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Discorsi sul metodo – 28: Valerio Magrelli

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Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Il suo ultimo romanzo è Geologia di un padre (Einaudi 2013)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

“Scrittura”, oggi, è per me ciò che riesco a ricavare tra un formulario e un modulo della mia guerra contro la burocrazia. Sono infatti vittima di due burocrazie: quella del corpo e quella amministrativa. Mi spiego: ho subito dieci operazioni con anestesia totale e venti operazioni normali, in media ogni sei mesi sono ricoverato, e quando non lo sono devo fare fisioterapia. Tutto ciò che mi resta, è solo ciò che strappo: ormai direi una mezz’ora al giorno. Non c’è più libertà nella mia vita e mi regolo di conseguenza.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Essendo letteralmente un carcerato senza neanche la certezza dell’ora d’aria, mi sono adattato a prendere appunti sul telefonino, e conquistare così minuti di scrittura nelle sale d’attesa, nelle stazioni, alle fermate degli autobus, senza più alcuna possibilità di fissare un luogo o un orario.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Dato che sono diventato mio malgrado un bracconiere – anzi, un cacciatore-raccoglitore – della scrittura, non posso più prevedere nulla. Ne consegue che il mio lavoro è per lo più di postproduzione. Prendo gli appunti che riesco a prendere, accumulo in mucchietti materiali sparsi, poi riorganizzo. Anche per questo penso di tornare vieppiù alla poesia, maggiormente adatta a un tale approccio. Anzi, ancora meglio: all’alfabeto Morse.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Cesellare, nelle condizioni in cui lavoro oggi, sarebbe impossibile. Per quantmagrelli2o il mio lubrificante sia l’ironia, e per quanto mi esprima per paradossi e secondo l’arte dell’esagerazione di Bernhard, io davvero mi sento calato nel clima spirituale di Ungaretti: queste continue aggressioni della burocrazia sono per me come vivere sotto le bombe. Ne consegue che non solo è cambiato il mio metodo di lavoro, ma anche ciò che produco: se l’unica cosa che conta è l’urgenza, il buttare sulla carta qualche sillaba, il piantare la bandierina, il rampone, almeno un po’ più in là, e poi accucciarsi in attesa della prossima tempesta di merda, non cambia solo come scrivi, ma anche cosa scrivi e come lo scrivi. Ci sono effetti di stile e contenuto, il che è certamente interessante: da giovane sono sempre stato circondato da marxisti, ed essendo un bastian contrario cercavo, pur all’interno della sinistra, di dar loro torto, contestandone il materialismo. Sbagliavo, mi dico oggi: poiché sono diventato io stesso un materialista, del tipo delirante. Conta solo la qualità della vita, mi ripeto, e ciò inevitabilmente esce anche sulla pagina.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sì, in generale mantengo una doppia pista di prosa e poesia, e ancor più da quando lavoro nel modo che ho detto. È appena uscito un mio fuori collana, polemico, contro i gialli, Il commissario Magrelli, che ho scritto in parallelo ad altro.

Carta o computer?

Addirittura telefono. Essenziale è per me oggi la app che traduce direttamente il parlato in testo: ci ho tradotto tutto Il tartufo di Molière, in metrica.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Lei. Dragon dictation. La app che trasforma la mia voce in testo – oggi, per me, la chiave di tutto.

Come hai esordito?

Scrivevo fin da quando ero ragazzino, credo dai dodici-tredici anni. Un giorno lessi sull’Espresso di un convegno di poesia di quattro giorni, che in chiusura avrebbe avuto un evento a iscrizione libera, del tipo “dilettanti allo sbaraglio”. Partecipai, assieme ad altri, e Elio Pagliarani, che era in sala, disse “Io quel gruppo lo pubblico tutto!” Avevo diciotto anni. Ricordo che uno del gruppo era Antonio De Rosa, un bravo musicista; un’altra era Chiara Scalesse, una poetessa che poi ho perso di vista; gli altri non li ricordo più. Pagliarani pubblicò quelle nostre poesie su rivista, io continuai a scrivere e frequentai anche un suo laboratorio, qualcosa di mio uscì anche su Nuovi Argomenti, ma per il libro ci vollero ancora diversi anni: un mio amico, che conosceva il direttore di Feltrinelli di allora, Aldo Tagliaferri, uomo di grande cultura, mi accompagnò a Milano e me lo fece conoscere. Tagliaferri disse che apprezzava il mio lavoro, e in effetti mi pubblicò, ma solo dopo altri tre anni. Così uscii nell’80: avevo ventitré anni, che per un esordiente sono pochi, è vero, ma è anche vero che ero stato in coda fuori dalla sala per cinque anni.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Sono cambiate le dimensioni vitali. Ho cominciato da ragazzo, un liceale che viveva in una tranquilla famiglia borghese, poi sono andato a vivere da solo, poi sono arrivati i figli, i viaggi… La scrittura è rimasta, adattandosi, ma credo di essere sempre stato segnato da un profondo senso di fatica. Scrisse Cardarelli: la mia fatica è mortale. Ne ho fatto il mio motto.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Direi, su tutto il resto, le poesie di John Donne nella traduzione di Cristina Campo. Poi, quelle di Mandel’štam.

