Diventa anche tu un autore!
Appunti su self-publishing e pseudoeditoria

di Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Giorgio Vasta, per Generazione TQ.

Gli appunti che seguono vogliono essere rappresentativi di un modo di procedere al quale Generazione TQ intende quanto più possibile attenersi. Constatata la relazione che connette tra loro fenomeni anche all’apparenza diversi e irrelati, pensiamo sia indispensabile che una riflessione prenda sempre le mosse dalla consapevolezza di questa reciproca interdipendenza. Per questa ragione, nel riflettere su qualcosa come il self-publishing e, attraverso questo, su quelle che proponiamo di chiamare pseudoeditorie, non vogliamo limitare il nostro intervento al contesto letterario ed editoriale; il fenomeno in questione non si articola soltanto o soprattutto nel recinto più o meno ampio di un settore ma lo trascende proponendosi semmai al contempo come conseguenza e come premessa, vale a dire come effetto di un mutamento e come concausa di un’ulteriore metamorfosi. Sforzarsi di non perdere di vista le implicazioni e le conseguenze di ogni fenomeno in teoria circoscritto, pretendere di non ignorare l’idea di mondo che da ogni manifestazione discende, ci sembra dunque strutturale a ogni analisi che voglia considerarsi complessa.

Una premessa: la locuzione self-publishing di per sé è neutrale. Il self-publishing altro non è, o almeno dovrebbe essere, che autoproduzione, premessa di una diffusione dal basso e con i propri mezzi, in autonomia e indipendenza. Oggetto di questi nostri appunti invece è la dimensione etica, economica e culturale di quella che chiameremo “pseudoeditoria”. Per pseudoeditoria intendiamo quell’attività di self-publishing che maschera l’autoproduzione, offrendo servizi di stampa, promozione, distribuzione e a volte addirittura di community, a pagamento. La pseudoeditoria può essere divisa in due grandi filoni: la vanity press, dove all’autore viene richiesto un contributo per la pubblicazione, sotto forma di denaro o acquisto di copie, e il print on demand, dove vengono stampate solo le copie via via ordinate, ma l’autore paga per i servizi aggiuntivi, oltre che per le copie che vuole per sé. Lo stesso oggetto d’impresa delle entità pseudoeditoriali appare immediatamente contraddittorio: se il lavoro dell’editore consiste nell’acquisire dall’autore, contro il pagamento di un compenso, il diritto di trasformare la sua opera in un libro da vendere al lettore, il lavoro dello pseudoeditore consiste invece nell’offrire all’autore, contro il pagamento di un compenso, la possibilità di sottrarsi al criterio di scelta, nell’illusione di poter raggiungere direttamente il lettore. Poiché peraltro il costo dei servizi in questione è relativamente elevato, e in ogni caso supera il costo industriale della realizzazione del medesimo libro da parte di un editore, si innesca un meccanismo di selezione censuaria: non più (non mai) basata sul valore dell’opera, bensì sulla mera disponibilità finanziaria dell’autore-cliente. Se l’opera di selezione svolta dall’editore richiede una quantità di “no” pronunciati drasticamente superiore a quella dei “sì”, nel caso dello pseudoeditore siamo invece di fronte a un soggetto che, a pagamento, dice sempre di sì.

A partire da queste premesse, portiamo a esempio due casi diversi ma sintomatici di uno scenario culturale in complessivo mutamento, ovvero Albatros/Il Filo, una delle principali vanity press, e ilmiolibro.it, leader del print on demand in Italia.

Nel primo caso ci riferiamo a un episodio in particolare, ovvero all’incontro, disponibile su YouTube, organizzato nel maggio del 2010 all’interno del Salone del Libro di Torino, al quale partecipano Andrea Malabaila di Las Vegas Edizioni, Linda Rando di Writer’s Dream e Giorgia Grasso, direttrice editoriale di Albatros/IlFilo. Il tema discusso è per l’appunto quello dell’editoria a pagamento. Malabaila e Rando affrontano la questione criticamente, Grasso ne ribadisce il senso e la supposta necessità “democratica”. Via via che la conversazione va avanti ci si confronta con la declinazione di un paradosso. Rando interviene descrivendo una specie di scherzo-esperimento. Insieme ad altre persone ha costruito un brogliaccio composto di testi prelevati semicasualmente dalla rete, ha dato loro la forma di un manoscritto e l’ha spedito a Albatros/IlFilo. In risposta, nel giro di poco, ha ricevuto una proposta di contratto. Ovviamente a pagamento. Svelato lo scherzo ci si aspetterebbe da parte di Albatros/IlFilo l’ammissione di un errore di valutazione, o meglio il riconoscimento di una non valutazione e dunque dell’automatismo che conduce quell’editore a contrattualizzare ogni testo ricevuto. Invece Giorgia Grasso non si perde d’animo, ignora il livello di realtà che si è generato e risponde allo svelamento dello scherzo dicendo a Linda Rando che varrà la pena parlarne, di quel testo, perché potrebbe contenere del buono. Lo pseudoeditore arriva quindi a ipotizzare che il non testo che ha ricevuto (un assemblaggio di copia e incolla dalla rete, volutamente insensato) da un non autore dichiarato possa essere interessante e pubblicabile. All’apparenza ci sarebbero tutte le premesse per immaginare una migrazione di ognuno di questi elementi verso un piano virtuale e inoffensivo, verso il nonsense, ma  le cose non stanno così. Dal momento che all’interno di questo nonsense si produce una transazione economica, fra l’altro cospicua, non possiamo permetterci di pensare che la situazione descritta sia il frutto di un immaginario ioneschiano: è tutto profondamente reale e il nonsense, piuttosto che arginare la transazione economica, ne determina le condizioni.

