Nick Cave

Disegnare Nick Cave: intervista a Reinhard Kleist

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Oggi Nick Cave compie 60 anni: lo festeggiamo con un’intervista di Pierluigi Lucadei a Reinhard Kleist, fumettista autore della biografia Mercy On Me, in arrivo in Italia edita da Bao Publishing.

Sessant’anni vissuti pericolosamente, quasi tutti in compagnia della sua musica, Nick Cave è il maudit per antonomasia del rock. Ovvio che Reinhard Kleist, fumettista tedesco specializzato in biografie di uomini eroici e tragici (ricordiamo almeno le sue biografie di Johnny Cash e di Fidel Castro), abbia voluto misurarsi con la sua parabola esistenziale ed artistica. Mercy On Me, che sarà pubblicato in Italia nelle prossime settimane da Bao Publishing, è una graphic novel che Kleist ha costruito come una tracklist potente ed onirica, disegnando e raccontando Nick Cave a partire dai personaggi delle sue canzoni e dei suoi romanzi. Gli abbiamo chiesto perché.

Che tipo di esperienza è stata disegnare Nick Cave?

La descriverei senza dubbio come un’esperienza difficile. Fin dall’inizio mi era chiaro che non potevo procedere in modo semplice e lineare, raccontare la biografia di Nick Cave semplicemente dalla A alla Z non mi avrebbe permesso di mostrare l’artista che è. Allo stesso Nick non erano piaciuti i miei primi approcci, così ho avuto una strana idea, quella di lasciar raccontare la sua vita dai personaggi che lui ha creato. Il processo di scrittura è stato estremamente lungo e doloroso, questo tipo di impianto mi ha messo davanti molti ostacoli da fronteggiare, ma alla fine credo che il lavoro fatto abbia reso la narrazione molto potente e molto più vicina all’artista che volevo raccontare. Anche se il lettore sarà costretto ogni tanto a tornare indietro di qualche pagina e a rileggere alcune parti più volte.

Così alto e dinoccolato, con dei tratti facciali molto marcati, in qualche modo Nick Cave è già un fumetto di per sé…

Esatto, è proprio così! Non è un soggetto molto difficile da disegnare. E infatti esistevano già dei fumetti che usavano Nick Cave come personaggio: il mio preferito è Dr. Cave (di Krent Able, ndr). La cosa difficile è trasferire sulla pagina disegnata la potenza della sua musica. Per questo mi sono concentrato soprattutto sulle canzoni narrative, come Cabin Fever o Hallelujah, e ho scritto la gran parte della biografia illustrando queste canzoni. E ci sono delle tavole in cui la forza della musica si percepisce chiaramente, come quella con le liriche che tagliano le teste del pubblico o quella in cui il suono di un treno si mescola con quello della chitarra di Mick Harvey.

Quali fonti hai utilizzato e che tipo di studio hai fatto sulla vita di Nick Cave?

Sorprendentemente non ci sono molti libri su Nick. Le fonti che ho utilizzato sono state una biografia di Ian Johnston, un meraviglioso libro di Max Dax, una raccolta di testi di Nick, i suoi romanzi e il film 20000 Days On Earth, al quale ho fatto un piccolo omaggio nell’ultimo capitolo. E poi le tante interviste trovate sulle riviste e sul web. Inoltre ho raccolto le testimonianze di alcuni artisti e personaggi che frequentavano gli stessi posti di Nick durante i suoi anni berlinesi, come Christoph Dreher o come Bela B., che mi ha raccontato delle bevute al Bar Risiko. Infine, alcune informazioni me la ha date lo stesso Nick.

Quanto è stata importante Berlino nella biografia di Nick Cave?

Importantissima! A Berlino sono stati seppelliti i Birthday Party e dalle loro ceneri si sono formati i Bad Seeds. Sempre qui Nick Cave ha scritto il romanzo E l’asina vide l’angelo, che è un momento importante della mia narrazione. All’epoca l’atmosfera a Berlino era davvero speciale, vibrante di energia e creatività e con un sacco di droga. Arrivavano giovani da ogni dove in quest’isola di pazzi e sconvolti nel mezzo della Repubblica Democratica Tedesca. L’influenza di quell’atmosfera era preminente soprattutto sulla scena musicale. Gli Einstürzenden Neubauten erano di Berlino e il loro carismatico chitarrista Blixa Bargeld divenne membro dei Bad Seeds ed ebbe un’influenza fondamentale sulla direzione artistica che la band avrebbe preso. Così come un’influenza fondamentale ebbe la città nel suo insieme. Ad un certo punto, però, Nick fu costretto a lasciare Berlino, perché la città lo stava divorando.
Berlino adesso è molto diversa, ma personalmente ho sperimentato qualcosa di simile. Sono arrivato qui nel 1996. Berlino è un posto dove ti puoi perdere in un attimo. Spesso hai bisogno di qualcosa che ti tiri fuori dall’abisso. Nel mio caso mi è stata di aiuto l’arte, come nel caso di Nick.