“Esisti” online?

Sono telematico a macchia di leopardo: come ho detto, lo smartphone e quella preziosa app oggi mi sono essenziali, inanello letteralmente doppi settenari nel telefonino; dall’altro lato però tutto il resto mi affatica molto: anche solo la posta elettronica. Per questo mi sono tenuto lontano dai social network. Credo sia un errore, specie riguardo la loro evidente utilità nel comunicare direttamente le cose nuove che escono, ma non avendo cominciato per tempo oggi è forse troppo tardi.

~

[28 – continua; le precedenti interviste: Mari, Moresco, Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Commenti
6 Commenti a “Discorsi sul metodo – 28: Valerio Magrelli”
  1. sergio falcone scrive:

    Bastaaa!…

  2. falco sergione scrive:

    Ancoraaaa!…

  3. sergio falcone scrive:

    A chi tanto e a chi gnente!

    Da quanno che dà segni de pazzia,
    povero Meo! fa pena! È diventato
    pallido, secco secco, allampanato,
    robba che se lo vedi scappi via!

    Er dottore m’ha detto: – È ‘na mania
    che nun se pò guarì: lui s’è affissato
    d’esse un poeta, d’esse un letterato,
    ch’è la cosa più peggio che ce sia!

    Dice ch’er gran talento è stato quello
    che j’ha scombussolato un po’ la mente
    pe’ via de lo sviluppo der cervello…
    Povero Meo! Se invece d’esse matto
    fosse rimasto scemo solamente,
    chi sa che nome se sarebbe fatto!

    Trilussa

  4. db scrive:

    forse non ve ne siete accorti, ma è il nostro piccolo heine (nella poesia e nella vita).

  5. gino rago scrive:

    per un tentativo di arricchimento del dibattito in corso, sulla lunghezza d’onda di Sergio F. che anche per Magrelli coincide con la mia, con Trilussa che parla per noi, propongo un frammento di Berardinelli…

    “E Vittorio Sereni chi lo legge? Ci sarà qualcuno che sta imparando da lui? Me lo sono chiesto, in questi ultimi anni, ogni volta che mi capitava di rileggere qua e là “Gli strumenti umani” (1965) e “Stella variabile” (1981). Molti dei poeti italiani delle ultime generazioni si capisce che hanno cominciato a scrivere avendo in mente Penna, Amelia Rosselli, Caproni, Luzi, Giudici o Zanzotto, Pagliarani o Sanguineti, Pasolini e perfino Fortini, o chissà quale poeta straniero tradotto, o meglio chissà quale mescolanza di tutto questo. Ma Sereni? La verità è che dei poeti che ho appena elencato nessuno, singolarmente, ha fatto scuola (forse, per un certo periodo, solo Penna e la Rosselli). L’attuale orizzonte della poesia italiana rende visibili e include diversi presupposti. Anche Gianni D’Elia, Patrizia Cavalli, Valerio Magrelli, Cesare Viviani, Maurizio Cucchi, Patrizia Valduga, Milo De Angelis, Giuseppe Conte sono entrati da tempo nella categoria dei suggeritori, se non dei maestri. Il fenomeno formale più immediatamente visibile è comunque, mi sembra, il patto fra misure metriche tradizionali ri-usate (molti endecasillabi e settenari, molte rime, parecchi sonetti) e una discorsività a volte più esplicita e controllata, a volte simulata e informale: monologhi fra il teatrale e lo pseudoraziocinante.