Il secondo caso emblematico è quello di ilmiolibro.it, un fenomeno simile nelle modalità, ma in realtà non assimilabile, a iniziative del passato recente, come lulu.com. I numeri di ilmiolibro.it, i termini della sua promozione, il fatto di essere un progetto del Gruppo Repubblica-L’Espresso, le partnership con Feltrinelli e Scuola Holden, ne fanno qualcosa che per la prima volta trascende i confini di un fenomeno di settore per configurarsi come parte di un mutamento culturale più ampio. In sostanza ilmiolibro.it “fa” comunità: lo fa innanzitutto attraverso una quantità numerica impressionante e un sito attrezzato alla bisogna, ma anche con una selezione accurata dei toni e dei modi attraverso cui “comunicarsi” – anche in senso eucaristico, oseremmo dire – al suo pubblico: “Se l’hai scritto, va stampato”; “ilmiolibro.it cambia le regole dell’esordio letterario in Italia”; “Se non credono che tu sia un vero scrittore, portali da Feltrinelli.”

Leggendo con attenzione la comunicazione di ilmiolibro.it, ci si rende conto che il gruppo Repubblica-L’Espresso, Feltrinelli e Scuola Holden puntano su una specie di strategica “deterritorializzazione” della loro iniziativa: ilmiolibro.it è un progetto “buono” e privo di luogo, incollocabile, che si limita a fare del bene, a soccorrere, dialogando direttamente con una tipologia di, chiamiamolo così, “autore-editore” rassicurandolo sulla sua identità: non sei più il povero diavolo costretto a pubblicarsi da solo, non devi considerarti tale: sei a tutti gli effetti uno scrittore, partecipi a un concorso tra tuoi pari e magari lo vinci e vieni pubblicato da Feltrinelli. Sei un parlamentare della “repubblica delle lettere”, e non importa che tu ti sia autoeletto tramite il versamento di un obolo. Insomma: una buona allucinazione di realtà – un’allucinazione sorridente e rassicurante – è preferibile alla realtà tout court, solitamente più frastagliata, complessa e delusoria.

ilmiolibro.it – ma anche, in modo diverso, gli editori di vanity press – sembrano dire: perché lavorare duro e migliorarsi per tentare di  giungere a una pubblicazione che potrebbe non arrivare comunque, quando si può pagare per ottenere in modo certo qualcosa di molto simile, se non uguale?

È per questa ragione – perché le due cose non sono uguali, e nemmeno simili – che è necessario indurre il fenomeno medesimo a territorializzarsi, a riconoscere le sue contraddizioni. Ciò che infatti più preoccupa nella pratica pseudoeditoriale, è il suo travestimento, non solo da editoria, ma anche da agente di democratizzazione di pratiche editoriali, con quello che ne consegue. Nella pseudoeditoria, oltre alla destituzione delle agenzie di scelta e valutazione, si avverte la possibile creazione di una comunità narcisistica di uguali, tali solo per censo e potere economico, che accedono previo pagamento a un astratto ruolo autoriale. Nella comunità pseudoeditoriale ci si affida solo al rating, al consenso cieco da consumatore, o alle proprie disponibilità e capacità autopromozionali, tanto che sarà “necessario che l’autore si metta in gioco, che costruisca la sua platform online, che abbia un seguito sui blog e sui social network”[1]. Un meccanismo che non solo getta discredito sulla già pericolante realtà dei lavoratori editoriali (editor, curatori, traduttori, direttori di collana, uffici stampa), ma provoca la creazione di una comunità informe e debole dal punto di vista dell’autocritica, non tanto appiattita dal punto di vista del gusto quanto impossibilitata a educare gli stessi partecipanti alle proprie capacità e ai primi limiti da superare.

La democratizzazione virtuale potrà sembrare liberatoria per quei lettori e scriventi che spesso rimangono indignati da un dilagare di letteratura mediocre e instant anche in quelli che una volta erano considerati “editori di livello”, oppure da tutti coloro che percepiscono, a volte a ragione, il meccanismo di selezione editoriale come oscuro o arbitrario. Ma non crediamo proprio, con l’avvento della pseudoeditoria di nuova generazione, di essere di fronte a un ’48 dell’editoria, che ne liberi le possibilità latenti e le pluralità spesso messe in difficoltà dallo stretto legame produzione-distribuzione: siamo piuttosto di fronte alla creazione di una comunità dell’assenso (acquistabile), che non prevede il dissenso, la scelta, il confronto, il “no” utile alla maturazione. Si risponde cioè a una possibile, e magari fruttuosa, critica delle pratiche di valutazione editoriale, sbaragliando il campo dialettico e puntando sulla carenza “affettiva” e di visibilità del consumatore, che diviene auto-produttore dei propri (virtuali) quindici minuti di celebrità a dispetto di coloro – gli editori tradizionali – che gli hanno detto “no”.

“Se l’hai scritto, va stampato” è il claim di ilmiolibro.it. Ovvero: se sei in grado di compiere un’azione elementare – compilare una serie di spazi con dei segni alfabetici – ciò che hai scritto può guadagnarsi una concretezza oggettiva simulando la forma-libro. In questo modo “anche tu” sarai  autore (e “anche tu”, teniamolo presente, è il totem di questa comunicazione). Tale claim nasconde la precondizione essenziale – la disponibilità a una transazione economica, l’acquisto del sì – in filigrana: la trasforma in un sottinteso. Un non detto che è però imprescindibile. Il percorso che conduce chi ha scritto qualcosa a essere percepito come autore prevede, quasi come un dettaglio, che lo scrittore sia anche il proprio editore.

