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Distanza ravvicinata, le storie dal Wyoming di Annie Proulx

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Photo by Tara Evans on Unsplash

“Le loro ombre scivolavano sotto i loro piedi come vernice versata.”

Di molti stati nord americani sappiamo immediatamente se si trovino a sud, a nord, a est o a ovest. Sono gli stati che forse abbiamo visitato o che, più probabilmente, la letteratura e il cinema ci hanno raccontato.

La California di Joan Didion, il Texas di Lansdale, il Texas allargato in  New Mexico e in Messico di Cormac McCarthy, il New Jersey di Roth, la New York di De Lillo, e potremmo proseguire con scoperte più recenti come quella , ad esempio, del Colorado di Haruf, o andando molto indietro fino al sud creato da Faulkner. In coda a questa splendida e inesaurita mappa letteraria compare il Wyoming di Annie Proulx, più a nord del Colorado, appena sotto il Montana. Un territorio selvaggio, circondato da ogni cosa e perduto in mezzo al niente.

“Mero pensò che la sorte, forse, non aveva ancora finito di rivelare il suo corso.”

Un luogo fatto di ampi spazi, di lunghe distanze tra un centro abitato e l’altro, tra una casa e l’altra. Di enormi distanze anche tra gli esseri umani. Uomini e donne che parlano poco, durezza profonda mitigata da qualche rara (e nascosta) forma di tenerezza. Neve, montagne, rodei, vacche, tori, cavalli, greggi da pascolare. Violenza e silenzio, nodi mai sciolti, fratelli che non si parlano per anni, uomini rovinati non si sa bene se da una donna, una sciagura o da un vento. Esistenze capaci di somigliarsi per decenni, giorni che paiono essere la replica di tutti quelli che li hanno preceduti.

Eppure, sotto il ghiaccio di certe giornate d’inverno, di nevicate fuori stagione, compaiono segnali. Qualcosa è accaduto in un passato lontano, qualche vicenda verrà a presentare il conto, altre cose non sono mai successe, e il non essere accadute le rende di vitale importanza. L’attesa, la memoria, la sciagura incombente, il desiderio represso, incomprensioni, morti improvvise, il rapporto doloroso e meraviglioso tra gli esseri umani e la natura. Rapporto fatto di grandi battaglie da perdere e sguardi distesi sulla quiete soltanto apparente del paesaggio. Di questo e molto altro è fatto Distanza ravvicinata di Annie Proulx (minimum fax, 2019, trad. di Alessandra Sarchi).

“Il vento sibilava, intorno alla casa, soffiando cristalli di neve attraverso le crepe della porta di legno deformata, e tutti loro in cucina sembravano elettrizzati dall’intensità di un proposito.”

La raccolta ha per sottotitolo Storie del Wyoming/1 e comprende undici strepitosi – scriviamolo subito – racconti (gli altri due volumi -2 e 3 – saranno pubblicati sempre da minimum fax), usciti per la prima volta esattamente vent’anni fa.

La prima cosa da dire è che Annie Proulx è nata in Connecticut, ha vissuto in vari posti prima di arrivare in Wyoming e innamorarsene, decidendo di restarci. Questa precisazione va fatta perché Proulx scrive come se ci fosse nata; tale è il grado di conoscenza del territorio, della percezione dell’uomo dentro quello spazio, la pazienza, l’acume, l’amore e la profondità di sguardo con cui crea, orienta e conclude le sue storie.

Mero un vecchio scappato via del Wyoming molti anni prima, viene avvertito della morte del fratello, ciò comporta un inevitabile ritorno a casa, attraversando vari stati, dormendo nei motel o in auto, tra memorie e disavventure. Proulx durante il viaggio che Mero compie ricostruisce il suo passato, facendogli compiere un percorso su strada e un altro dentro la mente. Nel necessario e disperato tentativo di un vecchio di tornare a casa, in tempo per un funerale, scopriamo un desiderio più profondo e tenace, quello che tutto sia rimasto come allora.