Qualche tempo fa avevi scritto e disegnato anche una biografia di Johnny Cash. Che tipo di differenze e somiglianze hai riscontrato tra i due lavori?

Ci sono molte somiglianze. La tendenza all’oscurità, la dipendenza e, ad un certo punto, la salvezza. Penso che Nick Cave sia uno storyteller ancora più importante, e più complicato, di Johnny Cash. A volte è un autore particolarmente enigmatico e chi ascolta ha bisogno di un po’ di tempo e di immaginazione per capire cosa sta cercando di dirgli. Con la musica di Nick Cave sei molto più coinvolto nella creazione dei mondi e dei personaggi che lui descrive. Riesce a farti sentire che in ogni immagine e in ogni storia c’è molto più di te che ascolti di quanto tu possa pensare. Ti dà degli indizi da interpretare, con i quali devi, in qualche modo, giocare. Accedere a Johnny Cash, invece, è molto più semplice. Lui ti racconta le cose esattamente come sono e ti attira nel suo mondo.

nick cave

Che contatti hai avuto con Nick Cave?

Lui è stato presente all’inizio. Ha sostenuto parecchio l’idea della biografia. Il nostro primo incontro fu dopo un fantastico concerto all’interno di un festival, ci sedemmo fuori dall’area backstage con un temporale sullo sfondo e gli dissi le mie prime idee. È stato quattro anni fa ormai! Durante la lavorazione, ci siamo scambiati qualche email e abbiamo avuto alcune conversazioni telefoniche, durante le quali io spiegavo le mie idee e lui mi dava le sue impressioni. Questi confronti sono stati molto utili per me, soprattutto perché, come ti dicevo prima, il processo di scrittura è stato molto difficile. Poi c’è stato un altro incontro all’inizio dell’anno scorso a Londra, durante il quale gli ho mostrato tutte le pagine che avevo disegnato e fatto leggere la sceneggiatura. Devo confessare che ero molto nervoso, perché ci siamo incontrati circa sei mesi dopo la morte di suo figlio e non sapevo se fosse ancora d’accordo con tutta l’idea della biografia. A lui comunque piacque molto il lavoro e lì ho capito che la strada era quella giusta. Ricordo che abbiamo riso molto guardando alcune tavole!

Forse conosciamo meglio l’artista Cave dell’uomo Cave, anche se spesso i due si sovrappongono. Lavorando alla sua biografia, ti sei fatto un’idea più precisa di come sia Nick Cave al di fuori dei suoi dischi?

In generale il mio libro è più concentrato sull’artista o, meglio, sul rapporto di Nick Cave con la sua arte. Nonostante abbia fatto una biografia, mi interessavano di più questi aspetti. Personalmente posso dire che Nick è una delle persone più affascinanti che abbia mai incontrato in vita mia, e ne ho incontrate molte! È una persona che contempla sempre la caduta. C’è una parte del libro che gli è piaciuta molto, quando i suoi personaggi si confrontano con lui sul perché, nelle sue storie, devono tutti morire.

Nonostante una serie di problemi, su tutti la tossicodipendenza, Nick Cave è riuscito a mantenere un incredibile standard qualitativo per un lungo periodo di tempo, direi per almeno vent’anni. E’ una cosa che non è capitata nemmeno a grandissimi come Dylan, Cohen, McCartney… Come pensi sia stato possibile?

Direi anche più di vent’anni! Il motivo penso sia ciò che lo definisce come artista. Nick è come un operaio, completamente dedito al lavoro. La voglia di raccontare qualcosa attraverso l’arte è più forte di tutto. Sembra che lui risponda a tutto ciò che gli capita nella vita tramite la musica.

Hai ascoltato la sua musica mentre lavoravi al libro?

All’inizio sì, volevo ascoltare tutte le sue cose che per un motivo o per l’altro avevo perso e percorrere la sua opera in ogni direzione. Quando mi sono messo seriamente a scrivere e disegnare devo dire che ho smesso di ascoltarlo. La sua musica richiede troppa attenzione. Se sei concentrato su un disegno non puoi ascoltare il canto di un uomo sulla sedia elettrica.

Dal punto di vista musicale, cosa pensi di questa fase della sua carriera?

Amo molto il modo con cui la sua musica sta evolvendo. Si avvicina sempre di più alle colonne sonore (che continua a scrivere, insieme a Warren Ellis), trovo molto bello quel modo di generare immagini e atmosfere.
L’ultimo disco (Skeleton Tree del 2016, il primo pubblicato da Nick Cave dopo la perdita del figlio, ndr.) era onestamente difficile da ascoltare. Se conosci cosa c’è dietro, non può non farti rabbrividire. La title-track è comunque una canzone bellissima.

Tra i dischi di Nick Cave and the Bad Seeds ne hai uno preferito?

Difficile da dire, anche perché cambia di tanto in tanto. Amo Push The Sky Away, specie per il brano Higgs Boson Blues. Ma in questo momento direi che il mio preferito è No More Shall We Part: è un disco che contiene bei ricordi per me, oltre ad alcune delle più riuscite storie e atmosfere della carriera di Nick.

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
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