Lo scenario che si configura è quindi quello in cui la disponibilità economica produce le condizioni per il sì ed espelle automaticamente il no. Considerato che il no è qualcosa che può provenire da quelle agenzie di senso, fondate su studio e competenza, che sono gli editori tradizionali, quella che si va definendo è una loro progressiva dismissione. Nella pseudoeditoria, gli editori danno le loro dimissioni intellettuali, ma non si dimettono dai loro interessi economici: non svolgono più il ruolo di un servizio finalizzato allo sviluppo di una capacità pubblica, ma di un servizio d’accesso a una casta a pagamento. “Diventa anche tu un autore”, in una preoccupante rincorsa a una società di individui che agognano ruoli prestabiliti più che capacità riconosciute, etichette più che servizi, acquisizioni più che apprendistati.

E tanto più preoccupante è vedere come ilmiolibro.it stia facendo scuola: se il gruppo GEMS organizza già da due anni il concorso “Io Scrittore[2], Roberto Cavallero, direttore generale libri Trade del gruppo Mondadori[3], la mette in questi terminim: “Il self-publishing, l’autopubblicazione, è un elemento fondamentale, imprescindibile per gli editori. Un tempo pubblicarsi da solo un libro, pagando di tasca propria, era una cosa da poveretti, roba un po’ triste. Oggi è fondamentale. Ma non basta fare un sito con su scritto: ‘Autopubblicatevi!’. Bisogna costruire modi diversi di self-publishing e noi li stiamo studiando. Tra qualche mese vedrete delle sorprese… Nel prossimo futuro, un editore che non sarà coinvolto nel self-publishing non avrà autori […] Il punto è creare una comunità di lettori/scrittori che definisca un sistema di rating stabilendo ciò che vale. Ci sono case editrici come HarperCollins, Penguin e Random House che lo fanno. C’è Amazon, c’è Google+”.

Quali sono allora le alternative per chi ha il legittimo desiderio di pubblicare quel che ha scritto, e vuole farlo in modo autonomo e indipendente? Il sistema editoriale viene spesso percepito da chi ne è fuori e vorrebbe entrarci come una roccaforte inaccessibile, governata da meccanismi imperscrutabili e retta da cerchie chiuse. Generazione TQ propone innanzitutto una rivendicazione del lavoro editoriale come scelta intellettuale trasparente, invitando gli editori a pubblicare sui propri libri il nome di chi ha diretto la collana, di chi ha letto, scelto ed editato il libro, così da contribuire a sgomberare il campo editoriale da quei dubbi, e da quel mito di inaccessibilità, alla cui ombra prospera la pseudoeditoria.

Dall’altro lato, rivendichiamo la bontà della pratica reale di autoproduzione come modalità di accesso alla “vera” repubblica delle lettere: oggi esistono innumerevoli strumenti per un’onesta autopubblicazione, e ancor più ne esistono per far conoscere il proprio lavoro a un pubblico virtualmente illimitato: blog, social network, riviste underground, comunità di lettori, sono gratuiti e liberi banchi di prova, mentre i servizi della pseudoeditoria costano caro e sono generalmente erogati da una divisione specifica dei più grandi gruppi editoriali. Certo, nel mondo reale la visibilità non si può comprare: farsi conoscere e apprezzare è il frutto di un lavoro lungo e paziente di diffusione e scambio. Si legge quel che altri hanno scritto, si partecipa a una discussione comune, si impara, si cresce e si mettono a disposizione le proprie conoscenze, insomma ci si mette in gioco. Solo a queste condizioni anche l’autoproduzione in ambito editoriale può essere uno spazio di innovazione e di resistenza[4]. L’alternativa al Diventa anche tu un Autore! è quella, magari meno accattivante ma di certo più vera del Prova anche tu a diventare un autore, lavorando e sfruttando i mezzi gratuiti a tua disposizione. Pubblicare un libro non è un diritto: lo è piuttosto avere interlocutori capaci di rappresentare un esempio, e un sistema di selezione che mostri le sue carte senza travestimenti.


[1] Giuseppe Granieri, “La via del self-publishing”, «Il Mulino», 5/11. www.rivistailmulino.it

[2] Nella prima edizione di “Io Scrittore”, oltre 1500 libri sono state sottoposte al vaglio degli stessi partecipanti che, investiti del doppio ruolo di scrittore e critico, hanno espresso più di 20.000 giudizi mettendoli a disposizione di ogni concorrente. Attraverso due manche e una graduatoria finale stabilita esclusivamente sulla base dei voti espressi, si è arrivati a 25 opere pubblicate in e-book e di 6 in edizione cartacea.

[3] Prima Comunicazione, n. 419

[4] Come lo sono stati i samizdat o l’universo delle riviste e dell’editoria underground magnificamente interpretato in Italia da A. Bandinelli, R. Iacobelli, G. Lussu, Farsi un libro. Propedeutica dell’autoproduzione: orientamenti e spunti per un’impresa consapevole. O per una serena rinuncia, Stampa Alternativa 1990.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
52 Commenti a “Diventa anche tu un autore!
Appunti su self-publishing e pseudoeditoria”
  1. Però per proporre un manoscritto a Minimum Fax devi pagare un’agenzia letteraria oppure essere un giornalista figo del Sole24ore. O no?

  2. minimaetmoralia scrive:

    @ Cristò: qualche piccolo esempio di come sono stati pubblicati alcuni autori di minimum fax.

    Valeria Parrella: ci arrivò il manoscritto in casa editrice di questa sconosciuta autrice. Ci piacque molto.

    Leonardo Pica Ciamarra: ci arrivò il manoscritto in casa editrice di questo sconosciuto autore. Ci piacque molto.

    Giorgio Vasta: iniziammo a leggere i suoi pezzi su Nazione Indiana e altre riviste. Ci piacquero molto. Lo contattammo chiedendogli se poteva farci leggere qualcosa di quello che stava scrivendo.

