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Dispacci dalla frontiera. Il confine nel libro di Francisco Cantù

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di Tiziano Rugi

(fonte immagine)

Un confine innaturale disegnato a tavolino nel 1800 e più volte modificato si estende per oltre 2000 chilometri, passando per la California, l’Arizona, il New Mexico e il Texas e separa gli Stati Uniti dal Messico. Ogni anno più di 500 mila persone tentano di attraversarlo illegalmente.

La maggior parte dei migranti viene fermata dalla polizia di confine americana: sono arrestati, trasferiti in centri di detenzione e poi rimpatriati. Una lotta quotidiana tra gli agenti che presidiano i confini e i trafficanti di esseri umani che cercano di aggirare i controlli in cui a rimetterci sono sempre i migranti.

Negli ultimi anni, e non solo su impulso del presidente in carica Donald Trump, il confine è diventato ancora più militarizzato, un luogo ancora più pericoloso per i migranti, ancora più insensibile verso le loro vite e le loro sofferenze.

Nato a Tucson, in Arizona, con origini messicane da parte della madre, Francisco Cantù all’età di 23 anni, dopo aver studiato all’università relazioni internazionali e imparato tutto sul confine attraverso la storia e le diverse politiche che lo hanno regolato, stufo di leggere libri, decide di essere sul terreno, là fuori, di conoscere la realtà della frontiera giorno dopo giorno. E così si arruola nella migra, la polizia di confine.

Quando, dopo quattro anni, lascia il corpo di polizia, rileggendo i diari che aveva tenuto negli anni di servizio nasce l’idea di un memoir sulla sua esperienza. Solo un fiume a separarci – Dispacci dalla frontiera (il fiume a cui si riferisce il titolo è il Rio Grande, che dal New Merxico fino al Texas separa le due nazioni), in libreria a febbraio in Italia per minimum fax, è un testo ricco di dati e risultati di diverse ricerche, ma come ha fatto notare lo stesso autore “non tenta in alcun modo di trovare un senso alla situazione politica attuale né cerca di spiegare le scelte politiche che ci hanno condotti fin qui: vuole essere letteratura e non un reportage”.

Nella prima parte del libro Cantù descrive la violenza insita nella lotta all’immigrazione clandestina raccontando le storie, drammatiche e intense, di uomini e donne disperse da giorni nel deserto senza acqua, persone che sono fuggite da violenti trafficanti di esseri umani o le testimonianze dei familiari di chi non ce l’ha fatta nella traversata del deserto.

Sotto accusa sono le politiche statunitensi di difesa dei confini che spingono i migranti a tentare di attraversare la frontiera lontano dai check point e dalle telecamere di sorveglianza installate a El Paso o a San Diego, mettendo così a repentaglio le loro vite nel deserto: dal 2000 al 2016 si contano oltre seimila morti nel confine meridionale degli Stati Uniti.

Un giro di vite che ha avuto il disgraziato effetto di consegnare il controllo della frontiera ai cartelli della droga, gli unici che hanno il potere e le risorse per fare attraversare illegalmente il confine. La violenza delle narcoguerre è il tema della seconda parte del libro, una violenza che si riversa anche sui migranti sudamericani, rapiti e torturati dai coyote (i trafficanti di esseri umani) con lo scopo di estorcere altro denaro alle famiglie.

Nella terza, infine, il tema è la minaccia che aleggia costantemente sulle vite dei migranti residenti negli Usa e travolge il suo amico Josè, un irregolare che vive da 25 anni negli Stati Uniti, ha figli americani e una moglie, ma non può più rientrare nel paese dopo che lo ha abbandonato per raggiungere in Messico il capezzale della madre.

Alla sua uscita negli Stati Uniti il libro ha suscitato diverse reazioni e molte polemiche. Che a scagliarsi contro Cantù fossero gli ex colleghi, in alcuni casi descritti severamente come persone incapaci di mostrare un briciolo di umanità e di compassione (resta impressa nella memoria la scena in cui alcuni poliziotti rovesciano le scorte d’acqua dei migranti appena arrestati, pisciano sui loro pochi effetti personali e “addobbano” i cactus con gli indumenti di intimo femminile che hanno trovato), o tutti coloro che insieme al presidente Trump vedono nella costruzione di un muro la soluzione di tutti i mali non sorprende.

Ma aspre critiche sono arrivate anche da attivisti a difesa dei diritti dei migranti, da politici di sinistra e dagli ispano-americani, che hanno accusato Cantù di essere stato complice del governo e delle sue politiche disumane e di aver sfruttato economicamente la sua esperienza. Sono state organizzate manifestazioni di protesta alle presentazioni del libro e sono circolate petizioni per boicottarne le vendite.

Per noi lettori, Solo un fiume a separarci appare piuttosto una riflessione documentata sugli orrori sofferti dai migranti messicani, che non può non toccare la coscienza anche di un lettore europeo.

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