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Discorsi sul metodo – 16: Merritt Tierce

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Merritt Tierce è nata in Texas. Il suo libro d’esordio,
Carne viva, è uscito in Italia nel 2015 per SUR.

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Scrivo zero ore al giorno: ecco la verità. Almeno in questo momento. Il fatto è che non ho un programma o una routine, e sta diventando un problema. Adesso, dopo Carne viva, la gente si aspetta che io scriva altri libri. Quando lavoravo a quel romanzo cercavo di isolare tre giorni la settimana, ogni settimana, e mi forzavo a fare milletrecento parole, in seimilacinquecento battute, al giorno. Non sempre ci riuscivo, infatti a scrivere quel romanzo ci ho messo sette anni… Facendo il conto è un capitolo l’anno: non credo che sia un buon metodo, anzi non è proprio un buon modello in generale, figuriamoci per pensare di fare la scrittrice a tempo pieno. Infatti sto cercando un lavoro. Quest’anno però, per la prima volta in vita mia, ho fatto solo la scrittrice. Il libro finalmente è uscito, l’ho promosso, è stato tradotto, insomma è andato bene, ho fatto pure delle residenze per autori, ma ancora non ho trovato un mio metodo. Per la prima volta, e finalmente, i due mondi separati dello scrivere e del guadagnare denaro si sono collegati, ma la verità è che ho anche scoperto di non avere idea di come fare la scrittrice. Di come farlo seriamente, dico.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Nel tentativo di darmi un metodo ho cercato di creare ogni tipo di spazio per la scrittura, è diventata quasi una vera e propria abitudine – e non ha dato alcun frutto. Si tratta dunque di una cattiva abitudine. Ho creato non una, ma due scrivanie meravigliose, tutte attrezzate e belle a vedersi, ma non le ho mai usate. Allora ho creato anche un apposito studio, trasformando una stanza in un piccolo spazio magico, ha pure il profumo di sidro e una piccola libreria sopraelevata in cui posso andare. Anche quello non l’ho mai usato. La tragica verità è che quando va bene mi ritrovo a scrivere in aereo o in aeroporto, perché sono situazioni in cui non si può fare nient’altro, se sono in casa mi scopro anche a mettermi a riordinare pur di non scrivere, insomma diciamocelo: sono un modello pessimo per chiunque voglia fare questo mestiere.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Per ora ho sempre scritto direttamente. Non ho mai fatto uno schema, quindi non so se raccomandarlo o meno. Di solito comincio con una frase, se ha l’aria solida sento che è l’inizio di qualcosa e da lì vado avanti, altrimenti ne cerco un’altra.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

tierce_headshot_800Direi un po’ entrambe le cose. Quando ho la frase e mi sembra di avere un’idea per una storia, o almeno per quello che può diventare un capitolo o una scena, cerco di scriverla tutta di getto, poi la stampo e ci sto sopra un paio di settimane, faccio una revisione su carta abbastanza accurata, anche se non mi pare di cambiare mai cose grosse, cambio delle parole, al massimo l’ordine delle frasi, e quando mi pare soddisfacente archivio la parte e vado avanti. Ma in realtà non ho ancora finito con quelle pagine. Le riprendo dopo qualche mese, le rileggo, e se mi sembrano decenti – per fortuna di solito accade – ci dò un’ultima lavorata, stavolta con quel po’ di distanza che solo il tempo può fornire.
Per quanto riguarda Carne viva, vale la pena dire che la mia agente è un’ottima editor e ha suggerito dei cambiamenti prima che mandassimo il libro, soprattutto una serie di tagli in punti in cui avevo detto troppo; la mia editor alla Doubleday ha dato alcuni suggerimenti sulla struttura, specialmente rispetto alla cronologia, che era inversa e lei ha suggerito di ‘raddrizzarla’, e poi ha proposto altri tagli… Non sapevo bene se potevo discuterne, ma alla fine quando ho chiesto di non tagliare qualcosa, mi hanno ascoltato. Meno male.

Scrivi più libri in contemporanea?

Leggo abitualmente molti libri allo stesso tempo, ma sui progetti di scrittura il lavoro è sempre individuale.

Carta o computer?

Principalmente computer, anche se preferirei la carta, mi piace proprio la calligrafia, la fisicità dell’atto, ma la scrittura si coagula in modo diverso, mi capita a volte infatti di saltare da un medium all’altro. Non posso ad esempio prendere appunti sul computer perché qualunque testo lì sembra già la pagina di un libro e quindi devo tirar fuori cose che assomiglino a pagine di libro.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

C’è quella cosa delle scrivanie e delle stanze, ma non funziona, quindi direi di no.

Come hai esordito?

Avevo già scritto qualcosa prima di arrivare alla laurea specialistica – lì c’era un corso di scrittura creativa, che non posso dire che mi abbia insegnato a scrivere, ma è stato comunque utile perché mi obbligavano a scrivere e a leggere. Tra le cose che avevo scritto allora, c’era un racconto intitolato Ciucciamelo che mi pareva funzionare, così tempo dopo decisi di continuare su quella voce narrante – una cameriera – e su quell’ambientazione, il ristorante dove lavorava. Quando poi vinsi il Rona Jaffe, un premio per aspiranti autrici molto tenuto d’occhio dagli agenti, mi trovai addirittura con vari di loro che si offrivano di rappresentarmi. Scelsi quella che mi piaceva di più e le diedi un testo che era poi, di fatto, la seconda metà di Carne viva. Lei la propose in giro senza specificare che era una raccolta di racconti, tant’è che l’editore la pensava e la voleva come romanzo, e infatti dopo aver firmato scrissi il resto del libro completandolo come se fosse un romanzo e adattando il resto in tal senso, tant’è che anche Ciucciamelo è diventato uno dei capitoli centrali del libro.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non credo sia cambiato: credo però che debba cambiare. Il modo in cui ho creato Carne viva era casuale, dato che nessuno mi supportava o spingeva, o tantomeno si aspettava qualcosa dalla mia scrittura. Adesso è cambiato tutto, quindi devo cambiare anch’io.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

A picco di Junot Diaz è stato uno dei primi casi di libri che mi hanno insegnato a usare in modo adeguato un linguaggio volgare e parlato. Mi spiego: ovviamente volevo usarlo fin dall’inizio visti i miei temi le mie ambientazioni, ma lì finalmente l’ho visto usare bene.
Poi direi i racconti Lydia Davis: è considerata da alcuni sperimentale, ma è anche molto asciutta. Mi ha mostrato che si possono anche fare cose molto strane eppure farle funzionare in modo chiaro.

“Esisti” online?

Ho un sito dove ci sono link alle cose che ho scritto, gestito da me. Ho anche una pagina Facebook, ma la uso quasi solo per promuovere gli eventi legati al libro, e mi sono fatta pure un Twitter, in questo momento vedo che ci sono solo rimandi alle recensioni italiane del libro, non ho ancora un piano su come usarlo, immagino che debba fare anche quello…

[16 – continua; le precedenti interviste: Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

 

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
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  1. […] che danno l’idea di che personaggio intenso e onesto sia: dal blog di Edizioni SUR; da minima&moralia; e dal New York […]



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