    Francesco Pacifico: ci arrivò (tramite Christian Raimo) il manoscritto di questo autore che praticamente non avevamo mai sentito, visto che non aveva mai pubblicato da nessuna parte o quasi. Il manoscritto ci piacque molto. Contattammo l’autore per sapere se il manoscritto era già in lettura presso altri editori.

    Roberto Saviano: allora sconosciuto. Iniziammo a leggere (ben prima della pubblicazione di “Gomorra”) i suoi reportage su giornali cartacei e sui siti internet come Nazione Indiana. Ci piacquero. Lo contattammo per cercare di pubblicare un suo pezzo in un’antologia che andavamo facendo. Pubblicammo il pezzo. Tempo dopo lui pubblicò “Gomorra” e fummo tutti contenti di aver contribuito in piccola parte a far conoscere un autore che poi “esplose” editorialmente, sia pur per un altro editore.

    Paolo Mascheri: un agente letterario ci mandò il suo libro. Ci piacque.

    Carola Susani: avevamo letto altri suoi libri e racconti e ci erano piaciuti. La contattammo per capire se stava lavorando a qualche nuovo materiale.

    Filippo D’Angelo: prossima uscita. Qualcuno lo conosce perché scrive sul “Sole 24 Ore” o sul “Guardian”? No. Infatti vive a Parigi dove insegna. Qui in Italia non mi risulta collabori stabilmente per giornali, fondazioni, partiti etc. Sta lì in Francia. Abbiamo letto il suo primo romanzo, ci è piaciuto molto.

    Stefano Jorio: a parte una partecipazione a RicercaRE di molti anni fa, collaborava per “Liberazione” e poi per “Gli altri” (dunque non “Le Monde” o “Il Corriere della Sera”). Abbiamo letto il suo primo romanzo. Ci è piaciuto.

    Alessio Torino. Avevamo letto il suo romanzo precedente “Undici decimi”, pubblicato per un altro editore, e così gli abbiamo chiesto se ci voleva far leggere il nuovo. Lo abbiamo letto. Ci è piaciuto.

    Peppe Fiore. Era una vita che leggevamo i suoi racconti (pubblicati su riviste, per piccoli editori etc.), e ci piacevano, e così lo abbiamo contattato.

    Fabio Stassi. Ci è capitato in casa editrice il manoscritto del suo primo romanzo. L’abbiamo letto. Ci è piaciuto.

    Ernesto Aloia: idem. Solo che anziché un romanzo erano dei racconti.

    Eccetera eccetera eccetera…

    E poi, dal momento che a leggere siamo una o due persone (che fanno anche altre mille cose), e dal momento che arrivano 2000 manoscritti all’anno e noi non abbiamo letteralmente le forze per rispondere circostaziatamente a tutti, ci sono manoscritti che ci sono sfuggiti, quelli su cui ci siamo sbagliati eccetera.
    Addirittura ci sono quegli autori di manoscritti ai quali (pur non piacendoci la loro scrittura, o ritenendola comunque non così buona da volerli pubblicare), nonostante rispondere a loro si risolvesse lavorativamente per i motivi di cui sopra in una mezza perdita di tempo, gli abbiamo risposto lo stesso, ci siamo scambiati brevi mail, abbiamo dispensato consigli richiesti o sollevato le braccia quando non c’era modo o tempo per aiutarli o consigliarli più diffusamente, ricevendone a volte, come ringraziamento, risposte sarcastiche tipo la tua.

  3. Cori B scrive:

    Condivido quasi del tutto, però – lo dico in qualità di lettrice esigente – c’è una zona grigia che dovrebbe essere portata alla luce e che, a mio parere, è il contraltare di questa ‘democratizzazione’ a pagamento: la crescente sfiducia dei lettori ‘puri e consapevoli’ verso le consorterie di editori&critici&giornalisti. Chi legge roba tosta non può non essere infastidito dalla catena di scambi di favori che è ormai la produzione letteraria main stream, con conseguente perdita di autorevolezza dei sedicenti critici letterari, che periodicamente si trasformano in romanzieri e viceversa. Se “io parlo bene di te perché tu parli bene di me” è il sistema-melassa della critica ad alta tiratura delle pagine (una volta) culturali dei maggiori quotidiani italiani… se veline,calciatori e opinionisti,giornalisti e politici, magari di indubbie qualità nei loro settori, possono sfornare qualunque cosa gli passi per la testa senza passare per le forche caudine del vaglio editoriale, poiché la loro fama garantirà il pareggio di bilancio per le case editrici, allora ben venga che chiunque possa pubblicare ciò che vuole (anche pagando). Rendiamoci conto che anche l’editoria ‘nobile’ non è governata da nulla che non siano leggi di mercato e i professionisti dell’editoria, che gestiscono le logiche selettive della ‘buona’ letteratura, dovrebbero innanzitutto sforzarsi di riacquistare credibilità presso il pubblico dei lettori ‘seri’ e un po’ indignados per le troppe patacche spacciate per arte…

  4. cdemajo scrive:

    Quest’attacco a mfax è ovviamente insensato e non va neanche commentato. Però da interni, chi più/chi meno, dell’editoria dovremmo forse provare a problematizzare il fatto che il sistema editoriale viene percepito da chi si trova all’esterno come chiuso e clientelare, manco fosse la casta di Montecitorio. Vogliamo liquidare queste uscite esclusivamente come attacchi di frustrazione? Lo dico soprattutto ai tq, che rispetto al problema delle clientele editoriali e dei possibili e provati conflitti d’interesse non mi pare abbia prodotto nessun documento di rilievo (ma forse, non avendo seguito tutto, mi sbaglio, e non lo dico retoricamente). Si brandisce il concetto di “qualità”. E però nessuno trova da ridire se i sommelier della critica, cioè i depositari del marchio “qualità”, giudicano con apparente fredda imparzialità libri di persone con cui stringono relazioni personali. D’altro canto ci sono editor che vogliono guidare la rivoluzione della “qualità”, ma nel frattempo prendono decisioni che vanno nella direzione opposta. Per non parlare degli universitari, di chi per esempio ha goduto individualmente dei favori di un certo sistema e ora rovescia il tavolo e dice che il sistema fa schifo perché non si premio il merito (o in altre parole, ancora una volta, la “qualità”).
    Per evitare questo grillismo dell’autore esordiente, sarebbe forse il caso di assumersi delle responsabilità individuali innanzitutto. Come non rendersi conto che l’idea che il Male sia qualcosa di lontano e di esterno che ci minaccia è la quintessenza del berlusconismo (di destra e di sinistra)? Il male (con la minuscola), piuttosto, ci appartiene. Allora perché, invece di discutere del Filo o del miolibro.it, che sono veramente dei bersagli troppo facili e che, in fondo, lavorano su un’altra fascia di mercato, che dal mio punto di vista, ma forse mi sbaglio anche qui, non vedo in nessuna competizione con la fascia di mercato Narrativa italiana, non analizziamo seriamente, sotto l’aspetto merceologico e letterario, le ultime cinque uscite, che ne so, di Mondadori Sis, o di Einaudi Stile Libero, o dei Coralli? Se pensiamo e diciamo che le pagine culturali si sono degradate, perché allora non facciamo una rassegna stampa ragionata delle pagine culturali, disegnando una mappa di chi scrive cosa e come? Perché sinceramente, con tutta la stima per gli estensori, se alla fine l’indignazione e l’insofferenza tanto sbandierata per il nostro “declino” si riduce a discutere del miolibro e del Filo, la vaga sensazione che la rete degli interessi e delle relazioni sia troppo forte per essere messa in discussione si solidificherà in una di quelle convinzioni qualunquistiche sul genere “sono tutti ladri”.

  5. Cori B scrive:

    Lungi da me l’idea di attaccare Minimum Fax (spero che cdemajo si riferisca ad altri!), io parlo esclusivamente da lettrice, senza manoscritti nel cassetto. La mia solitaria battaglia è per la conquista di un’isola di onestà intellettuale, ed è per questo che bisogna incoraggiare fiduciosamente i propositi di TQ, e farli spingere oltre… se gli scrittori più o meno arrivati, vecchi o giovani, smettessero con le recensioni degli amici – se non per amici lontanissimi o d’altri secoli, non sarebbero più credibili come recensori?

  6. marisa salabelle scrive:

    Molto interessante la risposta da parte di minimaetmoralia, e molto interessante l’elenco degli autori scoperti, pubblicati o prossimi alla pubblicazione, solo grazie ad un attento lavoro di scouting, senza raccomandazioni, pregiudizi, scambi di favori… vedo però che sul sito di Mimimum fax, al link relativo ai manoscritti, sono scritte da almeno un anno, se non di più, queste parole: “fino a data da destinarsi non visioneremo più manoscritti inviati spontaneamente, cioè senza nostra esplicita richiesta. Certamente la nostra ricerca non si arresta, ma continueremo a selezionare materiale, concentrandoci su quello che ci viene segnalato dalle agenzie e dai nostri collaboratori.” Perciò, come può un autore sconosciuto farsi conoscere agli attenti lettori di Minimum fax?

  7. eFFe scrive:

    Un mio intervento, abbastanza in linea con @cdemajo, sul Self-publishing Lab:

    http://www.selfpublishinglab.com/?p=237

  8. minimaetmoralia scrive:

    Cara Marisa,
    hai ragione. Ti dobbiamo una risposta. A un certo punto, in casa editrice (sulla base delle pochissime forze in campo a fronte del problema) la gestione dei manoscritti inviati spontaneamente è diventata critica. Arrivavano migliaia manoscritti, la maggior parte dei quali provenivano da autori che non avevano idea neanche di cosa fosse minimum fax. Libri di poesie (non abbiamo una collana di poesia). Accademici che ci mandavano monografie su Federico II di Svevia (non rientrano decisamente nei nostri piani editoriali). Libri di cucina, di giardinaggio, di critica letteraria quale noi non pubblichiamo, oltre ai manoscritti di romanzi e racconti. Ma a un certo punto non più solo raccolte di racconti, ma singoli racconti, pezzi di racconti, pezzi di romanzi non ancora terminati, sinossi, e così via. Probabilmente (anzi, sicuramente) la stessa cosa accade in altre case editrici, solo che ci sono case editrici che dispongono di una squadra che noi non possiamo permetterci (tipo: editor senior, junior editor, lettori esterni etc.)

    Il problema non era solo la scrematura di questi manoscritti, che appunto è abbastanza semplice. Il problema è che tutti questi manoscritti andavano archiviati, dovevano essere mandate le lettere di risposta (standard, ma in certi casi invece circostanziate), e così via. Insomma: a un certo punto l’editore ci ha comprensibilmente fatto capire (a fronte di un rapporto di circa 1 a 3000: cioè un libro pubblicato ogni 3000 arrivati) che la faccenda diventava davvero antieconomica. O meglio: economicamente non sostenibile. Ci sarebbe voluta almeno una persona addetta esclusivamente alla lettura-archiviazione-risposta, e non potevamo permettercela.

