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Discorsi sul metodo – 17: Mircea Cărtărescu

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Mircea Cărtărescu
è nato a Bucarest nel 1956. I suoi ultimi libri usciti in Italia sono
Abbacinante – Il corpo (Voland 2015) e Il poema dell’acquaio (nottetempo 2015).

* * *


Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Scrivo due ore al giorno, sempre la mattina, sembra poco ma in realtà quando mi metto a scrivere le utilizzo in modo integrale, senza pause o distrazioni, è un lavoro molto intenso, devono uscire, ed escono, due-tre pagine a mano, scritte fitte. La disciplina è essenziale, ma ancora più essenziale è essere predisposti a ricevere un messaggio. Mi spiego: credo che in letteratura esistano vari livelli. Il primo livello, ovviamente dopo il dilettantismo, che è il livello zero, è quello che potremmo definire ‘professionale’: si ha il dominio di un set di tecniche e si riesce a lavorare con regolarità; a questo livello fare un libro è come fare una scarpa, ci sono un sacco di romanzieri, non solo di genere, che stanno a questo livello e non hanno altre ambizioni, sanno scrivere romanzi, scrivono romanzi: si tratta di gente che svolge un mestiere.
Il livello ulteriore, che è quello artistico, non ha ha niente a che fare con l’artigianato, anche se ovviamente prevede il dominio delle tecniche di primo livello: un artigiano fa sempre la stessa scarpa e sempre la farà; un artista può, anzi deve, prendere direzioni inaspettate, o anche smettere di scrivere per un po’ onde trovare tali nuove direzioni.
C’è poi un terzo livello, a cui non è detto si possa arrivare ma a cui è necessario aspirare: pochi lo hanno veramente raggiunto, ed è un livello che trascende completamente la tecnica – se contasse solo la tecnica, del resto, un Nabokov sarebbe lo scrittore più importante di tutti i tempi e Dostoevskij un autore secondario; a tale terzo livello è necessaria una fede totale, come se fosse una sorta di divinità, nel potenziale che ha l’arte di portarci a un livello finora sconosciuto della realtà. Alcuni di quelli che sono riusciti ad arrivare a questo livello possono non essere grandi artigiani come i primi o grandi artisti come i secondi – Kafka, per esempio, neanche si pensava come uno scrittore – ma chi ha una vera fede nella letteratura ha sempre almeno una possibilità di inseguire la visione profonda, e dunque ha il dovere farlo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Posso scrivere ovunque ma devo avere il caffè e la porta chiusa dietro di me. devo essere solo, col caffè, penna e quaderno. A quel punto posso essere a Honolulu come a Bucarest, non cambia molto.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio documentazione, ma navigando a vista. Leggo molti testi di altre discipline, specialmente scientifiche. Quando comincio a scrivere un libro e ho inquadrato i suoi possibili temi, mi circondo di altri libri che hanno a che fare con quei temi.
Non faccio invece documentazione sulle location: vado a memoria o invento direttamente. Non voglio andare nei posti che racconto, del resto anche Pynchon mica è stato nei luoghi che descrive, credo che in un certo tipo di letteratura si possa ricostruire la realtà anche meglio lavorando così, senza farsi vincolare da un’osservazione troppo vicina al momento della scrittura.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Giunto a questa età e a questo livello di esperienza, non riscrivo e non edito. Scrivo lentamente ma quello che scrivo deve essere definitivo. Non dico che sia la cosa migliore da fare, e conosco i limiti di questo metodo: può capitare infatti di fare dieci, venti, a volte anche cinquanta pagine, capire di aver preso una linea sbagliata e dover buttare via tutto. È il prezzo da pagare per questo approccio. Il lato positivo è invece che quando trovo il flusso giusto, allora posso seguirlo in scioltezza, dando fiducia alla mia mente, e ritrovarmi con il libro finito prima del previsto.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non è mai successo e non credo possa succedere, proprio perché il mio metodo ormai si basa sul seguire questa linea mentale. Se si lavora senza appunti, senza schemi, senza riscritture, è essenziale che la mente sia sempre aderentissima a quello a cui si sta lavorando, altrimenti ci si perde.
Pensandoci, devo dire anche che non mi interesserebbe farlo perccarta_duehé non penso minimamente alla pubblicazione, o anche solo alla mia bibliografia: la pubblicazione è una fase necessaria del libro ma a cui si deve pensare solo dopo, io scrivo per creare ambiti in cui esistere, quindi mentre scrivo vivo dentro al quaderno anche più che nella realtà, i miei libri sono come matrimoni, si crea un mondo e ci si vive dentro mentre lo si porta avanti. Anche se a libro finito divorzio e mi risposo, non tradisco certo la moglie durante il matrimonio.