    Lo si vede bene se si legge l’antologia “Parola plurale” (pp. 1177, euro 20) uscita qualche mese fa dall’editore Luca Sossella, a cura di diversi autori, con due prefazioni generali di Andrea Cortellessa e Paolo Zublena. Un’antologia così voluminosa per poeti degli ultimi trent’anni, come pure i troppi Meridiani dedicati a Pasolini e a Calvino, fanno capire che in diversi casi cruciali la critica sembra paralizzata, non riesce a decidersi, è incapace di selezione. Più che scegliere si tende a fotografare tutto quello che c’è, a restituirlo al lettore così com’è, con sovrabbondanti introduzioni, chiose e glosse. Forse è nata una nuova etica letteraria politicamente corretta, che consiste nel togliere ai critici ogni delega, perché si pensa che nessuno abbia il diritto di giudicare al posto di altri, il lettore è libero e sovrano, sarà lui a decidere che cosa gli piace e che cosa no, di chi fare un mito e chi ignorare. La Democrazia Letteraria di cui parlava anni fa Vittorio Spinazzola è in corso di realizzazione progressiva. Non si possono accusare i curatori dell’antologia “Parola plurale” di non aver fatto scelte e di non aver selezionato. Mi sono accorto subito di alcune assenze che credo ingiuste: per esempio quelle di Giorgio Manacorda, Anna Maria Carpi, Bianca Tarozzi, Alida Airaghi, Alba Donati. Eppure, anche così, siamo a ben sessantaquattro poeti. Non pochi, se si pensa che la classica antologia di Pier Vincenzo Mengaldo ne includeva cinquantuno, partendo dall’inizio del Novecento e arrivando a Giovanni Raboni.

    I poeti sono tanti, forse troppi. Ma ho l’impressione che i romanzieri siano di più. Anche perché, mentre la poesia è sempre di più autogena, si genera da se stessa, anche se nessuno la vuole leggere, né pubblicare, né recensire, la narrativa è invece da vent’anni il genere editoriale di gran lunga più desiderato, il solo, anzi, dotato ancora di un potente, spesso illusorio, magnetismo.

    Torno al punto di partenza. Chi legge Sereni, chi impara oggi da un poeta come lui? Di Sereni si parla poco. Ma credo che il suo molto particolare linguaggio poetico, in sordina, a basso regime lirico, con qualche improvvisa accensione quasi inconsulta e con molta semi-prosa appena versificata, sia tuttora uno dei modelli italiani più mediamente praticabili, in via ipotetica e sperimentale, per chi voglia dire qualcosa nel genere letterario chiamato poesia. Sereni non gioca mai. Sembra perfino, a volte, un po’ stentato e quasi goffo. Nessun virtuosismo. Il minimo di parole, niente più del necessario. Eppure ragiona, monologa, descrive, racconta, nonostante sia pieno di dubbi e perplessità, anche e soprattutto a proposito di se stesso in quanto poeta. La sua ben nota poesia intitolata “I versi” si apre con questa constatazione desolata: “Se ne scrivono ancora”. Sereni non ha mai vestito l’abito del poeta. Non si è comportato né ha scritto come chi abbia ricevuto doni, investiture e privilegi speciali dalla poesia in persona.

    Ma finalmente dovrò dire perché mi sono messo a pensare a Sereni. È perché ho letto “Il cielo di Marte” (Einaudi, pp. 66, euro 9,50), libro di esordio di Andrea Temporelli, come apprendo dalla quarta copertina, che purtroppo, però, non dà nessun’altra notizia sull’autore, neppure la data di nascita. Temporelli ha scelto per il suo libro un’epigrafe da Sereni. Deve essere per questo che ho notato subito la derivazione, le somiglianze, l’andamento raziocinante di Temporelli, i passi virgolettati, le allusioni dialogiche, il flusso metrico-prosastico, con gli endecasillabi e i settenari come misura costante che si percepisce quel tanto che serve per trainare la lettura e dare dinamismo al monologo. Ma oltre che agli “Strumenti umani” di Sereni, ho pensato a un altro libro fondamentale, uscito in quegli stessi anni (1963), cioè “Nel magma” di Mario Luzi, il suo migliore, il più audace e innovativo, il più vicino al racconto e al teatro, dopo l’originaria fase ermetica e prima della dilatazione cosmologica di tutti gli ultimi libri. In effetti, anche o proprio nei momenti più intensi, Temporelli dimostra di avere un’eloquenza, un impeto che fanno pensare più a Luzi che a Sereni: monologhi drammatici di una voce in scena che non si dà limite, tende a una totalità di discorso, vola alto e precipita. Rischia l’oratoria, ma rischia.”

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  1. […] Sulla Lettura in edicola questa settimana, un mio lungo pezzo sui Fucili di William T. Vollmann; su minima & moralia, un nuovo Discorso sul metodo, con Valerio Magrelli. […]



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