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Estamos vivos, parece

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(Fonte immagine)

di Renato Parma

La giornalista di Repubblica a bruciapelo: «Posso porle alcune domande sull’esposizione iniziata da qualche giorno al Victoria&Albert Museum di Londra, Disobedient Object?».

La prima reazione è di avvilimento.

D’altronde era inevitabile: sono o non sono un professionista delle rivolte? Un’opinionista delle insurrezioni?

Tiro comunque un sospiro di sollievo: non devo escogitare una frottola qualsiasi o sopportare l’imbarazzo di chi deve spiegare che non è per corrispondere a delle regole di condotta ascetiche e un po’ snob, come se ci si potesse paragonare a Deleuze (ai giornalisti non si parla; sui giornali non si scrive), se preferisco declinare l’invito. Le dico semplicemente: «Mi piacerebbe risponderle ma non posso: non conosco la mostra. Grazie comunque di aver pensato a me».

«Guardi, comprendo, ma, in realtà, Disobedient Object è soltanto un pretesto per un articolo più ampio sui simboli, gli oggetti, i costumi della politica radicale. Sul design della lotta e della protesta».

Dovrei urlare o, più gentilmente, soltanto scusarmi per il poco tempo a disposizione.

Ma in realtà sono colpito. Sono vulnerabile. Il narcisista democratico che abita in me prende il sopravvento.

Vuole un commentatore delle sommosse? Adesso, anche dei loro risvolti dressing?

Colgo la provocazione e provoco: «Mi dica almeno di che cosa si tratta più precisamente. Anche un pretesto allude a un contesto (sono già entrato nella parte). Mi anticipi il suo giudizio: a lei l’esposizione è piaciuta?».

«Le confesso che neanche io l’ho vista».

Buon vecchio stoico Deleuze.

48 ore dopo, come programmato, sono a Londra.

A questo punto che faccio: non vado? Vado. Male che vada, mi dico, prenderò un caffè nel fenomenale giardino del V&A Museum; contemplerò divertito la gaia profanazione dell’antica fontana per mano di bimbi “ribelli” e seminudi; vagabonderò tra Canova e Rodin.

Eccomi al varco: un’esibizione dedicata ai Disobedient object dopo aver scatenato, è facile immaginare perché, i miei pregiudizi più malevoli, quasi mi seduce: la collocazione ‘fuori luogo’ – le austere e attraenti stanze del V&A Museum – mi incuriosisce non poco. E poi, più di ogni altra cosa, ho la speranza, non visto da nessuno, forse neanche da me (il super-io-Dio andrà pure lui qualche giorno in vacanza; o, almeno, potrebbe per qualche giorno guardare da un’altra parte!), di trovare e indossare il passamontagna di Marcos.

Il passamontagna non mancherà, mi dico.

E poi voglio scoprire come se la sono cavata i curatori con il vicolo cieco in cui si sono ficcati. La loro è una sfida fondata su un principio di auto-contraddizione: catalogare ciò e chi rifiuta i principi che dominano l’ordine dell’esistente.

In un’istituzione come il V&A Museum, a rigor di logica, ci si aspetterebbe di vedere impiegata questa contraddizione come un’occasione per una curiosa invenzione estetico-politica. Invece, catalogando, classificando, ordinando ciò che non dovrebbe avere un ordine, ciò che dovrebbe sfuggire a qualsiasi cattura, ma dovrebbe sprigionare soltanto un’organizzazione al di là di ogni organizzazione politica tradizionale, la mostra è semplicemente superflua; priva di una vera cura e di un’idea feconda. Insomma, come di consueto i dispositivi estetici del potere contemporaneo sono puntuali nel congelare l’eccedenza della politica. Un’esposizione del genere sembra concepita solo per rimuovere intenzionalmente l’evento, l’imprevedibile della politica (ad esempio: ci fanno vedere il cronoprogramma della precisa evoluzione di ogni movimento politico extra-parlamentare).

Se le lacune strutturali forse sono inevitabili, almeno sono pronto a divertirmi: impossibile. L’esposizione, reclusa in due cupe e zeppe stanzette, è assai deludente anche solo a un livello documentale. C’è un po’ di tutto: immagini di scontri globali (Istanbul, Gerusalemme, Buenos Aires, ecc.); interviste ad attivisti e filosofi di turno; la riproduzione di qualche oggetto militante. Peraltro ho la sensazione che la mostra sia organizzata scremando esempi secondo un criterio geo-politico: non vogliono, per quanto è possibile, deludere e dimenticare nessuno; nessun continente e tipo di movimento. Per la serie: tutti felici e scontenti.