    Allora abbiamo cercato di fare in questo modo. Non rispondere ai manoscritti arrivati spontaneamente, ma metterci noi a caccia degli autori. Leggendo continuamente le riviste letterarie e i siti internet. Facendoci consigliare dai consulenti. Ma in consulenti altro non sono che amici, colleghi, conoscenti, altri autori, librai, lettori forti incontrati in via persino occasionale, persone insomma che possono essere in contatto con chi scrive. Ai quali dicevamo e diciamo instancabilmente: se conosci qualcuno che scrive e ti piace come scrive, segnalacelo che ce lo leggiamo. E poi per esempio stando attenti ai concorsi letterari per inediti (il premio Calvino, per esempio, che dà ottime garanzie di qualità e trasparenza), o a manifestazioni per scrittori emergenti come Esordire, Ricercare etc.

    Insomma, ci siamo detti, gli autori bravi e ancora inediti magari usano come palestra riviste, siti internet, giornali, reading (si pensi da questo punto di vista a Rossano Astremo con il suo “Citofonare…”), insomma tutta una serie di occasioni pre-pubblicazione da cui il talento di un autore comincia a mostrarsi.
    (Si pensi, per fare un esempio aureo, a Elvira Sellerio che scopre Bufalino leggendo le sue didascalie all’album fotografico su Comiso, lo contatta, gli rompe le scatole fino a scoprire che sta scrivendo e riscrivendo da anni “Diceria dell’untore”).

    E poi ci sono quelli, per esempio, che contattano direttamente gli editor e gli editor se li leggono. Dico questo perché quasi sempre (diciamo un rapporto di 48 a 50), dai manoscritti che arrivavano spontaneamente in casa editrice si capiva che gli autori non sapevano neanche lontanamente come era fatta quella casa editrice a cui si proponevano.”All’attenzione del direttore responsabile prof. Christian Cassani” era una delle intestazioni più vicine alla realtà editoriale di minimum fax che giungevano. Allora abbiamo pensato che uno che magari conosceva almeno un po’ la casa editrice a cui si proponeva, poteva avere una parallela consapevolezza delle cose che scriveva. Sempre che questo sia vero. E magari spesso non lo è.

    Ovviamente questo modo di procedere non dà purtroppo garanzie di riuscire a censire il 100 per 100 delle cose che dovremmo (o meglio vorremmo; e sull’uso di un verbo al posto dell’altro ci torno fra un po’), però è l’unico metodo che possiamo sostenere, sperando – la crisi quest’anno nell’editoria si è fatta sentire non poco – di poter continuare a farlo.

    Detto questo altre due cose.

    Una. Una casa editrice non pubblica solo autori esordienti. Pubblica anche autori già pubblicati, può ripescare autori defunti, e così via. Insomma. Non è che gli esordienti debbano necessariamente essere il piatto forte di un piano editoriale.

    Due. So che questo può essere un punto di dibattito e anche un argomento molto impopolare (e mi dispiace, ma per dibattere nel caso non ho tempo in questi giorni e settimane; tutto il tempo semi-libero che avevo, lo sto usando addesso), ma credo che un editor sia responsabile verso i lettori e la casa editrice per cui lavora, mentre la casa editrice è responsabile verso i lettori e basta. Non dunque verso gli autori di manoscritti. Il compito di una casa editrice (poi magari in alcuni casi disatteso) è pubblicare credo buoni libri (o meglio i libri più buoni possibili), non deve dunque rispondere agli autori di un manoscritto, nei confronti dei quali non c’è una responsabilità stringente.

    Cioè. Un editor deve trovare buoni autori e buoni libri. Se poi li trova andandoci a sbattere contro mentre cammina da solo di notte per le strade della città, o leggendo un manoscritto arrivato in casa editrice, o conoscendo un autore a cena, o ascoltando un reading, o leggendo una rivista o un sito internet, o ricevendo il manoscritto da un agente letterario, o trovandosi del tutto casualmente nel posto giusto al momento giusto (conoscendo – magari! magari! – il Malcolm Lowry di turno in una bettola di alcolizzati), è assolutamente la stessa cosa.

    La responsabilità è insomma credo in uscita (i lettori) non in entrata (gli autori di manoscritti).

    E, ancora una volta, in conti si fanno sempre “in uscita”. Allargando il discorso. Se cioè con il tempo si scoprirà che io e Franchini e Di Marco e Rollo e Codignola e Mozzi e Oggero e Gallo e Cesari e Sgarbi e Manni e Desiati e Ferri e Carratello e Sellerio eccetera eccetera eccetera ci siamo lasciati sfuggire il nuovo Proust o Morselli o Lampedusa, allora saremo (per quel caso) colpevoli di qualcosa. Se almeno uno di noi l’avrà invece pubblicato, significa che il ‘sistema’ editoriale in qualche modo – almeno per quel caso – ha tenuto.

    (Su come poi si riesca o non si riesca a valorizzare tutto questo nell’editoria del XXI secolo è un altro lunghissimo discorso. Ma rimaniamo all’oggetto della discussione).

    Il problema insomma è che se 1001 persone incazzate rivendicano di essere il nuovo Morselli non ancora suicida, almeno 1000 temo non dicano la verità. Tutti però sono convinti di dire la verità. Come, ragionevolmente, se ne può uscire?

    Non volevo essere duro, ma cercare per quanto possibile di spiegare la situazione quasi oggettiva da una parte, e il mio (opinabile, certo) punto di vista dall’altra.
    Nicola Lagioia

  9. marisa salabelle scrive:

    Caro Nicola, ti ringrazio per la tua ampia e particolareggiata risposta. Sono d’accordo più o meno con tutto quello che dici. So bene anche che la stragrande maggioranza degli aspiranti alla pubblicazione è composta da incompetenti, illusi, narcisi privi del benché minimo senso autocritico… e così via. E non escludo di rientrare anch’io in questa categoria! E’ naturale però che chi scrive, e desidera pubblicare, debba credere nel suo lavoro. Magari ha torto, magari quello che scrive è pietoso, ma l’autore ci crede, e dopo una fase più o meno lunga in cui si accontenta di scribacchiare, prova a mandare le sue cose a qualche editore. E’ un modo per mettersi in gioco, in ogni caso. Il nostro aspirante non ha agganci, non ha sponsor, non conosce persone influenti, non pubblica su riviste on line, perché magari non ha trovato la via neanche per queste… che cosa può fare? Non lo sorprende il fatto di non venire pubblicato, affatto; ma gli riesce difficile accettare di non ricevere una parola, fosse anche di severa critica. Il nostro aspirante non capirà mai se il suo lavoro ha qualche valore o se è il caso di lasciar perdere. Poi, certamente, ci si può domandare che bisogno ci sia di nuovi autori: ma lui, l’autore esordiente, non pensa in questi termini, lui pensa a sé, alla sua opera!