Carta o computer?

Carta. Credo influenzi il mio stile, essendo un medium più lento hai più tempo per ‘ricevere’.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Una volta ho scritto un racconto, L’oggetto che mi ispira, dove però non dico mai quale sia. In realtà, a parte quanto già detto – il caffè, lo scrivere a mano, il non editare – non ho particolari riti o feticci.

Come hai esordito?

Sono stato abbastanza fortunato, prima della nostra generazione pubblicare sotto il regime era difficilissimo, ma negli anni ’80 la Romania volle darsi un’immagine di nazione aperta alle arti. Ovviamente era tutto fasullo, pura propaganda, ma si aprì un piccolo spiraglio che permise a molti autori della mia generazione, i cosiddetti ‘Ottantisti’, di arrivare a pubblicare qualcosa. Tra costoro c’ero anch’io.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Se dovessi riscrivere Nostalgia, il mio primo libro, ovviamente lo riscriverei meglio, sono molto critico sui miei primi libri, sono pieni di mancanze, odio quella insopportabile negligenza nello stile. Spero e penso che i miei ultimi libri siano migliori. Qualcosa in questi anni ho imparato, sia nel concepimento che nello stile che nella forma. E meno male. Si potrebbe dire che nella vita di ogni autore ci sono i books of innocence e i books of experience, ma anche per questo non si può non notare che a volte l’ingenuità, pur nei suoi errori, può avere alcuni tratti affascinanti, che sono impossibili da ricreare deliberatamente.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

L’Ulisse è il primo titolo che mi viene, da lì ho imparato tutto a livello di costruzione strutturale. Anche V. di Pynchon (la cui struttura comunque possiamo dire che viene a sua volta da Joyce). Tutto il lavoro di Thomas Pynchon in effetti è fondamentale. E ovviamente è fondamentale Kafka, mi pare quasi inutile rimarcarlo. Sono libri che aprono la mente alle possibilità di nuove direzioni, e sono i libri che hanno dato forma alla mia scrittura.

“Esisti” online?

Ho sempre pensato che Facebook, Twitter e gli altri social media fossero qualcosa di frivolo e privo di valore. Poi però la primavera di due anni fa ho avuto una profonda depressione, ero arrivato al punto di pensare che sarei morto, ma non volevo prendere farmaci, così mi son detto, proviamo questo Facebook. Mi ha curato. Gli sono grato. In dieci giorni stavo bene. La verità è che avevo un bisogno disperato di connessione umana, ero completamente solo, non parlavo con nessuno, così ritrovarmi in un flusso, anche se in parte irreale, di informazioni, di conoscenti, di dialoghi, per quanto effimeri, mi ha aiutato moltissimo. Sono molto attivo sui social, posto materiali sui miei libri ma anche riflessioni sociali e politiche, mi dà l’impressione immediata che la la mia voce sia ascoltata, e anche questo è importante, anche quando ci si esprime attraverso libri di molte pagine. Ogni giorno sto due o tre ore su Facebook e mi fa molto bene.

[17 – continua; le precedenti interviste: Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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  1. […] altresì la pubblicazione, su minima&moralia, di una mia seconda intervista a Mircea Cărtărescu, stavolta come parte dei Discorsi sul […]

  2. […] Due interviste di Vanni Santoni a Mircea Cărtărescu sono leggibili su Le parole e le cose e minima&moralia. […]



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