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Discorsi sul metodo – 9: Leopoldo Brizuela

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Leopoldo Brizuela è nato a La Plata nel 1963. Il suo ultimo romanzo edito in Italia è Una stessa notte (Ponte alle Grazie 2013)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Devo fare tre pagine di quaderno. Circa 4500 battute. Se ce la faccio, mi sento moralmente a posto. A quel punto posso andare oltre, se vi è una forte urgenza o sto chiudendo il testo, oppure andare a bighellonare tutto il giorno. Sono molto belli i giorni in cui chiudo le tre pagine velocemente. Non succede spesso.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo a casa. Comincio subito, all’alba, sempre. L’orario in cui finisco invece è variabile, dato che dipende da quanta difficoltà incontro nel finire le mie tre pagine obbligatorie, o di quanto ho voglia di andare oltre di esse.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Di solito quando comincio un romanzo, per prima cosa prendo degli appunti per inquadrare i capitoli, un minimo di struttura e le idee a cui voglio arrivare. Ma sono cose veramente schematiche, minime. Ogni mio romanzo nasce in realtà da un’immagine che mi appare in testa e che covo a volte anche per anni, facendola crescere ed evolvere. Quando ho l’impressione che abbia abbastanza forza, allora comincio con questi appunti e subito dopo con la scrittura. Dopo che la prima bozza è completa, allora sì, faccio schemi dettagliati dell’architettura del libro e di tutti gli elementi della narrazione.brizuela_c_sebastian_freire_2

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Faccio una prima bozza schifosissima, quasi senza revisionare, perché per inquadrare poi la vera struttura che avrà il libro ho bisogno di avere più o meno tutto davanti a me. Dopo di ciò, e ripeto che si tratta di qualcosa di molto rozzo, scritto velocemente e senza troppa cura, passo invece moltissimo tempo ad aggiungere, togliere, collegare, e anche a completare il libro scrivendo nuove parti. Se cercassi di ottenere subito pagine buone, produrrei poco e perderei il morale, il fiato e la forza. Invece in questo modo mi trovo di fronte abbastanza presto qualcosa che, per quanto scombinato, è comunque un romanzo, e allora è naturale essere motivato a metterlo a posto e raffinarlo fino al compimento.

Carta o computer?

Carta, carta, è troppo meglio per la mente. Inoltre, cosa che non ho detto prima, scrivere prima su carta include un’altra fase molto utile, quella in cui si ricopia dalla carta al computer. Tale fase può essere molto fertile, ricopiando vengono nuove idee in modo piuttosto fluido.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Comincio a scrivere, e scrivo, con rituali precisi e immutabili. Innanzitutto scrivo sempre e solo nella stessa stanzetta. Poi ci sono tante piccole cose che faccio sempre, ogni mattina – intendiamoci, si tratta di cose banali, identiche a quelle che fanno tutti, ma le faccio in un ordine e secondo modalità esattissime, tanto che finiscono per costituire una sorta di piccola ipnosi, mi aiutano a entrare in uno stato alterato di coscienza ideale per la scrittura.

Scrivi più libri in contemporanea?

Quando capisco che sto per finire un romanzo, ne comincio un altro. Mi fa orrore, anzi mi spaventa proprio, l’idea di non avere una cosa su cui lavorare. Quindi sì, esiste ogni volta un momento in cui lavoro parallelamente a due diversi libri, anche se stanno sempre a differenti livelli di sviluppo. In realtà questa sovrapposizione ha anche una sua precisa utilità, poiché permette di cominciare a pensare al secondo libro senza drammi, visto che si sta ancora lavorando “seriamente” a quello da finire.

Come hai esordito?

Ai miei tempi in Argentina l’unico modo per arrivare a pubblicare era grazie alla vittoria di un premio per esordienti, simile al Premio Calvino che avete in Italia, ma con in più la garanzia assoluta della pubblicazione. Si trattava di una spada a doppio filo: vincere era molto difficile, dovevi mettercela tutta e prepararti a terribili fallimenti, anche a rinunciare all’idea di fare questo mestiere. Ma non solo: se poi vincevi, se da un lato quel tipo di esordio ti lanciava subito in modo forte, dall’altro ti metteva molta pressione. Esordii a ventidue anni, ero terrorizzato.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

È cambiato soprattutto il fatto che ho capito come scrivo. Ho una consapevolezza metodologica che prima non avevo neanche lontanamente. Poi c’è anche il fatto che dopo qualche libro la scrittura più che un’abitudine diventa proprio il modo in cui stai al mondo. All’inzio è sempre qualcosa che fai tanto per fare, come altre, poi diventa né più ne meno tutto quello che sei. Ai tempi della crisi in Argentina non c’erano più editori, non c’era più una persona che comprasse un libro, non c’era niente. E noi però scrivevamo lo stesso, io ero giunto al punto di pensare che se perdevo la scrittura ero morto, mi definiva come essere umano, non potevo assolutamente smettere.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Quando avevo diciassette anni lessi Carson McCullers. Tutto il suo lavoro strutturale era perfetto. Per la prima volta sentivo un’architettura di tipo, azzarderei, musicale, tra i capitoli e le parti, come una sinfonia. Leggendo McCullers compresi che un romanzo non era fatto solo dalla storia e dalla lingua, ma anche, e non meno, dalla struttura, quindi sì, sicuramente lei. Poi Flannery O’Connor, la scoprii in The art of the short story e leggerla mi ha insegnato tantissimo.

“Esisti” online?

Sì, ho account personali nei principali social ma interrompo l’uso quando scrivo. Quando sono in fase di scrittura li blocco proprio – ho paura che possano consumare energia mentale che andrebbe nei romanzi – e li riprendo in mano quando il libro esce e comincio a promuoverlo, anche se non sono molto bravo a usarli in tal senso.

[9 – continua; le precedenti interviste possono essere lette qui, qui, qui, qui, qui, quiqui, e qui]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Commenti
3 Commenti a “Discorsi sul metodo – 9: Leopoldo Brizuela”
  1. Cornetta Maria scrive:

    Lo scrittore è lo scenografo della parola. Il testo è già dentro e la mano si limita ad eseguire ciò che le detta la mente (nel mio caso, anche il cuore). Mi capita, qualche volta, di rileggere i racconti che scrivo di getto e di scoprirli assolutamente perfetti e conformi a quello che volevo esprimere. Sono vivi, hanno un’anima e so che riuscirò a creare empatia col lettore, l’unica cosa che m’importi. E’ il mio modo di tendergli la mano, di cercarne il contatto, di trasmettegli amicizia e solidarietà. ..Perché quest’esigenza? L’ho chiesto a mia figlia che è psicologa:- hai un forte istinto materno:- mi ha risposto, dandomi un buffetto, con un sorriso. E’ vero, i miei racconti hanno la sola pretesa d’ispirare l’amore che provo per gli altri…Come una mamma universale!

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