  10. minimaetmoralia scrive:

    Lo so, è un fisiologico, temo, gioco delle parti.
    Tanto per dire, tieni conto ad esempio (se può servire a far sì che le parti si conoscano meglio) che gran parte del lavoro di un editor è dare risposte sgradite, e soprattutto portare cattive notizie: mille “mi dispiace ma non lo pubblichiamo” a fronte di un “ci è piaciuto”.
    Il che, non è necessariamente per chi la fa (il latore di cattive notizie) proprio una cosa che riempie di gioia. Bisogna farsi bastare insomma l’entusiasmo di quel singolo “ci piace” per pareggiare la consapevolezza, a volte anche pesante, del dispiacere di continuo tutti gli altri.

  11. Carolina Cutolo scrive:

    Ho trovato questo articolo di TQ interessantissimo e ben argomentato. Finalmente sta nascendo un dibattito su questo tema importantissimo e fino ad ora sottovalutato, e secondo me è un ottimo segno che anche TQ si senta coinvolta e ci rifletta pubblicamente per iscritto.
    Bella anche la riflessione e lo scambio di opinioni sui metodi di selezione degli autori di minimum fax, un’occasione in più per dire in cosa consiste il lavoro di un editore e di ricordare agli autori che se nessuno li pubblica non sempre è colpa di un complotto editoriale e lobbistico.

    Detto questo vorrei aggiungere a quanto detto finora che a mio parere le questioni principali (in argomento print on demand) sono due:

    1. LA REGOLAMENTAZIONE. L’attuale legislazione italiana in materia di editoria è allo stato attuale piuttosto vaga, e decisamente insufficiente se non tiene conto del diffondersi dell’editoria a pagamento e non distingue chiaramente editoria e print on demand. Servirebbe invece un approfondimento legislativo che da una parte definisca e regolamenti meglio l’editoria in quanto tale (impedendo per esempio di chiedere soldi agli autori anche solo con la formula subdola dell’impegno all’acquisto di copie) dall’altra che definisca e regolamenti il print on demand, in modo che sia obbligatorio per esempio informare chiaramente i fruitori/acquirenti che non si tratta di editoria, impedendo quindi il massiccio utilizzo di formule pubblicitarie al limite dell’ingannevole (il sito Youcanprint per esempio promette agli aspiranti scrittori di farli finalmente “entrare nel mondo dell’editoria”).

    2. LA COSCIENZA A MONTE – Perché tante persone si fanno imbrogliare da questi slogan faziosi? Perché il sogno di diventare e di essere riconosciuti scrittori fa perdere di vista non solo la lucidità nell’analizzare le possibilità di pubblicazione ma anche il fatto, fondamentale, che la scrittura dovrebbe essere un fine e non un mezzo? Io credo che la programmazione massiccia di talent show televisivi abbia una grossa responsabilità in questo senso. Il bacino dell’autoproduzione dovrebbe essere una fonte viva di autori ostinati nel loro desiderio di continuare a scrivere, confrontarsi, migliorare, e quindi in un certo senso una factory spontanea di qualità. Invece al momento sembra che il cliente medio del self publishing e del print on demand sia un autore sciatto e svogliato che invece di fare la fatica di lavorare sodo al testo, acquistare da sé il codice ISBN, inventarsi un espediente pubblicitario a costo zero per provare ad attirare l’attenzione dei lettori, preferisce al contrario delegare tutto questo a una società di servizi a pagamento. Questa non mi sembra voglia di scrivere, essere letti, scrivere meglio, ma bisogno facilone di emergere, di sfondare il muro dell’anonimato, che è una cosa molto triste.

    Ho cercato di approfondire la questione in un articolo pubblicato su Scrittori in Causa prima e su Scrittori Precari poi. Su Scrittori in Causa in particolare (per chi è interessato) tra i commenti è intervenuto più volte Alessandro De Giorgi, amministratore di Youcanprint, difendendo la causa del print on demand. Anche le argomentazioni di questo signore (nonché il vergognoso spot con cui abusa del sacrosanto diritto di replica) sono estremamente istruttive sul modo di operare di queste società:

    http://scrittorincausa.splinder.com/post/25522638/il-print-on-demand-non-e-editoria

    Grazie per l’attenzione
    Carolina Cutolo

  12. marco mantello scrive:

    “Se cioè con il tempo si scoprirà che io e Franchini e Di Marco e Rollo e Codignola e Mozzi e Oggero e Gallo e Cesari e Sgarbi e Manni e Desiati e Ferri e Carratello e Sellerio eccetera eccetera eccetera ci siamo lasciati sfuggire il nuovo Proust o Morselli o Lampedusa, allora saremo (per quel caso) colpevoli…”

    Alcuni rilievi partendo da quanto ho letto nei commenti fino a ora li vorrei fare, cercando di limare il più possibile la vis polemica, ma tanto ci riesco poco…

