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Discorsi sul metodo – 5: Georgi Gospodinov, Vendela Vida

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Georgi Gospodinov è nato a Yambol nel 1968. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è Fisica della malinconia (Voland 2013)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Sono uno scrittore pigro, lo dimostra il fatto che ho scritto due romanzi in dodici anni. Tra l’altro mi sono formato come poeta, mi considero ancora un poeta, e nella poesia questo tipo di approccio quantitativo funziona meno. Quando scrivo un romanzo, in ogni caso, sono quasi lento come con la poesia: comincio cercando di trovare una voce appropriata, ed è un processo lentissimo, cerco di seguire la voce andando avanti, facendola parlare, procedo senza editare, frase per frase, il suono della frase è tutto, ci si sposta sempre e solo frase per frase finché la linea si assesta, e da lì si genera il romanzo. Le ore di lavoro sono quindi variabili e non ho un limite minimo di battute, è più una ricerca, non avrebbe senso per me forzarla, l’importante è che proceda un poco ogni giorno. Sono consapevole che questo approccio si traduce in tempi di scrittura che per altri sarebbero inaccettabili.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Quando ero più giovane preferivo scrivere di notte, tutta la notte, ma invecchiando mi sono spostato più sulla mattina, non mi piace molto ma devo ammettere che le pagine buone vengono più spesso di mattina. Siccome però continuo ad amare, se non le notti, almeno i pomeriggi, in genere la mia giornata di lavoro è articolata su due momenti: prima tutta la mattina, poi 15:00-17:00.
Posso scrivere ovunque perché scrivo su carta, ho un quadernino “analogico”, molto piccolo, che porto sempre con me, quindi posso scrivere ovunque, anzi devo scrivere ovunque perché non sono un tipo da studio, da ufficio, da casa, no no, non ce la posso fare, mi piacciono i posti affollati, i bar, le strade, devo veder passare la gente, devo vedere un minimo di casino, di interazioni, per evocare le idee e le immagini. L’ultimo libro, Fisica della malinconia, l’ho cominciato a Berlino, continuato in Croazia, finito in Austria, sempre in giro, sempre per strada.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Georgi Gospodinov
Ah sì, si ci provo ogni volta: faccio di tutto, schemini, diagrammi, a volte anche dei disegnini delle varie scene, ma poi non li seguo mai, vado altrove senza riuscire a prevedere cosa succede perché la verità è che nel mio caso solo la lingua tira la carretta. Però li faccio sempre. Assolutamente.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Dato che vado lentissimo, di solito ottengo delle bozze discrete, a parte l’inizio che quasi sempre è roba che è servita più che altro a trovare il passo e la voce, e che poi faccio fuori. Poi naturalmente trascrivo tutto editando, e già cambia molto. Fatto ciò, lo faccio editare a mia moglie. L’ultimo libro l’ho fatto editare anche a mia figlia che ha sette anni, ovviamente non le ho dato il manoscritto, ma le ho fatto una serie di domande, passo per passo, periodo per periodo, cose tipo “ma se questo personaggio fa questa cosa qua, è realistico o pretenzioso?” E mi trascrivo le sue risposte. Mi piace il punto di vista infantile, è una specie di oracolo.

Scrivi più libri in contemporanea?

Se consideriamo anche i libri di poesia, sì. I romanzi no, i romanzi uno per volta.

Carta o computer?

Solo carta, prima della bozza finale.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Il quadernino deve essere quello. Poi uscire. Sono un tipo malinconico, se mi metti in una stanza vado fuori di testa oppure mi deprimo. Devo stare in giro per scrivere.

Come hai esordito?

A quei tempi ero solo poeta, anche se come poeta ero abbastanza famoso; partecipai a un concorso per romanzi dicendomi “vabbè provo, se non vinco va bene lo stesso, tanto sono poeta non è mica roba mia…” Invece Romanzo naturale vinse, e non solo: ebbe pure successo, vendette, venne tradotto in ventitré lingue, e da lì dovetti accettare di pensarmi anche come romanziere. Direi quindi che andò tutto subito benissimo, anche troppo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non ho cambiato granché, a parte i tempi. Quel primo romanzo lo scrissi velocemente, anzi a esser sincero lo tirai giu in tre mesi. Era la prima volta, buttai giù tutto d’istinto, neanche mi rendevo conto di tutte le questioni connesse alla realizzazione di un romanzo.
Col secondo invece diventò tutto lentissimo, per la pigrizia, certo, ma anche perché improvvisamente ero diventato un romanziere, era diventata una cosa seria, e allora presi a pormi problemi e questioni di ogni genere. A livello metodologico però è rimasto tutto uguale, anche ora che sto scrivendo il terzo: parto sempre da una voce, e quella voce genera sempre frammenti sparsi, che poi pian piano sviluppo e collego.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Borges, direi anzitutto Borges. Cose come Borges e io. Scrittura naturale, pura, senza generi, senza limiti o caselle. Ecco se c’è una cosa di cui sono sicuro è che non esistono generi e categorie, il romanzo è oggi qualcosa che può andare ovunque e ibridarsi con tutto, non è mai “ariano”, così come non lo sono mai gli esseri umani.

Esisti” online?

Ho Facebook ma lo uso in modo molto normale, ci tengo soprattutto i rapporti con i miei amici e poi ovviamente metto annunci di presentazioni o link a recensioni, cosa che a volte mi porta a comunicare direttamente con qualche lettore ma tutto a livello molto informale. Mi piace quando un tizio che non conosco arriva su Facebook e dice la sua su un mio libro.