La bravura di Proulx sposta continuamente la dimensione della storia dalla realtà a una specie di sogno, fino alla fine, rendendo tutto via via sempre più sfumato e onirico. Si tratta di uno dei racconti più belli che mi sia capitato di leggere, un libro che comincia in questa maniera non può deludere e infatti non lo fa.

“Aveva la tendenza dei rancher ad aspettarsi il disastro, non aveva mai creduto nel lieto fine. Poteva dirsi contento che la figlia fosse viva, non fabbricasse bombe, né strizzasse l’occhio agli automobilisti di passaggio.”

Il secondo racconto ha come protagonista Diamond e la sua vita nel mondo dei rodeo. Anche qui prima di arrivare ai tori, alla durezza, ai viaggi in macchina da una gara all’altra, c’è una adolescenza difficile, un ragazzo che pare destinato a niente, quasi timido, che dopo un invito di un compagno di scuola, intravede – riconosce – nel cavalcare un toro il suo futuro. Diamond dalla timidezza del ragazzo alla violenza o strafottenza dell’uomo.

Proulx è capace anche di variare in corsa lo stile di scrittura, il racconto Storie di lavori è scritto tutto come se fosse una cronaca, quasi come un articolo di giornale, periodo dopo periodo, ed è bello lo stesso.

“L’autostrada da lontano mandava lampi, il riflesso di una bottiglia gettata dall’auto di un turista.”

Racconti di famiglie che si muovono nell’arco di cinquant’anni, di vita e di morte. Di donne che devono diventare dure per resistere all’assalto di uomini che danno per scontato lo stupro, il tradimento, la violenza. Donne che sanno badare a tutto, dal bestiame al soffio del vento. Più avanti la storia di una ragazza, unica tra sorelle e fratelli, ad essere rimasta nel ranch, timida e sola, che tutti i giorni va a parlare col trattore, e il trattore racconta una storia, il trattore è sincero, il trattore, là con le ruote piantate nella terra, sa come si mettono le cose a posto, così come fa la buona punteggiatura.

“Pensava che nulla dovesse cambiare, non sapeva ancora che il dolore non si può schivare; il dolore, come un missile indirizzato verso una fonte di calore, trova sempre il nucleo irradiante.”

Si arriva incantati all’ultima storia del libro Brokeback Mountain, da cui Ang Lee trasse l’indimenticabile film Ritorno a Brokeback Mountain e viene una piccola riflessione che è un complimento ulteriore a Proulx: diciamo che la letteratura vince sempre sul cinema, ma spesso non sappiamo di cosa stiamo parlando e non sempre è vero. Il racconto di Proulx vince perché è meraviglioso, o forse pareggia perché anche il film lo è. Il punto è un altro, il punto è che pure avendo visto il paesaggio, le scene, la fotografia, i due attori Ledger e Gyllenhaal, noi, attraverso la prosa della narratrice americana, immaginiamo un paesaggio diverso, una storia con ulteriori implicazioni e sfumature, mettiamo ai due protagonisti altre facce. Vediamo la neve del Wyoming e la storia d’amore come se fosse la prima volta, perché lo è, diventiamo una sorta di direttore della fotografia da divano e siamo contenti di amare la letteratura e di amare il cinema.

“Jack, mi conosci. Tutti i viaggi che ho fatto sono intorno alla caffettiera in cerca del manico.”

Ecco, Annie Proulx è questo e anche altro. Ha una forza espressiva con pochi eguali, è capace di descrivere uomini  e donne facendogli compiere una sola azione, ti porta in un paesaggio duro, a volte desolato, lasciandoti il privilegio di scoprirne la poesia, che a volte emerge da un saluto, altre da un silenzio, altre ancora da una tempesta di ghiaccio o da un toro che incorna un po’ meno forte di quanto dovrebbe.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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