OAKLAND, CA - SEPTEMBER 21:  Fiction writer Yiyun Li is photographed at her home in Oakland, CA for the MacArthur Foundation  Awards. (Photo by Don Feria/Getty Images for The MacArthur Foundation Awards)

Discorsi sul metodo – 18: Yiyun Li

OAKLAND, CA - SEPTEMBER 21: Fiction writer Yiyun Li is photographed at her home in Oakland, CA for the MacArthur Foundation Awards. (Photo by Don Feria/Getty Images for The MacArthur Foundation Awards)

Yiyun Li è nata a Beijing nel 1972. Il suo ultimo libro edito in Italia è Più gentile della solitudine (Einaudi 2015).

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

La mia regola base, quando ho iniziato a scrivere seriamente, è sempre stata quella di scrivere sei ore al giorno, tutti i giorni. Avevo anche degli standard minimi a livello quantitativo, ogni giorno mi aspettavo di fare diverse pagine. Da quando ho figli e insegno è diventato tutto più complesso, riesco a fare sei ore solo nei giorni davvero eccellenti, ma spesso è già buono se ne faccio due o tre. In questo momento mi accontanto di dieci pagine la settimana. Non è molto, ma se le fai veramente, ogni settimana, sono comunque un passo accettabile.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho uno studio ma la verità è che non lo uso mai perché tanto i bambini vengono a chiamarmi e riesco a farli star buoni più facilmente se sto direttamente lì con loro. Quindi scrivo in cucina.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio preproduzione ma tutta mentale. Per diversi mesi, anche sei o sette, lavoro mentalmente alla struttura del romanzo, mi immagino le parti, le funzioni dei vari personaggi, l’arco temporale, le scene chiave. Solo quando sento di avere un’idea chiara di tutto, allora mi metto a scrivere. 
Per quanto riguarda la ricerca, è qualcosa che riesco a fare solo a lavori in corso. Quando comincio a scrivere, allora comincio anche a raccogliere materiali.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Sono una cesellatrice. È difficile non volere una pagina perfetta, anche se non ci si riesce mai veramente. Di solito quando comincio a scrivere riparto dalle pagine precedenti e cerco di migliorarle, quindi quando arrivo alla bozza finale di solito non è malaccio perché sono ripassata molte volte su ogni pagina.


Scrivi più libri in contemporanea?

Sì, scrivo sempre due libri in contemporanea. Un romanzo e una raccolta di racconti. Con tempistiche sfalsate però. Il romanzo è come una maratona, devi essere allenato e avere il fiato. I racconti sono come una serie di scatti, o sollevamenti, o esercizi di ginnastica. Quindi si possono fare in contemporanea, basta stare attente a non sovrapporre le fasi chiave, ideazione e revisione. Quando sono oltre metà di un romanzo avvio la raccolta di racconti, e mentre la finisco comincio a raccogliere le idee per il prossimo romanzo. Questi cambi di passo mi aiutano anzi a ripulire la mente senza dover staccare o andare in vacanza.

Carta o computer?

Una volta usavo solo il computer, ora scrivo sempre più con carta e penna, per riflettere maggiormente sulle singole frasi. Il computer è ottimo quando sei nel pieno dei lavori, per fare botte di molte pagine, ma se c’è da stare attente, quando sei sui passaggi importanti, in cui ogni parola pesa, è meglio la carta, tanto più che poi, trascrivendo su computer, fai anche un altro giro di revisione. Invecchiando, ho finito per usare sempre più i quaderni, probabilmente perché mi interessa meno finire prima, e molto di più cercare di far meglio possibile.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Evitare Internet. Non me la sento di staccarlo proprio, sarebbe troppo e la sua assenza mi distrarrebbe ancora di più, inoltre dovrei riaccenderlo ogni volta che mi viene in mente di controllare qualcosa, perdendo altro tempo. Così tutto il mio lavoro di scrittura è in realtà una lotta continua contro la tentazione di andare online.

Come hai esordito?yun_due

È una storia bizzarra, perché è molto molto fortunata, e so quanto sia rara la fortuna sfacciata in questo mestiere. La mia carriera è cominciata infatti facilmente, quasi troppo facilmente. Ho scritto un racconto. L’ho mandato alla Paris Review. Grazie a quel racconto mi ha contattata un’agente. L’agente mi ha trovato da scrivere un racconto per il New Yorker. Grazie a quel racconto ho avuto un contratto a busta chiusa con Random House per due romanzi. Così, tutto di fila. 
E ti dirò, non mi sono neanche spaventata di fronte all’idea di scriverli, così senza preparazione, perché al momento del contratto mi era appena nato un bambino e quando sei una madre con un bimbo in braccio pensi solo al fatto che gli devi dare da mangiare, vedi qualunque cosa come una possibilità per nutrire la prole, non c’è spazio per l’ego, l’ansia o le paranoie.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Quando ho cominciato davo molto attenzione alla vicenda, ai personaggi, agli snodi. E alla quantità. Macinavo pagine su pagine tenendo sempre a mente l’asse narrativo. Ora sono più lenta, ma soprattutto mi interessa più il pensiero, farlo riverberare, rendere nuovi i pensieri a cui mi ispiro, trovare le parole giuste per articolare quelli dei personggi.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Cambiano sempre. Se scrivi seriamente, è normale innamorarsi continuamente di qualcosa di nuovo. In questo momento rileggo Guerra e pace, lo avevo letto da ragazzina ma ora mi fa un effetto completamente diverso – mi interessa, e mi influenza, il modo in cui Tolstoj guarda al mondo. 
Da giovane sicuramente sono stati decisivi nella mia formazione Ernest Hemingway e William Trevor, che come me sono indifferentemente raccontisti e romanzieri.

“Esisti” online?

Ho un sito, ma è una cosa abbastanza inutile, una specie di biglietto da visita online. Ho fatto un esperimento di due anni con Facebook e Twitter, sono divertenti ma rubano così tanto tempo, e io sono avida di tempo, se hai da leggere e scrivere il tempo non basta mai… Ho letto da qualche parte che la maggior parte della gente passa su Facebook un’ora al giorno. Se fai il conto sulle ore libere da sonno e cibo, viene quasi un mese l’anno – un mese di lavoro – bruciato là sopra. Devono essere pazzi.

[18 – continua; le precedenti intervisteCărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
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  1. […] Oggi tocca a Yiyun Li. […]

  2. […] Yiyun Li intervistata da Vanni Santoni su Minima&Moralia (23/6/16). La foto di Yiyun Li viene da Wikipedia. […]



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