Ma andiamo per ordine, l’ordine (?) della mia memoria. Ovviamente ci sono molte fotografie di proteste di piazza (con quale criterio sono scelte, non mi è chiaro): Maori in Nuova Zelanda negli anni Settanta, manifestazioni del decennio scorso dei lavoratori bolivariani a La Paz, le casseruole di Buenos Aires. Ci sono pure immagini di barricate archiviate perché dovrebbero evocare, nella loro forma, quelle del passato: il confronto, ad esempio, è stabilito tra gli scontri del parco Gezi a Istanbul nel giugno 2013 con le grandi barricate del 1848 a Parigi (con tutto e grande rispetto per i compagni turchi, perché prenderli in giro?). Ecco poi una fotografia di un gruppo di artiste, le Guerrilla girls, che nei primi anni Novanta a New York, contro il machismo e il sessismo dell’industria culturale americana, si lasciano riprendere, come correndo all’assalto, indossando maschere di scimmia. Forse, sulle orme del gigantesco Pianeta delle scimmie, vogliono denunciare l’assenza di qualsiasi evoluzione nel mondo dell’arte: poche artiste nei musei ma quando ci sono, sono oggetti generalmente nudi. Sembra una pubblicità, nemmeno troppo efficace.

A questo punto mi dovrei domandare demoralizzato: ma qual è il filo rosso comune? La sensazione è di un’unica parata; a stare al gioco, niente è messo in luce come si potrebbe pure fare esaltando, ad esempio, lo stile differente per ogni epoca e paese. Cercando a quel punto, dove possibile, di comprendere e svelare le ragioni di una diversità.

Un po’ rassegnato faccio i conti con l’immagine simbolo della mostra: cubi gonfiabili giganti, enormi sampietrini morbidi, da lanciare alle forze dell’ordine. Si tratta di un’invenzione di qualche anno fa di attivisti dell’Eclettic Eletric Collective (collettivo che ora si chiama Tools for Action) di Berlino. Un indice della leggerezza della cosa nel suo insieme, una presunta giocosità, che però, almeno a me, ma forse solo a me, non fa ridere. I poliziotti, infatti, accettando la provocazione, respingendo il sampietrino, sarebbero costretti a giocare con chi protesta. Il rischio, però, scegliendo quest’immagine aleatoria come simbolo di una mostra di simboli, è di esaltare forme di lotta che rinunciano immediatamente a qualsiasi forma di conflittualità radicale. Il punto non è la scelta dello spiazzamento estetico, adoro qualsiasi forma di surrealismo rivoluzionario, piuttosto qui ho l’impressione che la posta in gioco non sia l’irrisione di chi ci governa, quanto una presa per i fondelli, forse involontaria, da parte dei curatori della mostra, di chi lancia le pietre contro il potere per difendersi e sopravvivere.

Dalla presunta leggerezza del soffice sampietrino, al quasi made in Italy dei Book Bloc (in realtà, nell’autunno del 2010, i Book Bloc compaiono anche a Londra Oakland, Madrid, ma in Italia, come dire, si prendono la scena), il passo è breve. Gli scudi di plexiglass trasformati dai manifestanti in copertina di libri (riesco a isolare alcuni titoli: Sputiamo su Hegel, Descolarizzare la società), comparsi nelle manifestazioni studentesche d’inizio decennio, ci dicono che i libri non sono inutili, come prescrive chi soffoca la cultura tagliando i fondi all’istruzione di ogni ordine e grado, ma possono difenderci simbolicamente e materialmente dalla violenza del potere. Sembrerò pure rigido e severo (del resto lo sono), eppure il fatale consenso per i Book Bloc, la loro delicatezza che pure nasconde qualcosa di seducente, non mi ha mai veramente sedotto; non soltanto perché di questi tempi tutti sono per la cultura e, invece, mi sembra che nulla ci sia di meno culturale della cultura. Ma soprattutto perché esprimono un’idea un po’ troppo accademica del sapere. Mi vengono allora in mente le fughe in Piazza del Popolo, quattro anni fa, e i Book Bloc caduti a terra che mi intralciano la corsa: cavolo, mi dico, a me piace considerare il libro non come un ostacolo, né come uno scudo e quindi un oggetto di difesa, ma come un curioso strumento d’attacco. Non avete mai lanciato un libro contro qualcuno? Nessuno vi ha mai lanciato un libro addosso? Inizio immediatamente a fantasticare una sorta di Intifada del libro, dove teoria e prassi si fondano, in una serie di lanci contro chiunque osi affermare: bisogna difendere la cultura.

