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Discorsi sul metodo – 25: Dacia Maraini

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Dacia Maraini è nata a Fiesole nel 1936. Il suo ultimo libro è Il diritto di morire (SEM 2018, con Claudio Volpe)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Hai orari precisi?

Non ho delle regole fisse. Di solito comincio alle otto di mattina e vado avanti  fino all’una. Poi stacco per pranzare, leggere i giornali, riposare mezz’ora e poi riprendo. Ma quando sono in viaggio le cose cambiano naturalmente, anche se scrivo lo stesso portandomi dietro l’iPad. Ma in viaggio non posso stare a orari fissi e tutto dipende dagli impegni che ho con il pubblico che vado a incontrare.

Dove scrivi?

Scrivo nel mio studio di Roma che sta all’ultimo piano e ho davanti una finestra che dà sui tetti e sul cielo spesso solcato da gabbiani e piccioni. Spesso però scrivo nello studio della mia casa di Pescasseroli, al centro del Parco nazionale abruzzese. Ci lavoro bene perché c’è silenzio, perché ho davanti a me solo cime di montagne e boschi centenari, perché ho molto meno impegni e distrazioni che a Roma.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Dipende. Se scrivo un articolo, scelgo un tema e faccio un piccolo progetto mentale. Se scrivo un romanzo cambia tutto perché si tratta di un progetto a lunga scadenza e devo pensare in termini di anni. Mentre scrivo cambio prospettiva, cambio struttura, insomma lascio che la storia mi suggerisca i suoi caratteri.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Faccio decine, a volte centinaia di riscritture. Ricomincio ogni volta da capo e riscrivo, riscrivo finché non mi sembra di avere raggiunto un grado di compiutezza accettabile. Ma potrei continuare all’infinito, perché ogni opera è in fieri e ha tante possibilità che ogni volta nascono dall’approfondimento del tema e possono essere modificate. Parlo sia dal punto di vista linguistico, che narrativo. Comunque per me la scrittura è un progetto musicale. E l’orecchio, mentre scrivo, segue un ritmo che non va mai tradito.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sempre un libro per volta. Posso scrivere un romanzo e un testo teatrale più o meno in contemporanea, gli articoli poi sono sempre in contemporanea. Come ho detto: per scrivere un romanzo non ci metto mai meno di due anni. In questi due anni può capitare che scriva un testo teatrale, una poesia, e certamente ogni quindici giorni il mio intervento sulla pagina delle Opinioni del Corriere della sera.

Carta o computer?

Computer. Uso molto i quaderni per gli appunti ma poi trasferisco tutto sul computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Non li chiamerei tic ma necessità. Per me prima di tutto il silenzio e il tempo a disposizione. Mi disturba molto essere interrotta. Infatti di solito stacco il telefono quando scrivo.

Come hai esordito?

Ho la fortuna di venire da una famiglia di scrittori: Una mia bisnonna inglese, Cornelia Berkeley, scriveva libri per bambini; mia nonna Yoi Crosse scriveva romanzi di viaggio; mio padre, Fosco Maraini, antropologo, ha sempre scritto; l’altro mio nonno, Enrico Alliata, scriveva di teosofia, e di cucina vegetariana. Ho cominciato a scrivere a tredici anni per il giornale della scuola, il Garibaldi di Palermo. Da allora non ho mai smesso. Naturalmente sono stata precoce nello scrivere ma anche nel leggere. Ho sempre letto tantissimo. A volte facendomi ridere dietro, come quando mi portavo un libro sullo schilift e facevo delle cadute fenomenali, oppure camminando, e non parliamo dei tram, dei treni, degli aerei, su cui passo il tempo leggendo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Beh, prima usavo la macchina da scrivere. Ora uso il computer che è molto più comodo. Basterebbero quelle tre parolette – Salva con nome – per capire la novità del PC per chi è cresciuto con la macchina da scrivere.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

L’esempio di mio padre: la sua tenacia, la sua disciplina. Ma poi ciascuno trova il suo equilibrio e i suoi ritmi. Ho imparato molto leggendo, e anche traducendo. Per esempio l’importanza della riscrittura, del seguire l’istinto creativo e musicale, ma senza masi compiacersi,  mantenendo uno sguardo critico sul proprio lavoro.

“Esisti” online?

No. Non mi piace il clima che si respira da quelle parti.

~

[25 – continua; le precedenti interviste: Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
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