Disumane lettere

Oggi diamo spazio a nuove voci. Di seguito trovate due articoli di nostri affezionati lettori che abbiamo selezionato tra i tanti che arrivano alla redazione. Il primo è una recensione al libro di Carla Benedetti, Disumane lettere, di Eloisa Morra; l’altro una riflessione di Filippo Bizzaglia sul cinema di Christopher Nolan. Buona lettura.

di Eloisa Morra

Quando sono andata in libreria a comperare l’ultimo libro di Carla Benedetti l’ho trovato nella sezione di ‘critica letteraria’. Niente di più sbagliato: Disumane lettere non è semplicemente un libro di critica, ma un esperimento senza precedenti di ‘vascomunicazione’. La complessità dell’ impresa emerge già dal titolo, da osservare attentamente, come fosse un Giano bifronte: quel “disumane” racchiude la linfa vitale e rigenerante dell’opera. Da un lato il termine appare come il semplice rovesciamento giocoso di “umane lettere”, a significare che le lettere e la cultura attuale stanno lentamente perdendo il loro potere agente e non riescono quasi più a far fronte ai veri bisogni dell’umanità. Il libro potrebbe a prima vista essere inserito nell’alveo di una lunga serie di saggi (ricordiamo, tra i molti, l’ultimo bel contributo di Martha Nussbaum Not for Profit: Why democracy needs the Humanities, Princeton University Presso, 2010, uscito in traduzione italiana per il Mulino) che hanno cercato di rispondere ad una domanda: qual è il ruolo svolto dalle humanities nella democrazia moderna?
Il saggio va in realtà ben oltre questa prospettiva, e qui emerge il secondo volto di quel “disumane”: quello che Benedetti auspica è l’uscita delle humanities da una prospettiva antropocentrica e culturalista, per aprirsi ed entrare nell’orizzonte più ampio di una “fratellanza” (tra gli uomini e tra le discipline) quasi leopardiana. Specialmente negli ultimi decenni sta emergendo un quadro preoccupante: le catastrofi ambientali stanno lentamente portando il pianeta al collasso e per la prima volta si prospetta l’idea di assenza di posterità. Quale dovrebbe essere il ruolo delle materie umanistiche in questa situazione di emergenza?: questo è l’interrogativo dal quale parte il libro e da cui si dipanano i sette capitoli che lo compongono.
Si tratta di vere e proprie indagini sulla cultura contemporanea, che trapassano le singole specializzazioni: si parla non soltanto di letteratura ma anche di filosofia, arte, pensiero politico, di rete, media e marketing culturale. Benedetti analizza per ciascun ambito delle ‘zone di ustione’, zone di conflitto tra forze amputanti e rigeneranti. Si tratta di analisi serrate, ma non solo: spesso l’autrice stessa si mette in gioco in prima persona e scrive con passione delle sue letture, di sue esperienze concrete. Si rimane allora piacevolmente sorpresi quando racconta di come sono cambiate le sue sensazioni nella lettura della Cognizione del dolore nel corso degli anni, oppure quando nella prima parte riporta una conversazione tra un bibliotecario e un libraio sul perché i romanzi scadenti di Dan Brown riescano ad appassionare un numero così ampio di lettori. Disumane lettere sembra quasi un manuale dedicato alla posterità, con una argomentazione densa e appassionata e suggestioni di stile e strutturazione del ragionamento che arrivano da trattati filosofici e scientifici.
Ma torniamo all’analisi di alcune delle parti, vere e proprie miniere di discussione e nuovi spunti. La studiosa individua per ciascuna ‘zona’ dei binomi oppositivi: mondo a sfondo chiuso/ mondo a sfondo aperto, apocalisse/emergenza, necessità storica/contingenza, morte/nascita, quantità/qualità, collettivo/singolare, orizzontale/verticale. L’opposizione di fondo è però quella tra astratto ed inseparato, tra cappa asfittica delle specializzazioni e forza comune delle germinazioni dell’arte, della parola, del pensiero. Di particolare interesse risultano la prima, la sesta e la settima parte.
