740px-Jonathan_Lethem_Occupy_Wall_Street_2011_Shankbone

Discorsi sul metodo – 4: Jonathan Lethem

740px-Jonathan_Lethem_Occupy_Wall_Street_2011_Shankbone

(Le precedenti interviste possono essere lette qui, qui e qui).

* * *

Jonathan Lethem è nato a New York nel 1964. Il suo ultimo libro edito in Italia è I giardini dei dissidenti (Bompiani 2014)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non conto più le ore né le battute, ma ho una regola semplice e inderogabile. La mia regola è: scrivi tutti i giorni. Se ogni giorno faccio qualcosa per il libro in lavorazione, che siano quarantacinque minuti o sei ore, che sia un paragrafo o due pagine, allora mi sento a posto con me stesso.

In genere, di solito, faccio una pagina al giorno, sulle duemila battute, ma se faccio di meno, anche per più giorni consecutivi, non mi interessa, l’unica regola è quella dello scrivere tutti i giorni, a ogni costo. Poco più di due mesi fa ho mancato un giorno e mi è dispiaciuto molto. Adesso sono sessantaquattro giorni che vado bene, spero di continuare*.


Dove scrivi? Hai orari precisi?

Le mie ore di scrittura sono di solito quelle della mattina, prendo il caffè, guardo la posta e a volte rispondo se ce ne sono di urgenti, ma poi cerco di cominciare il prima possibile. Di solito funziona, non ho una cattiva disciplina. Il luogo in cui scrivo cambia sempre, recentemente in California era una stanzina tipo monastero, ma di solito a casa ho una stanza con una finestra e una bella vista, che aiuta. Adesso che sono per un po’ qui a Firenze vado anche all’aperto, nei giardini di Villa la Pietra o della città perché è molto bello, ma a conti fatti non sono legato al luogo, posso fare il mio anche in una stanza d’albergo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

A volte è necessario fare lavoro strutturale prima di cominciare a scrivere. Una cosa che faccio sempre, ad esempio, è una lista dei capitoli che già “vedo”, ovviamente non c’è una volta in cui non si riveli clamorosamente incompleta, ma resta comunque una mappa molto utile.

In realtà se potessi vorrei evitare questa fase, sono sempre più convinto che la scrittura di getto abbia altre interessanti virtù, ma finora non sono mai riuscito ad abbandonare del tutto gli schemi. Oggi cerco di farne il meno possibile, quello sì. Li butto giù e appena mi sembrano sufficienti li appiccico al muro e cerco di attaccare a scrivere subito.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Non sono tipo da bozza scritta di getto. Tendo senz’altro e inevitabilmente a lavorare e rilavorare ogni pagina, riguardandola, rileggendola e ritoccandola centinaia di volte mentre lLethem author photo cred Mara Faye Lethema scrivo. Il computer lo permette. In effetti a causa del computer il mio processo creativo è cambiato completamente.
Seguendo questo procedimento faccio in genere due riscritture dell’intero testo, entrambe molto accurate, e poi vado per la terza che è quella definitiva.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sarebbe bello, infatti a volte ci provo ma finisco sempre per lavorare a un libro per volta.

Carta o computer?

Pur avendo cominciato su carta oggi lavoro, schemi a parte, esclusivamente al computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Cerco di limitarli perché poi finisco per esserne vittima. Ho una maglia fortunata che comprai per 25 cent nel 1983. Ecco, la maglia fortunata deve essere rigorosamente indossata.

Come hai esordito?

Ci sono voluti dieci anni di invii, rifiuti e riscritture: non avevo contatti di alcun tipo nel settore, né tantomeno vantaggi come, che so, l’essere già noto per qualche altro motivo, dunque è stata dura. Molto, molto dura.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Be’ direi che è cambiato tutto. Non tanto perché sono cambiato io quanto per i cambiamenti del mondo intorno. I miei primi tre romanzi li ho scritti su macchina da scrivere – sì, sono così vecchio – e a quei tempi una bozza era una cosa estremamente “fisica”, era un oggetto – e molto importante – e dunque ti ci rapportavi in modo diverso, anzi aveva proprio una funzione diversa. “Rifare la bozza” significava distuggerla e rifarla. “Fare una riscrittura” significava ribattere tutto per intero mentre cambiavi le cose che volevi cambiare. “Rifare un paragrafo” voleva dire rifare una pagina. Si capisce dunque che il rapporto col testo era molto diverso. Per lo più era peggio, intendiamoci, però era un approccio che, scopro adesso, aveva le sue cose da insegnare, tant’è che a volte, quando insegno scrittura, consiglio agli aspiranti di provare almeno una volta nella vita a scrivere a macchina o almeno a stampare e poi riscrivere ricopiando dal testo stampato, senza riaprire il file.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Senza dubbio un libro di W. Somerset Maugham, La resa dei conti: lo lessi e mi diede la prima vera idea di come pensa uno scrittore, di come “deve essere” uno scrittore. Mi sa che se lo rileggessi oggi neanche mi piacerebbe, anzi a pensarci bene sicuramente no, ma allora fu assolutamente decisivo.

“Esisti” online?

No, non pubblico testi online e non ho profili di alcun genere: ho deciso di rinunciare a Twitter e Facebook e usare quel tempo per avere, invece, dei figli.


* diciotto giorni dopo l’intervista, reincontrando Lethem, ha confermato di essere adesso a 82.

 

[IV – continua]

 

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Commenti
5 Commenti a “Discorsi sul metodo – 4: Jonathan Lethem”
  1. Paolo Cognetti scrive:

    Lethem è nato nel ’64. Già cinquanta sono tanti, non aggiungiamone ancora…

  2. davide calzolari scrive:

    mi pareva infatti!

  3. Vanni Santoni scrive:

    righto. errore derivato dal copia incolla del template usato per carrère (nato nel +57). graz.

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] – continua; le precedenti interviste possono essere lette qui, qui, qui e […]

  2. […] tre mie nuove interviste per la serie dei Discorsi sul metodo: Jonathan Lethem, Georgi Gospodinov e Vendela […]



Aggiungi un commento