4sepia

Discorsi sul metodo – 3: Emmanuel Carrère

4sepia
(Le precedenti interviste, a Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín, Vásquez, Egan, McGrath e Greer, possono essere lette qui e qui).

* * *

Emmanuel Carrère è nato a Parigi nel 1957. Il suo ultimo libro edito in Italia è La settimana bianca (Adelphi 2014, apparso in Francia nel 1995).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho quantità fisse di battute o parole, dato che sia il tempo che la produttività dipendono molto, anzi completamente, dalla fase dei lavori in cui mi trovo.
Quando sono all’inizio di un libro, è tutto molto difficile e poco produttivo, devo letteralmente forzarmi per scrivere o anche solo mettermi alla scrivania, e anche quando ci riesco vado lentissimo e non riesco neanche a fare sessioni lunghe, faccio massimo tre o quattro ore, e producendo pochissimo.
Quando però invece il romanzo inizia a girare, cambia tutto, da lì in poi posso fare, e faccio, anche sessioni lunghissime, cerco di isolarmi, se c’è la possibilità me ne vado pure da Parigi, ho una casetta in Grecia dove vado a scrivere, oppure vado da un mio amico che ha una casa in un villaggio della Svizzera, e lì lavoro a tempo pieno, completamente isolato, tutto il giorno, con sessioni di scrittura ininterrotta anche di otto ore, ma è una cosa che posso fare solo quando il lavoro è in una fase molto avanzata – solo dopo, diciamo, due terzi del da farsi, entro in questo stato di esaltazione e totale fiducia che mi permette di buttarmi a corpo morto nella scrittura.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Nelle fasi preparatorie a casa mia, in genere o mattina o pomeriggio, senza troppa rigidità. Nelle fasi di chiusura, in uno dei miei posti isolati, e per tutto il tempo possibile.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

In genere quando ho un’idea che mi sembra buona comincio subito a scrivere. Tendo a non fare diagrammi o schemi prima di cominciare a scrivere dato che in genere scopro la vera forma del libro mentre lo scrivo, a volte capita anche quando mi sembrava di essere parecchio avanti.
La parte più fastidiosa per me è la lavorazione della prima bozza, ci metto sempre molto, e con molta fatica, ad arrivare a qualcosa che mi “mostri” dove può effettivamente andare il libro. Giunto a quel punto, poi, sì, faccio anche schemi, e da lì anzi comincia la parte della scrittura che veramente mi piace: amo molto editare, manipolare, spostare parti di testo, tagliare o aggiungere. Quando ho molto materiale su cui lavorare mi diverto, mentre la parte puramente generativa è sempre più dolorosa, mi sembra di essere un cieco che avanza a tentoni e non mi piace per niente.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

No, per le ragioni suddette cerco di arrivare a una bozza di qualche genere prima possibile, anche se rozza, anche se relativamente priva di una vera direzione, e solo a quel punto lavoro di precisione.
L’unica concessione che faccio a questo modus operandi è il rileggere le ultime pagine fatte il giorno prima, a  volte anche ritoccandole, ma è un processo che serve più che altro per ritrovare fiducia, per ricordarmi che, ehi, sì, ho fatto, sto facendo qualcosa di sensato.
220px-Emmanuel_Carrère_2
Scrivi più libri in contemporanea?

In generale direi di no, ho sempre cercato di lavorare a un libro alla volta, ma le cose pian piano sono cambiate. Di fatto, a ripensarci, tutti gli ultimi libri che ho scritto sono partiti da una bozza o da un mucchietto di pagine che avevo abbandonato e lasciato da parte per fare altro o perché mi ero scoraggiato. Adesso che sono più vecchio e questo tipo di materiali si stanno accumulando, finisce per andare sempre a questo modo, e dunque si può dire che abbia sempre più libri in lavorazione in contemporanea: è diventato quasi un involontario metodo, quello di aprire nuovi fronti, portarli avanti per un po’, poi mollarli per qualche mese o anno e infine riprenderli, e farne finalmente libri compiuti.

Carta o computer?

Assolutamentre solo computer. Al massimo prendo appunti o faccio qualche schema su un quaderno, ma è davvero una cosa marginale. Pensa infatti che neanche stampo mai – in effetti non possiedo proprio una stampante – mi piace, e mi è utile, pensare il materiale come completamente manipolabile fino all’ultimo momento.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Più che un rito è una costante: tutti i giorni, da sempre, mi è difficile cominciare. Succede ogni volta, mi metto al tavolo e non ho nessuna voglia di cominciare a scrivere, così passo qualche minuto lì fermo, lottando con questa difficoltà e cercando di trovare il coraggio e la voglia per mettermi sotto.

Come hai esordito?

Il primo libro che scrissi era un raccolta di racconti e venne rifiutato da tutti gli editori a cui lo mandai. È rimasto inedito, e se allora la cosa mi diede molto fastidio, oggi invece dico meno male, dato che me ne vergognerei tantissimo.
Dopo quei racconti scrissi il primo romanzo, e anche pubblicare quello non fu proprio facile, presi la mia quantità di rifiuti e ci volle un po’, ma dato che poi uscì mi posso considerare abbastanza fortunato in tal senso.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Sono un po’ più sicuro di me e dunque mi dispero meno quando vedo che prendo un vicolo cieco. A quei tempi, e durante tutti i miei primi anni di carriera, pensavo continuamente che non ce l’avrei fatta, mi sentivo continuamente finito come scrittore ogni volta che sbagliavo qualcosa, ogni volta che iniziavo un progetto che non portava a niente. Adesso sono più tranquillo, perché l’esperienza mi ha insegnato che ci si può sempre riprendere, che si possono sempre trovare nuove direzioni.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Direi su tutto A sangue freddo di Truman Capote, un libro decisivo, che mi colpì enormemente. Poi anche i romanzi di Stevenson, in particolare direi Il signore di Ballantrae… Ora, a pensarci bene non è propriamente un modello di costruzione, di struttura, ma ciò non toglie che sia una costruzione che amo.

“Esisti” online?

No, non ho spazi online di alcun genere.

[III – continua]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Commenti
5 Commenti a “Discorsi sul metodo – 3: Emmanuel Carrère”
  1. La storia dei rifiuti sui primi testi mandati agli editori ritorna come una costante su varie biografie di scrittori e scrittrici. Per il resto, prevale anche qui un’umiltà percepibile fra molti dei grandi. Molto simpatica, poi, l’idea della casetta in Grecia, ce l’avessi anch’io….:)

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Tornano i Discorsi sul metodo: stavolta ho fatto due chiacchiere con Emmanuel Carrère. […]

  2. […] questo caso, anche della sede fiorentina della NYU. Le precedenti interviste possono essere lette qui, qui e […]

  3. […] – continua; le precedenti interviste possono essere lette qui, qui, qui e […]

  4. […] Una gran fatica per cominciare, niente diagrammi o schemi preparatori, solo computer e niente carta, nessuna presenza online. Tutto segnato da un’umana, continua ricerca di fiducia in se stesso: è la ragione principale per cui rilegge le pagine scritte il giorno prima. Di questi e altri aspetti del suo modo di scrivere parla in un’intervista su Minima&Moralia. […]



Aggiungi un commento