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Discorsi sul metodo – 14: Daša Drndić

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Daša Drndić
è nata a Zagabria nel 1946. Il suo ultimo libro edito in Italia è
Trieste (Bompiani 2015)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Quando ero un po’ piu giovane riuscivo a scrivere dieci o dodici ore senza interruzione; ora scrivo otto ore, sempre senza interruzione, poi cado addormentata. Scrivo molto lentamente, non mi do un limite anche se poi la mente comunque i limiti li crea, infatti se dopo otto ore ho fatto mezza pagina – e può capitarmi – mi sento molto frustrata, ma ogni volta penso che sarà capitato pure a Joyce, e che allora è inutile lamentarsi. Certo è che nei giorni buoni, che per fortuna sono la maggior parte, riesco a fare tre pagine, circa 6000 battute. In effetti se raggiungo quel limite a volte mi fermo anche – mi considero soddisfatta e risparmio energie per il giorno dopo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Sì, la mattina, o in generale appena mi sveglio. A casa. Scrivo subito. In pigiama. Senza fare la doccia o lavarmi i denti. Prendo il caffè, perdo un po’ di tempo su Facebook, gioco un po’ ai videogame, poi chiudo tutto e comincio a scrivere a dritto. Non sono come Orhan Pamuk che si mette in giacca e cravatta prima di scrivere, no.
Ora che mia figlia se ne è andata di casa e sono sola mi preoccupo ancora meno di quel che succede intorno a me mentre scrivo, e meno male, perché spesso negli anni ho pensato che sarebbe stato bello avere una cameriera invisibile, quel ruolo che a volte le donne ricoprono per gli scrittori maschi con cui stanno insieme, purtroppo a me non è mai accaduto – alle scrittrici donne mi sa che non capita proprio.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Conosco colleghi americani che fanno ogni tipo di schema, di ‘outline’ e storyboard prima di attaccare a scrivere. Io, anche se scrivo libri strutturalmente complessi, tendo più a partire, sempre con enormi difficoltà, da una singola idea. Da lì poi, una volta sfondata la prima barriera motivazionale, iniziano ad aprirsi fronti nuovi ovunque, accumulo cartelle su cartelle che vanno in direzioni anche completamente diverse, e da quel momento comincio a creare la struttura. È un po’ frustrante, perché ancora, nonostante la mia esperienza, ogni volta duro molta fatica a cominciare, ma è anche eccitante perché la scrittura, facendo così, diventa ancor più una ricerca, un’attività di scoperta – non mi piace il costruito in letteratura, il predefinito: a mio avviso la forma, che pure è cruciale, deve edasa-drndic-1mergere dal flusso della scrittura. Questo anche perché se vuoi scrivere cose che valgano qualcosa, devi sempre cominciare dalla tua esperienza o da storie di altra gente su cui hai fatto un esercizio di empatia. Solo dopo una tale immedesimazione empatica puoi inventare la struttura. Se fai troppa struttura prima, a mio vedere è il segno che sei dentro una specie di ego trip.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Una sola bozza. Scrivo lentamente, ma anche per questo quando la pagina è fatta è fatta, aspetta solo la revisione finale. Casomai lavoro molto, dopo, con le varie parti, il loro posizionamento, quelle da tenere e quelle da tagliare – appunto, la struttura.

Scrivi più libri in contemporanea?

No mai. Visto il modo in cui lavoro, impazzirei.

Carta o computer?

Computer, ma quando vado in revisione, quella la faccio a mano sullo stampato. Faccio così anche quando ho un problema, quando vedo che un passaggio o una scena non funziona. Stampo e ci metto le mani a penna.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Non sono un tipo patologico, in genere anche se cominciare mi viene difficile, poi ce la faccio senza aiuti esterni. Tuttavia spesso emergono altri problemi  quando sono a metà libro, è lì che il testo inizia a tormentarmi, anzi le frasi stesse iniziano a tormentarmi, mi fanno pure svegliare la notte: la verità è che quando entro veramente dentro a un romanzo, quando sono davvero nel vivo dei lavori, attuo dei meccanismi che si potrebbero definire di auto-assillo, che a volte sono stimolanti, mi tengono aderente al lavoro, ma altre rischiano pure di bloccare tutto. Se capita, mi metto a giocare ai videogame o apro il frigo.

Come hai esordito?

Il mio primo libro è stato pubblicato a Belgrado nell‘82. Lo mandai a un editore e non rispose nessuno. Poi però un giorno aprii il giornale e lo vidi tra i programmati di quella casa editrice. Era la prima cosa seria che scrivevo, anche se avevo scritto racconti e poesie da ragazzina, quindi sono stata abbastanza fortunata.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Quando è stato pubblicato quel libro ero già vecchia, avevo trentasei anni, mica venti, quindi se guardo indietro il mio metodo non è cambiato granché, sempre frammentato, mai lineare, parto da un’idea e la lascio germogliare in una serie di filoni diversi che poi cerco di rimettere assieme in un modo che abbia senso. Certo, se mi rileggo vedo che ora la mia lingua è migliore e lo stile è migliore, e meno male, ma il tipo di lavoro strutturale è lo stesso. Oggi magari creo architetture più complesse ed ellittiche, ma con un approccio molto simile: già allora usavo citazioni, documenti, fonti storiche assortite, filoni narrativi multipli – sono solo diventata più radicale nell’ibridazione.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Sicuramente quelle di Thomas Bernhard e di Franz Kafka.

“Esisti” online?

Non come scrittrice. Come ho detto, butto un po’ di tempo ogni giorno su Facebook, ma i miei amici là dentro sono i miei veri amici. Col pubblico interagisco tramite i libri.

[14 – continua; le precedenti interviste: Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
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