Discorsi sul metodo – 26: Antonio Moresco


Antonio Moresco è nato a Mantova nel 1947. Il suo ultimo libro è L’adorazione e la lotta (Mondadori 2018)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Lavoro per brevi periodi all’anno, perché nel resto del tempo mi lascio ghermire da altre imprese: lunghi ed estremi cammini, follie cinematografiche e di altro tipo, illusioni, delusioni, fantasticherie… Però quando chino la testa sul tavolo lo faccio in modo concentrato al massimo e con disciplina militare.
Lavoro circa sei ore al giorno, perché non potrei sostenere più a lungo la tensione. Non mi prefiggo un certo numero quotidiano di pagine da raggiungere perché ci sono zone del libro più o meno ardue, parti più dialogate e altre meno, ci sono inizi (come quello in cui sono conficcato adesso) talmente impennati e dove sento talmente l’attrito dell’invenzione che riesco a scrivere solo poche righe al giorno, mentre altre volte riesco a scrivere fino a 8-10 pagine al giorno. La lucina, per esempio, è stata scritta in 14 giorni, Canti del caos in 14 anni. Ma non c’è differenza: 14 giorni e 14 anni sono esattamente la stessa identica cosa.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo per lo più nella camera dove dormo, su un tavolino in fondo al letto, spostando ogni volta pile di cartelle e di manoscritti da questo tavolino al letto e viceversa. Ma anche in un sottotetto oppure in un luogo dove, quando posso, vado a isolarmi. Però sempre in un posto mio, che conosco, dove ho respirato e scritto, dove la bestia ferita non ha paura di mettere la testa fuori dalla sua tana.
All’inizio scrivevo per lo più di pomeriggio e di notte, adesso di mattina. Mi alzo presto e scrivo fino alle 13-14, perché di mattina il tuo corpo e la tua mente sono più riposati e più forti e possono sostenere meglio l’urto dell’invenzione, perché la tensione è tale che devono passare molte ore tra quando scrivo e quando vado a letto per riuscire ad addormentarmi.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Tutte e due le cose insieme. Scrivendo solo per brevi periodi all’anno, le cose che poi metto al mondo hanno un’incubazione lunga dentro di me. Cammino con agendine e foglietti nelle tasche della camicia, su cui scarabocchio immagini, idee, spunti che mi assalgono all’improvviso, fermandomi lungo la strada per poterli fissare con le parole esatte attraverso cui affiorano alla mia mente. Però poi, quando arrivo all’impatto, capisco che gran parte di quello che credevo di sapere non mi serve più, era solo un avvicinamento, un diaframma che devo attraversare e sfondare, che è tutto da affrontare e inventare al momento. È come se ci fosse una parete verticale di fronte a me su cui, mattina dopo mattina, devo riuscire ad arrampicarmi a mani nude.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Io ho sempre fatto e continuo a fare una sola stesura. Correggo e tormento le frasi fino allo spasimo, ma la stesura è la stessa. Non c’è per me separazione tra l’abbandono ipnotico alla narrazione e il lavoro duro, sanguinoso su ciascuna frase. Avviene contemporaneamente, passo dopo passo, frase per frase. Mentre sto scrivendo una frase e sto già pensando a quella che viene dopo mi capita di tornare indietro all’improvviso a una pagina prima, perché nel frattempo mi sono reso conto che c’era una parola inadeguata che devo sostituire subito con un’altra prima che si inabissi per sempre nella mia memoria, che c’era un giro di frase allentato. L’organismo alieno che prende corpo attraverso le parole è come un circuito luminoso che palpita contemporaneamente in ogni sua parte e in ogni suo snodo. La testa è un alveare.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non ho mai scritto due libri in contemporanea, a meno che uno dei due non abbia una motivazione molto contingente, di servizio, e si possa scrivere rapidamente rasentando l’oralità.

Carta o computer?antonio-moresco

Ho scritto quasi tutto a mano e ci sono i manoscritti di quasi tutti i miei libri, compresi quelli enormi come Gli esordi e Canti del caos. Scrivevo a mano e poi ribattevo a macchina, molti anni fa, oppure con il computer usato come una macchina per scrivere, più avanti. Però poi correggevo sempre a mano, su carta. Alla fine ribattevo tutto a macchina oppure correggevo sul computer.
Solo da poco riesco a scrivere direttamente con il computer, e questo perché, a un certo punto della mia vita, ho realizzato che non potevo più disporre di decenni e che perciò o riuscivo ad accorciare i tempi della scrittura o non sarei riuscito a mettere al mondo ciò che ancora mi restava da scrivere. Però all’inizio non è stato facile e ho disperato di potercela fare.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Io ho il problema opposto. Non quello di trovare il modo di favorire la concentrazione ma quello di allentarla un po’. Perché quando scrivo sono concentrato a tal punto e vivo una tale trance che mi dimentico persino di respirare, vado in apnea, si interrompe o diminuisce l’ossigenazione del sangue e ho perciò dei contraccolpi penosi che mi fanno sentire una nullità: annebbiamenti continui della vista seguiti da forti emicranie quando i capillari si rilassano e il sangue riprende a scorrere, certe volte addirittura perdita della memoria e, in qualche caso, anche ischemie cerebrali transitorie. Mi devo andare a gettare sul letto, sperando che la crisi non sia troppo lunga e non lasci dietro di sé strascichi troppo pesanti. Intanto mi dispero e mi dico: “Ma cosa vuoi fare tu, che vieni continuamente spazzato via come un fuscello e devi trovare ogni volta la disperazione e la forza per ricominciare? Che opera vuoi mettere al mondo in simili condizioni?”  Da un po’ di tempo – per quel poco che serve – ho attaccato un foglio alla base dello schermo, con su scritto a caratteri cubitali: RICORDATI DI RESPIRARE.

