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Dispacci dalla frontiera: intervista a Francisco Cantù

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Pubblichiamo un pezzo apparso su Robinson, che ringraziamo, qui in una versione estesa.

Il suo libro lo ha dedicato “a tutti coloro che rischiano l’anima per attraversare o pattugliare un confine innaturale”, restituendo alla frontiera la sua nature spirituale, che sì a che fare con i corpi, ma anche con l’arbitrio, le contingenze, le ragioni per cui scegliamo di vivere una vita piuttosto che un’altra, o di essere un tipo di persona e non un altro. Francisco Cantú ha scritto il suo luminosissimo Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera (Minimum fax, traduzione di Fabrizio Coppola, pp. 300, 18 euro) dopo avere studiato per anni all’università le relazioni tra Messico e Stati Uniti e avere lavorato come agente sul campo per la polizia di frontiera.

Nato e cresciuto in Arizona, Cantú è pronipote di immigrati messicani, e in questo libro d’esordio fa il punto con lucidità e sentimento su una frontiera così sterminata e difficile da attraversare da mostrare l’assoluta irrilevanza sul territorio del progetto di muro sbandierato da Donald Trump a ogni corsa elettorale.

Le storie che racconta Cantú hanno per protagonisti immigrati che cercano quotidianamente di attraversare il deserto e agenti di frontiera che quotidianamente li fermano e li rimandano indietro, li soccorrono quando arrivano in tempo, li piangono o li ignorano quando li trovano morti. Alcuni di questi agenti sono brava gente, altri no. Quasi tutti gli immigrati sono persone disperate in fuga da un Messico che la violenza degli ultimi anni ha trasformato in un paese in stato di guerra permanente.

Ha capito dagli studi e poi dall’esperienza sul campo perché Donald Trump è così ossessionato dall’idea del muro?

Il muro tra il Messico e gli Stati Uniti in questi ultimi anni è diventato un simbolo, e Trump ha capito che come simbolo funziona a perfezione. “Muro” è una parola di sole quattro lettere, e chiunque riesce a visualizzare facilmente un muro, mentre altre soluzioni più complesse e articolate, come una nuova regolamentazione dei visti o il DACA o qualunque altro provvedimento riguardante gli immigrati che entrano irregolarmente negli Stati Uniti, rimangono concetti astratti, che l’americano medio fatica a immaginare. Il muro per Trump è l’equivalente di twitter, che nell’era dei social network è diventato il canale di comunicazione privilegiato dal presidente degli Stati Uniti. Ma la maggior parte degli americani sa che è completamente irrilevante costruire un muro di cemento lungo tremila chilometri in uno spazio così esteso, e si dice d’accordo solo perché la cosa non li riguarda. Chi è d’accordo con la costruzione del muro è quasi tutta gente che abita lontanissimo dal confine con il Messico, e che non ha la minima idea di come sia vivere sulla frontiera.

Dalla sua esperienza emerge in modo cristallino la perfetta inutilità e pericolosità delle politiche per la separazione delle famiglie adottate al confine.

Le recenti vicende riguardanti la separazione delle famiglie sono uno dei punti più bassi raggiunti nella storia delle relazioni tra gli Stati Uniti e il Messico, uno di quegli episodi a cui guarderemo a lungo vergognandoci di essere americani. Ma era anche una deriva prevedibile, se si considera il lavoro sistematico fatto negli ultimi decenni per rafforzare le barriere tra i due paesi. Per motivare la cosa si è parlato di deterrente, volto a disincentivare il flusso migratorio, ma separare una famiglia non fa altro che alimentare i tentativi di entrare irregolarmente da parte di chi vuole ricongiungersi con i propri cari. Era andata così anche nei primi anni novanta, quando si è iniziato a rafforzare lo stato di polizia nelle città e nei paesi lungo il confine, così da costringere la gente ad attraversare dal deserto, senza acqua e in mezzo a montagne rocciose. Anche quella era stata venduta come una politica mossa a disincentivare i flussi migratori, ma non è così che è andata: la gente ha continuato ad attraversare il confine, e il numero di morti è cresciuto in maniera esponenziale. Nella separazione delle famiglie la logica è la stessa, ma così facendo non si disincentiva nessuno, si rende solo tutto il processo più doloroso, più crudele, più disumano.

Lei ha lavorato al confine tra il 2008 e il 2012, quanto è peggiorata rispetto ad allora la situazione?

È molto peggiorata, ma tutto quello a cui stiamo assistendo negli ultimi anni non è una novità, è solo una versione più chiassosa e crudele di una politica già in atto da decenni. Di diverso c’è che gli istinti peggiori dei poliziotti di frontiera sono stati esacerbati dalle politiche dell’attuale amministrazione. Trump ha sdoganato una mentalità da far west che fa agire impunemente e senza scrupoli i poliziotti che pattugliano il confine. Mai quanto oggi i migranti vengono disumanizzati. E la cosa peggiore è che diventa sempre più difficile immaginare delle soluzioni praticabili. Il processo sarà lungo, e deve iniziare dal basso, dai cittadini, dal popolo. Lo stesso vale per l’Europa, è la gente che deve rifiutare le politiche in atto di disumanizzazione dei migranti. Solo mostrando il proprio dissenso si può impedire a chi sta al potere di continuare ad attribuire responsabilità e colpe inesistenti a persone che abbandonano il proprio paese solo perché in cerca di una vita migliore per sé e per i propri figli.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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