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Discorsi sul metodo – 27: Michele Mari

Michele Mari è nato a Milano nel 1955. Il suo ultimo romanzo è Leggenda privata (Einaudi 2017)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende: se non sto scrivendo un libro, cosa che può durare anche per un anno filato, la risposta è: zero ore; se invece sto scrivendo, la quantità di tempo va dalle due alle sei-sette ore al giorno. Le battute possono essere 5.000 come 25.000.

Dove scrivi?

Ovunque capiti, preferibilmente a letto o alla mia scrivania. La casa dove ho scritto di più, in biblioteca, è quella di Nasca.

Hai orari precisi?

No: l’unico dato certo è che non ho mai scritto dopo cena. In genere le mie ore migliori sono fra le 10 e le 12 e fra le 14 e le 16.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Di getto.
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Quante riscritture fai?

Propriamente nessuna, nel senso che rileggendo quello che ho scritto (di solito a libro finito, raramente in corso d’opera) mi limito a un’operazione di autoediting molto leggera, e più a togliere che ad aggiungere.

Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

“Giù prima tutto”: la condizione migliore è quando mi sembra di scrivere in trance, sotto dettatura.

Scrivi più libri in contemporanea?

Mai; anzi quando scrivo non riesco nemmeno a leggere.

Carta o computer?

Fino al 2000 carta (a penna), prima “in brutta” poi “in bella”, quindi trascrizione dattilografica; poi penna e computer, alla fine solo computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Fondamentale è l’assenza di estranei e di rumori; dopodiché la luce di una lampada a braccio ed eventualmente un po’ di musica.

Come hai esordito?

Dopo aver trascritto in bella copia il mio primo romanzo (Di bestia in bestia) nel 1982, l’ho “dimenticato” per quattro anni, nel senso che dopo averlo fatto leggere a non più di quattro-cinque persone (fra cui mamma e sorella) ho messo quel manoscritto nell’armado dove tenevo altri miei scritti e i miei disegni. Nell’86, su esortazione della mia prima moglie, lo copiai a macchina e spedii quattro fotocopie del dattiloscritto ad altrettanti piccoli editori; man mano che le copie tornavano indietro (cosa oggi impensabile) le rispedivo ad altri editori un po’ meno piccoli: nell’88, a sorpresa, ricevetti una telefonata di Mario Spagnol, interessato a pubblicare il libro, che uscì infatti nel 1989 da Longanesi.
Oggi sento che molti esordi sono procurati direttamente dagli agenti, e mi sembra un altro mondo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non credo sia cambiato, a parte l’uso del computer.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Non mi viene in mente niente.

“Esisti” online?

No.

~

[27 – continua; le precedenti interviste: Moresco, Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
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  1. […] altresì questa mia intervista a Michele Mari, per i Discorsi sul […]



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