assolutamente ad alcun lettore, vado solo a dritto seguendo l’istinto – e cerco di mettermi nella condizione di chi lavora a una lettera segreta, che debba cogliere l’opportunità di scriverla con la maggiore sincerità possibile. Agisco quindi con questa dualità, prima il libero sfogo alla creatività – Cortázar diceva di togliersi la cravatta prima di scrivere, ecco io mi metto pure in pigiama – e poi la rigida disciplina, ma non le applico mai, o non so applicarle, contemporaneamente.

Scrivi più libri in contemporanea?

Mi è capitato, ma non in parallelo. A volte quando scrivevo un libro lungo ho interrotto i lavori per seguire un’idea, ne ho abbozzato un altro che avrei poi ripreso dopo, e poi mi sono rimessa sul primo. guadalupe_nettel500(1)

Carta o computer?

Parto sempre con la carta, ma solo all’inizio, le prime poche decine di pagine, per trovare un primo barlume di registro interiore. Quando mi sembra che possano essere effettivamente l’inizio di qualcosa di buono, allora le copio al computer e da lì continuo a scrivere con quello.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Le storie non mi vengono davanti al computer, ma neanche davanti alla carta se mi metto a tavolino da zero. Le storie mi vengono per strada, camminando, ascoltando la gente… Allora mi porto sempre un taccuino e a volte mi metto a scrivere se arriva l’idea, ho questa ansia di farmi trovare pronta quando arriva un buon gancio, e so che se non lo appunto subito lo perdo, l’idea si dissolve… Quindi taccuino, sempre.

Come hai esordito?

Il mio primo libro lo mandai a tutte le case editrici messicane e non lo volle nessuna di esse. Poi riuscii ad affidarlo a un agente letterario. Lui lo rimandò a tutte, e solo una casa editrice rispose, solo una, ma era quella che consideravo migliore – anzi, quella che sognavo quando fantasticavo di fare la scrittrice – e finalmente lo prese. Quindi diciamo che ho esordito con qualche difficoltà iniziale ma in modo più fortunato rispetto ad altri.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non è cambiato molto. Quello che è cambiato è l’orario più ristretto per scrivere. Quando entro nel vivo del romanzo sono più efficiente e prolifica di un tempo, ma l’avvio più o meno è lo stesso.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Cortázar è colui che considero il mio grande maestro come narratore di racconti. Poi un libro che mi ha influenzata molto è stato L’uccello che girava le viti del mondo, che ormai ha vent’anni… È il mio preferito di Murakami e rimasi folgorata dal modo in cui tratta il fantastico nella vita quotidiana. Amo molto anche Suicidi Esemplari di Villa-Matas, e tra le cose che ho letto più recentemente mi ha impressionata Vite che non sono la mia di Carrére.

“Esisti” online?

Sì, ho i social… Non è che faccia troppa promozione con Twitter e Facebook, ma è sempre bello poter ricevere messaggi diretti di lettori. Poi, come tutti, li uso anche per osservare la gente, gli scrittori sono come animali da preda, rubano l’esistenza degli altri… A volte mi scopro a pensare già come usare la storia di qualcuno mentre me la sta raccontando o la sto leggendo… È quasi immorale, a pensarci.

[13 – continua; le precedenti interviste: Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2012 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
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