Un passo a sinistra dei Book Bloc, ci sono i disegni dell’arte topografica della protesta degli Indignados di Plaza del Sol a Madrid. Una dislocazione urbana dell’insorgenza di un villaggio della lotta. Come si organizzano le latrine, i palchi, il villaggio. Come nasce un paese della lotta nella piazza più importante del paese: sembra un accampamento indiano; nomade e solido. Una poetica semplicità.

Non poteva infine mancare il momento interattivo. Si può salire sull’auto colorata, The Tiki Love Truck, che l’artista inglese, Carrie Reichhardt, ha dedicato a John Joe Ash Amador, giustiziato nello Stato del Texas nel 2007. Nell’auto è incastonata la maschera di cera del condannato, amico dell’artista, che rende l’esperimento un po’ sinistro: un carro funebre sgargiante che ha girato in forma di protesta alcune città americane. Vorrei sorridere ma avverto un po’ di smarrimento e un senso del macabro mi consiglia di lasciare il volante a un bambino riccioluto.

Mi viene in mente, lasciando le salette buie e malinconiche, e precipitandomi, come immaginavo, verso Canova e Rodin, che anche per tirare su un piccolo evento commerciale, per vendere un catalogo, un poster o una serie di bombe a mano di plastica, si dovrebbe avere il coraggio, se non si ha il coraggio di non dire niente, di avere almeno qualcosa da dire.

La cosa è seria: nell’infinita fine in cui non finiamo mai di finire, nella catastrofe del quotidiano che si rivela la nostra condivisione della quotidianità, la raffinata cattura estetica della nostra carica sovversiva è un fondamentale gesto che qualsiasi potere oggi ha il compito di architettare.

E poi come perdonare l’assenza del passamontagna di Marcos?

Per quanto annoiato e deluso, ho acquistato il catalogo: l’ancora di salvezza potenziale di qualsiasi esposizione; anche di un’esposizione mancata. Mi dico: forse ci trovo qualche sorpresa; un paio d’indizi per non balbettare al telefono quando la giornalista mi richiamerà (sono sicuro: non demorderà). Ma quando sfoglio l’indice – naturalmente acquisto il catalogo a scatola chiusa – vedo tra gli autori un bravo e generoso attivista, militante, scrittore italiano, che, però, con mio, lo confesso, addirittura disagio e stupore, in un libro sulle rivolte di qualche anno fa, si impegnava a distinguere le rivolte buone – più precisamente: produttive – da quelle cattive – dunque, improduttive e inoperose; rivolte non classificabili e inutili nell’ottica di un orizzonte rivoluzionario più ampio. Allora faccio due conti e i conti iniziano a tornare e la lampadina almeno un po’ – confesso anche qui: solo un po’ – si inizia a illuminare.

Per mia fortuna, però, è sufficiente trasferirsi alla Tate Modern (sinonimo di garanzia) e perdersi nella straordinaria esposizione dedicata a Malevich e qui vagare tra i veri oggetti di una rivolta poetica, estetica, politica; forse la più sconcertante e profonda del XX secolo. Solo qui alla Tate, tra i lavori di un gigante dell’arte russa del Novecento, un genio riluttante, mi scappa un sorriso rammentando un oggetto di Disobedient Object. Un piccolo cartone con una scritta a mano in stampatello con il pennarello nero: Estamos vivos, parece (Madrid, 2011).

Commenti
2 Commenti a “Estamos vivos, parece”
  1. Carlo scrive:

    Il capitale tutto toglie e tutto dà, mastica e sputa anche chi si oppone a lui (la foto del Che c’era a Londra?). In questo pezzo, si propone una sottrazione “impossibile” da questo circuito demoniaco

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