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Vendela Vida è nata a San Francisco nel 1971. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è Le luci del nord cancellino il tuo nome (Mondadori 2008).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non posso dire di scrivere un numero di ore fisse, ma sono rigorosa sulle ore di lavoro. Mi piazzo nello studio dalle 09:00 alle 17:00, poi quando sono lì faccio di tutto, leggo, faccio ricerche, e lo chiamo lavoro così sto a posto con me stessa. Poi ovviamente quando entro nel vivo di un romanzo questo tempo diventa pian piano tutto dedicato alla scrittura, e a volte sforo anche le otto ore.
In generale mi do un minimo di 500 parole al giorno, in inglese sono circa 2500 battute. Si tratta di un limite minimo sotto al quale considero inammissibile stare, ma nei giorni clamorosamente buoni a volte arrivo anche a 2500 parole – 7500 battute – risultato sopra al quale in genere non vado.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo sempre nel mio studio, in casa, in orario da ufficio. La stanza ha delle porte tipo fienile, le sbarro e non esco finché non sono passate le otto ore.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Di solito va così: comincio a scrivere, tanto per sgranchirmi ed evocare qualche immagine. Poi dopo aver fatto qualche pagina, butto giù su carta una struttura piuttosto vaga, divisa per “atti”, come se fosse un testo teatrale: non capitoli quindi, ma solo delle macroaree in cui sono definiti i movimenti centrali del romanzo. Da lì riprendo a scrivere e mentre vado avanti genero e mi appunto una struttura più dettagliata. Non mi piace fare diagrammi troppo precisi prima di essere avanti coi lavori, perché trovo particolarmente proficui quei momenti in cui le cose prendono una direzione diversa da quella immaginata. Capita a volte di gettare delle basi che si credono solide ma il cui scopo è in realtà solo il lasciar germogliare qualcosa d’altro che all’inizio non si era previsto: ecco, una griglia troppo rigida limiterebbe questo processo.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Faccio parte di un gruppo di scrittura con altri sei romanzieri. Non scriviamo insieme ma ci teniamo in costante contatto e quando iniziamo un nuovo romanzo cerchiamo di fare un primo blocco, già piuttosto compiuto, di cinquanta pagine, un centinaio di migliaia di battute. A quel punto lo passiamo da leggere agli altri. Se dicono che va bene, allora ci si può rimettere a scrivere. Per quanto mi riguarda, cerco di fare queste prime cinquanta pagine cesellatissime, altrimenti mi vergogno a darle a leggere ai miei colleghi… Quando poi mi danno il placet, tendo invece a lavorare a dritto senza far revisioni finché non ho finito tutta la bozza.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sì, anche in questo momento sto lavorando a due libri, anche se poi il lavoro si divide comunque a blocchi, qualche mese uno, qualche mese l’altro, difficile che lavori a entrambi nello stesso giorno. Forse ne metterei in campo anche di più se non avessi le riviste a cui star dietro.

Carta o computer?

Tutti e due. Quando comincio, scrivo per un bel pezzo su carta, per trovare le voci e l’energia giusta. Appena vedo che c’è qualcosa di definito e chiaro, che il romanzo, insomma, esisterà, passo al computer e ci rimango.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Devo avere la mia tazza di caffè accanto fin da subito così non perdo tempo e non mi distraggo per andare a prenderla. Un’altra cosa fondamentale è rileggere le ultime righe scritte il giorno prima.

Come hai esordito?

Il mio primo libro era un lavoro di non fiction, e non è stato facile pubblicarlo. Si trattava della mia tesi per il master in scrittura creativa ed era la storia di riti d’iniziazione di vario genere superati da una ragazza californiana. Mi pareva fosse un buon lavoro, così cercai un agente – la cosa in America non è semplice, dato che la pubblicazione dipende per lo più dagli agenti e quindi il lavoro di “filtro” lo fanno loro – e dopo non molto tempo uno mi invitò nel suo ufficio: ero felicissima perché pensavo di aver già svoltato, invece quello mi disse “guardi signorina, il suo lavoro è interessante ma per farne veramente un libro bisogna riscriverlo, facendolo non su questo caso singolo, ma su tutti gli Stati Uniti”. Da un lato fu una tegola, dall’altro pensai che si era aperta una finestra di possibilità e dunque andava sfruttata. Mi misi sotto e scrissi questo grosso libro sui riti d’iniziazione femminili in America, dalle gang di strada alle sorority ai gruppi pagani e wicca, che diventò poi il mio libro d’esordio.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Semplicemente ho smesso di fare non fiction. La verità è che mi irritava dovermi attenere alle fonti e alle interviste, perché mi venivano continuamente in mente modi per “far fare” ai personaggi cose più interessanti, ma ovviamente non erano personaggi in quel senso e non si poteva, così da allora ho deciso di scrivere solo fiction.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Quando ero all’inizio mi colpì molto L’amante di Marguerite Duras, alternava prima e terza persona in modo molto efficace, e anche strutturalmente il suo dividere tutto in paragrafi aveva effetti interessanti a livello di accessibilità, ma su tutto mi colpì  l’urgenza che vi si respirava, il senso di necessità che traspariva da quel particolare uso di prima e terza persona.

“Esisti” online?

Non ho presenza sui social, c’è una Vendela Vida su Facebook ma non sono io. Se non avessi The Believer penso che avrei sicuramente un mio blog e magari anche dei profili social, ma adesso non mi servono dato che i lettori mi trovano quando vogliono attraverso la rivista, che ha un suo sito e suoi account sui social network.

 

[V – continua; le precedenti interviste possono essere lette qui, qui, qui e qui]

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