Quella che mette maggiormente a contatto due sistemi diversi eppure simili è la sesta: in quantità e qualità, un intervento pubblicato precedentemente sulla rivista Il primo amore, l’ autrice mette a confronto i mercati del libro e quello dell’arte contemporanea. Su quest’ultimo ambito sono recentemente usciti dei libri molto interessanti: un esempio è l’inchiesta della giornalista Sara Thornton Il giro mondo dell’arte in sette giorni, puntuale analisi su ambienti, reti e personaggi che determinano l’attuale panorama dell’arte contemporanea. La Benedetti cerca di mettere in relazione due meccanismi in apparenza distanti come quello del libro e quello dell’arte: il primo è estremamente democratico, mentre il secondo si sta sempre di più trasformando in una elite. Eppure emergono molti aspetti in comune: in primis la sempre maggiore importanza dei mediatori (curatori, galleristi, agenti letterari, editors) che arrivano a determinare i gusti del pubblico basandosi su una mera ‘media’ e a volte coprono e livellano l’ inaspettato ed il ‘fuori dalla norma’, letteraria o artistica che sia. Emerge quindi come il mercato non sia un concetto astratto, ma un complesso meccanismo formato da persone, dunque potenzialmente modificabile.
All’inizio ed alla fine del libro l’autrice analizza, invece, il fenomeno dell’astrazione narrativa e il suo contrario, ovvero la tendenza alla complessità e all’inseparato. «Certi modi di narrare – scrive – di pensare e a volte persino di presagire ciò che sta per accadere danno per scontato che non ci sia un esterno fuori da ciò che viene rappresentato». Per spiegare meglio questa opposizione tra narrare ‘chiuso’ in una bolla di sapone e “narrare aperto” l’autrice si concentra soprattutto su un autore da lei particolarmente amato e studiato: Carlo Emilio Gadda. Ne emerge un’analisi innovativa, che va oltre la consueta interpretazione critica basata sul plurilinguismo e che indirizza invece l’attenzione su un diverso fattore che rende così complessa e piena di vita la narrativa gaddiana: la modalità di descrizione dello “sfondo” e della relazione spazio-tempo. Mentre in altri narratori di solito considerati realisti troviamo sempre un “fondale” sul quale si muovono i personaggi (si pensi ad esempio a Moravia) in Gadda non troviamo mai una netta separazione tra uomo ed ambiente circostante, ma un continuo intreccio tra ambiente naturale, animale ed umano: i passi della Cognizione del dolore inseriti nel volume mostrano come quelle che inizialmente venivano considerate delle digressioni sono in realtà un tentativo diverso di costruzione romanzesca rispetto a quello astrattivo proposto dal neorealismo letterario. Del resto, Gadda lo scriveva chiaramente in un passo del saggio Un’opinione sul Neorealismo, del 1950: «Il dirmi che una scarica di mitra è realtà mi va bene, certo: ma io chiedo al romanzo che dietro quei due ettogrammi di piombo ci sia una tensione tragica, una consecuzione operante, un mistero, forse le ragioni o irragioni del fatto… Il fatto in sé, l’oggetto in sé, non è che il morto corpo della realtà, il residuo fecale della storia».
Oltre all’esempio gaddiano di apertura alla complessità, l’autrice ne riporta anche molti altri di narratori italiani e stranieri, mostrando come sia ancora possibile creare e dire cose nuove e impensate, al contrario di quanto tanta critica aveva preconizzato (e riprendendo qui alcuni elementi già sviluppati in un altro suo volume, Il tradimento dei critici, 2003). Sulle sensazioni che possono trasmettere delle opere di valore l’autrice ritorna nella parte finale del libro, intitolata ‘Le opere di genio’. Si tratta di una terminologia ripresa non dal bagaglio romantico, ma da quello leopardiano: in un passo dello Zibaldone Leopardi ha descritto l’effetto di entusiasmo e consolazione che trasmettono le ‘opere di genio’ anche al più cinico e disilluso dei lettori. Quel “di genio” non è un qualcosa di riferito strettamente all’autore, ma all’opera: le ‘opere di genio’ sono infatti quelle opere (letterarie, artistiche, filosofiche) che sono state tirate fuori a fatica – grazie a grande cura ed impegno – dai limiti propri di ogni essere umano. Con quest’ultimo capitolo si conclude un volume che mira ad orizzonti ben più alti di quelli cui solito tende la critica contemporanea: aprire strade nuove, ritrovare quella forza operante sul mondo che è sempre stata propria delle grandi opere letterarie ed artistiche. Speriamo davvero che ci riesca.

Commenti
2 Commenti a “Disumane lettere”
  1. annamaria pucacco scrive:

    oggi possiamo solo sperare nelle disumane lettere….speriamo che i ballottaggi siano “umani”!

  2. Eloisa Morra scrive:

    Lo sono stati eccome!

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