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Discorsi sul metodo – 15: Andrew Miller

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Andrew Miller
è nato a Bristol nel 1960. Il suo ultimo libro edito in Italia è
Pura (Bompiani 2014)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un numero fisso di battute perché se pensassi che devo farne cinque, dieci o quindicimila penserei a quello invece che al romanzo. Però cerco di stare più ore possibile al giorno sul libro, quello sì.
Va detto che nel corso del lavoro di un libro ci sono momenti molto diversi. All’inizio, quando accumulo materiale, sono pieno di energia e posso lavorarci anche tutto il giorno. Alla fine, quando sento che il libro sta avviandosi alla conclusione, accade la stessa cosa ma perché sento che il traguardo è vicino e voglio correre. I problemi emergono quando sono a metà del lavoro, o poco prima di metà. Lì la mia natura indisciplinata viene fuori e mi capita anche di accontentarmi di aver scritto per una quarantina di minuti.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Abito in questo piccolo villaggio del Somerset, Witham Friary, e scrivo a casa. D’estate vado in mansarda, c’è una buona luce che arriva dal tetto. D’inverno però lì fa troppo freddo e allora vado giù, davanti al caminetto. Una volta avevo una routine precisa, piena di rituali ed esigenze, ma da quando ho dei bambini piccoli è saltato tutto e ho dovuto imparare a scrivere dove capita e quando capita, tant’è che oggi riesco a scrivere anche in aereo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Qualcosa a mezzo tra le due cose. Faccio un numero considerevole di piani e schemi del romanzo a venire per permettermi di cominciare. Poi quando parto veramente non li seguo più, la scrittura prende vita va da sola fregandosene degli schemi. Ma ciò non significa che siano inutili, o ridondanti: senza di essi non riuscirei a fissare i parametri necessari a cominciare il lavoro.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Mi piace finire velocemente la prima bozza. Deve muoversi, così la tiro giù come viene, seguo l’energia e la linea d’interesse. Se vedo che non funziona ricomincio da zero, piuttosto che correggere o aggiustare. All’inizio dei lavori un romanzo deve galoppare – e farti galoppare – altrimenti vuol dire che hai un problema.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sarebbe bellissimo ma non ci riesco. Anche solo un libro prende così tanto tempo… Ci vorrebbero giorni con quaranta, cinquanta ore.

Carta o computer?

Comincio sempre con la carta, sia per gli schemi che per il testo. Non riuscirei a cominciare su schermo, nelle prime bozze devo avere la sensazione dell’azione fisica: la postura è diversa, il corpo e la mente agiscono in modo diverso. In effetti anche nelle stesure successive, quando ormai sono passato al computer, se mi blocco su qualche passaggio torno nuovamente sulla carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Sì, medito. Negli ultimi anni è diventato sempre più importante. Di solito medito per un periodo che va da quaranta minuti a un’ora, subito prima di lavorare. Mi permette di andare subito oltre la linea. Intendiamoci, questa barriera puoi tranquillamente romperla anche scrivendo, ma se la rompi prima risparmi tempo, e il tempo è tutto.

Come hai esordito?

Ci è voluto moltissimo, anzitutto a scrivere il libro. Sette anni solo per la prima bozza, e non avevo idea di quale fosse il mio percorso. Ero completamente perduto. Una cosa che ho imparato solo successivamente è che perdersi è parte dello scrivere e non devi spaventarti, ma quando non lo sai ancora, può essere forte la sensazione di star sbagliando tutto. Quando il libro finalmente fu finito però fui fortunato e trovai velocemente un editore – da lì la mia vita cambiò per sempre, dato che ebbi la conferma che quel che scrivevo aveva un senso e un valore.andrewmiller-large

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Ogni volta che comincio un libro cerco di reinventare il modo in cui lo scrivo. Credo che ci sia una unità non solo tra forma e contenuto ma anche tra metodo, forma e contenuto. Se il metodo è nuovo, un po’ diventa nuovo anche il libro. Al di là di ciò, oggi penso anche di avere un senso molto chiaro delle fasi del lavoro, non brancolo più nel buio e addirittura mi rendo conto del punto in cui sono rispetto al potenziale completamento dei lavori, una cosa che prima era impensabile.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Prima di tutto direi tutti i libri che ho letto da bambino. Non bisogna mai sottovalutare l’importanza dei primi libri che si leggono. Per me ad esempio furono cruciali quelli di Rosemary Sutcliff. Successivamente, durante la prima adolescenza, mi fissai con D.H. Lawrence e Thomas Hardy. Poi a diciotto anni scoprii la letteratura europea, in particolare Franz Kafka, Italo Calvino, Milan Kundera. Infine, dopo la fine dell’adolescenza, i grandi romanzieri americani come Bellow e Updike. Ecco la mia formazione in estrema sintesi.

“Esisti” online?

No. Gli editori devono occuparsi della presenza online dello scrittore, visto che è un aspetto del marketing. Magari se fossi più giovane avrei un Twitter o un Facebook per stare in contatto con gli amici, e lo utilizzerei, ma se lo mettessi su oggi sarebbe solo uno strumento promozionale e non mi sentirei a mio agio a stare lì a ”vendere” la mia roba, a quello ci devono pensare altri.

[15 – continua; le precedenti interviste: Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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