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Discorsi sul metodo – 19: Rodrigo Hasbún

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Rodrigo Hasbún è nato a Cochabamba nel 1981. Il suo ultimo libro edito in Italia è Andarsene (SUR 2016)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende se sto lavorando a un nuovo libro, e da quanto è avanzato il lavoro. Ma in generale non mi faccio guidare da criteri quantitativi: né un numero di ore, né di pagine. Per me la scrittura funziona al di fuori di questa logica di produzione. A volte due o tre righe, o una rivelazione repentina, già fanno una grande giornata di lavoro. Altre volte dieci ore davanti al computer non sboccano in nulla che valga la pena conservare.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo seduto alla scrivania di casa o in alcuni caffè che mi piacciono. Quando me lo posso permettere, cerco di dedicare le ore migliori del giorno, diciamo da quando mi sveglio fino alle due o tre del pomeriggio, esclusivamente alla scrittura. Non c’è niente di cui sono grato come di avere quel tempo libero davanti a me, e di sapere che non ci saranno interruzioni di alcun tipo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo di getto, con l’allegria e l’incertezza di chi va a un appuntamento al buio, o di chi si perde in una città che non conosce.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?
 Scrivi più libri in contemporanea?

Rivedo man mano che avanzo nella scrittura e poi, quando ho una prima versione, faccio molto lavoro di editing. Sento che solo in quel momento inizio a capire che libro volevo scrivere, ed è allora che prendo le decisioni più importanti. Con il mio ultimo romanzo, per esempio, ho fatto fatica a rendermi conto che avrei dovuto eliminare i primi due capitoli (che erano serviti a me, ma dei quali il lettore poteva fare a meno), e iniziare in quel nuovo punto ha trasformato completamente il libro. Quanto ai tempi, io direi che se ci metto sei mesi a scrivere una prima versione, di solito a rivederla ci metto tre o quattro volte tanto, soprattutto perché tra una rilettura e l’altra abbandono il manoscritto per un po’, lo lascio crescere da solo. Nel frattempo scrivo il mio diario o prendo appunti, ma non riesco a iniziare un nuovo libro senza aver terminato il precedente.Rodrigo-Hasbun-Foto-minuto30com_LRZIMA20150612_0105_11

Carta o computer?

Computer e poi carta, quando rivedo. Mi piace oscillare tra le due cose, mettere alla prova il testo a partire dalla diverse distanze che offrono, anche se credo, alla fin fine, di fidarmi più della carta. Su carta i problemi si individuano meglio, forse perché il testo si sente più estraneo, una cosa fatta da qualcun altro. Inoltre la carta mi aiuta a far sì che lo scrittore lasci spazio al lettore, un lettore che giudica senza compassione quello che gli è stato dato da leggere.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Prima di sedermi a scrivere di solito faccio due cose: preparare il caffè (o ordinarlo se non sono a casa), e mettere il disco con le sessioni di Chet Baker e Bill Evans. Il mix di caffè e musica mi aiuta a perdermi più facilmente, a smettere di essere dove sono. Ovviamente, ho dimenticato di dire che nei periodi in cui scrivo, mi proibisco di utilizzare Internet durante il giorno. Non riesco a immaginare un nemico peggiore di quella distrazione costante sullo schermo.

Come hai esordito?

Il mio primo libro è uscito quando avevo venticinque anni. Già da qualche anno avevo iniziato a pubblicare racconti su riviste e giornali, e un amico di un editore ne aveva letti alcuni e gli erano piaciuti. Non ricordo chi dei due mi ha contattato, ma a partire da quel momento il mio primo libro (una piccola raccolta di racconti) ha iniziato a prendere forma senza difficoltà. Quindi ho avuto fortuna, anche se non è una storia del tutto inusuale, succede a molti scrittori boliviani. È più facile pubblicare in Bolivia che in altri paesi. Non ci sono un’industria e un mercato vere e proprie e le case editrici, che sono quasi tutte indipendenti, sono disposte a rischiare. Nel bene e nel male, tutto funziona a livello di rapporti interpersonali. Con quel primo libro io stesso andavo in giro per le librerie e i caffè che frequentavo a lasciare copie del libro, e i gestori mi davano una mano a venderle.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Credo di aver imparato adesso che un libro è fatto anche di tempo, che a volte è necessario lanciare il dardo centinaia di volte prima di fare centro anche solo una volta, che bisogna non perdere la pazienza, saper aspettare. E anche che la costanza è indispensabile. Senza non si ottiene nulla.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Adoravo leggere le interviste della Paris Review, stare attento a quello che dicevano gli scrittori, cercare di imitarli e imparare. Ma quello che mi è realmente servito a imparare qualcosa su questo mestiere è stato ritornare ai libri che mi hanno commosso o entusiasmato quando li ho letti per la prima volta (diciamo quelli di Coetzee e Rulfo, o quelli di Agota Kristof e Onetti): per me questo mestiere si definisce soprattutto a partire dalle decisioni che bisogna prendere in continuazione scrivendo – dove taglio e perché, in che momento cambio punto di vista e perché, quando lascio che i personaggi tacciano e perché. In questo senso, gli scrittori che ammiro sono quelli delle cui decisioni mi fido, e quelle decisioni sono sempre più facili da notare quando si rilegge, quando si presta meno attenzione al destino dei personaggi e ci si concentra in quelle altre cose di cui in verità sono fatti i libri.

“Esisti” online?

No, in quell’altra realtà non esisto.

(traduzione di Giulia Zavagna)

[19 – continua; le precedenti interviste: Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
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