Come hai esordito?

Ho esordito a 30 anni, in un cesso, nel senso che il mio primo libro l’ho scritto, letteralmente, in un cesso, seduto sulla tazza del water, col quaderno sulle ginocchia. Era il cesso lurido, con la moquette tutta marcia e pisciata, di un monolocale in affitto alla periferia di Milano dove ero approdato dopo dieci anni di deragliamento e dove, di notte, per non tenere la luce accesa e svegliare la mia compagna e mia figlia bambina che dormivano nell’unica stanza, ho scritto Clandestinità. Questo è stato il mio vero esordio. Lo stesso libro è stato poi pubblicato quindici anni dopo da Bollati Boringhieri e quello è stato il mio esordio pubblico come scrittore.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Nella sostanza non è cambiato molto. Scrivo ancora, in un certo senso, in un cesso, e continuo a sentire e a patire l’attrito di ogni parola che scrivo, anche se nel frattempo – credo – sono diventato un po’ più esperto. Ma non ho ancora imparato “il mestiere” e, a questo punto, credo che non lo imparerò mai.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Non mi pare ci siano opere specifiche che mi abbiano influenzato a livello tecnico. Ci sono opere che mi hanno influenzato a livello spirituale, che hanno raggiunto le mie zone più profonde e che hanno rotto l’isolamento della mia anima e indicato anche a me una strada che rendeva necessario il passaggio alla pratica della nuda parola e della scrittura. Le opere che hanno avuto grande influenza su di me, prima ancora che quelle dei grandi romanzieri che ho più amato e che continuo ad amare, come Cervantes, Melville, Balzac, Dostoevskij, Kafka…, sono libri intimi di grande intransigenza e purezza come l’epistolario di Van Gogh, che mi ha accompagnato nei periodi più bui della mia vita, oppure certi libri scritti o dettati da sante o da guerrieri, poemi antichi, lettere e diari che ci fanno andare vicino a certe zone di incandescenza e a cui possiamo unire la nostra fiamma.
Ma, se devo dire qualcosa di più “spendibile”, magari una cosa da nulla in confronto al resto, mi viene in mente un umile consiglio di Hemingway che non ho mai dimenticato, e cioè di interrompere una frase a metà prima di smettere di scrivere, per riprenderla il giorno dopo da lì, senza spezzare il filo.

“Esisti” online?

Non sono collegato a internet e non ho un profilo né su Facebook né su Twitter. Pubblico di tanto in tanto (o meglio qualche amico posta pietosamente per me) qualcosa su un sito collettivo, Il primo amore. Però so che la mia brutta faccia e la mia brutta voce postate da altri sono presenti nell’alluvione della rete.

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[26 – continua; le precedenti interviste: Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

 

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Commenti
5 Commenti a “Discorsi sul metodo – 26: Antonio Moresco”
  1. gionata scrive:

    Come mai i link ai discorsi sul metodo (e in particolare quello a Siti, che è quello che mi interessava) sono disattivi?

  2. raine scrive:

    a me funzionano benisisimo, comunque Siti è qui: http://www.minimaetmoralia.it/wp/discorsi-sul-metodo-24-walter-siti/

  3. daniele scrive:

    La sua faccia da civetta triste. Quando guardo una sua foto rimango ipnotizzato e non riesco a staccarmene per almeno dieci minuti (dieci!), che sono un’enormità sul web. E’ l’unica faccia di cui non mi interessa conoscerne il sorriso, non voglio che lo faccia. Cristo, l’apnea, mi è successo tante di quelle volte… A me capita, quando scrivo di getto, di ritrovarmi senza fiato, e quando me ne rendo conto credo siano passate dieci ore da quando ho poggiato il culo alla scrivania, o dieci giorni. Moresco mi ha creato un corto circuito mentale come forse nessun altro, ma di quelli che dici: io voglio conoscere quelle dita che hanno scritto tutto questo, la mente che le ha create, il magma da cui sono scaturite, e voglio sedermici a fianco, senza fiatare. Me lo immagino sempre a camminare di notte per le strade deserte e che ogni tanto si fermi a osservare attentamente un angolo sporco della città. Che si gira intorno per vedere se qualcuno lo osservi e che poi si avvicini all’angolo colto come fosse una fessura vaginale che diventa un buco nero, che poi lo risucchia. Non ho mai commentato nessun servizio, nessuna intervista, mai. Solo la sua, perché non voglio che rida.

  4. Elena Grammann scrive:

    Non ci resta che farlo santo.

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  1. […] Segnalo, in ritardo, questa videorecensione di Marco Cantoni all’Impero del sogno, nonché una nuova puntata dei Discorsi sul metodo: stavolta l’intervistato è Antonio Moresco. […]



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