    1. Nella realtà, a mio avviso, il “sistema editoriale” di cui ci si sbandiera in continuazione membri a pisello dritto, sottende oggi un senso comune che tende pericolosamente verso l’uniformità del gusto e del modo di concepire il fantomatico idolatrato ‘ lettore’: Quando si fanno leggere manoscritti al ‘sistema’ sub specie di suoi membri da esso legittimati e socialmente riconosciuti, succede spessissimo che o una cosa piace a tutti i membri, o che non piace a nessuno dei membri, cioè si fa il cosiddetto “giro”, magari si ripassa pure due o tre volte e questa io non la trovo affatto una risorsa, o una forma di economicità, la si prende nel culo e basta, tanto per essere chiari, e credo che questa cosa del ‘giro’ sia anche un segnale, di una tendenza all’appiattimento, il rischio di un senso comune interno al formarsi di gruppi, di adepti collegati mentalmente e circolarmente da una comune perenne frequentazione personale, ambientale, mediatica, di settore appunto, una volta le chiamavano corporazioni. Ecco una tendenza del genere secondo me un po’ emerge da quanto ho letto nei commenti di Lagioia e la trovo preoccupante. Del resto anche quando si sceglie una pubblicità televisiva per una marca di prosciutti, il compito del funzionario d’azienda addetto alla scelta e di potere investito di dire si a uno e no a mille, fra le miriadi di proposte che riceve, è orientarsi vincolare la scleta verso qualcosa di esterno alle aziende pubblciitarie… E così per i libri: al prosciuttaro interessa il consumatore e sceglie la reclame del suo prodotto che gli garantisca il migliore impatto con il mercato , all’editor interessa il lettore e quindi sceglie…cosa? un possibile best seller? la Qualità? Cosa sceglie un editor di diverso da un prosciuttaro? Spero di ricevere una schiarita sul punto.

    2. A parte il fatto che trascorrere parte del proprio tempo su siti internet o su blog a leggere le cose più o meno emerse nel ‘(sotto)sistema’ on lieneche si autoalimenta di sè, e dei propri limiti di senso comune, come argomenta Nicola Lagioia, potrebbe alla lunga risultate in termini strettamente aziendali, più antieconomico che leggere un manoscritto di uno sconosciuto non filtrato dal senso comune degli adepti proiettati nel virtuale, di cui anni dopo vengano pubblicati stralci in rete o su rivista, il mio rilievo di fondo è che la mentalità che emerge da quella che tutto sommato resta anche un tentativo di trasparenza da parte di Lagioia è totalmente autoreferenziale e al contempo si barrica in un noi che sa molto di aziendale. Una cosa del tipo: mi/ci interessa solo il rapporto con ‘il lettore’, misteriosa entità sacralizzata quanto e più del mio/nostro mestiere di editor, una cosa del tipo: non ho/non abbiamo nessun debito verso colui che si definisce nemmeno autore, ma ‘manoscrittore’, io esercito/noi esercitiamo un potere entro vicoli di efficienze ecomomicità, qualità. Può piacere o no. A volte non piace nemmeno a me/noi, non piace a nessuno dire di no (o di si?), ma io/noi esercitiamo un potere, io sono/noi siamo parte di un sistema. Punto. Al massimo posso/possiamo riconoscere di essermi/esserci sbagliato/i , maturare il dubbio che in futuro potrà sfuggire al sistema un Proust vero fra i tanti mitomani che mandano le loro cagate domenicali, ma in fondo il sistema tiene, e i custodi della qualità letteraria sono persone sensibili razionali e accorte, sono, anzi siamo, i membri del sistema…

    Ecco va bene tutto però magari chiedersi, ogni tanto: gli altri. Ho imparato qualcosa leggendo i manoscritti degli altri? Ho usufruito di una visibilità come scrittore facendo l’editor di una casa editrice e autopubblicandomi in un’antologia da me curata, assieme a firme allora già note ? Ho mai scritto due righe di mail di scuse a un qualsiasi altro da me, quando è accaduto, come sostengo che possa essermi accaduto, di aver sbagliato? Mi sono mai posto il problema della sussistenza o meno di nessi, incompatibilità, privilegi automatici e inerziali, visibilità, fra il fare l’editor di miei coetanei negli anni 00 e al contempo fare lo scrittore al pari di loro avere la stessa età mentalità etc? Essere un editor che concorre a definire un gusto nell’ambito di una cerchia di addetti ai lavori di cui si rimarca l’esserne parte, e al contempo essere uno scrittore riconosciuto all’interno di quella cerchia, costruitosi anche, come tutti gli editor scrittori, sui cadaveri e i successi dei pubblicati (e dei rifiutati, non necessariamente già cadaveri, per fortuna, non stiamo parlando di Mondadori ma di Minimum Fax).
    Voglio dire che tutto questo senza dubbio funziona, paga, al livello di affermazione di sè, di valorizzazione dl eproprio lavoro e di quello della propria aziend, ma è capitalismo. Ecco un minimo di umiltà, per cortesia, un minor senso della degnazione, ritornare un attimo sulla terra dal pianeta ‘sistema’…

    3. Devo infine precisare, e ci tengo molto a farlo qui, una cosa che mi riguarda. Sono uno di quelli a cui Minimum Fax in passato ha rifiutato più volte di pubblicare un libro, il che testimonia anche un grado minimo di serietà della casa editrice (e di Nicola Lagioia stesso), conosco infatti da una vita alcune delle persone che lavorano a minimum e non per questo ho ricevuto un si dai detentori di un potere minimo di dire di no, o di si alla mia scrittura. Faccio questo rilievo a scanso di equivoci, perché in passato su altri siti discorrendo con un poeta/editor di temi simili e cioè di potere, dei rischi di corporativismo interni al ‘sistema’ , peraltro in ambito lirico, mi è stato detto che sputavo fiele a livello personale perchè costui mi aveva rifiutato un romanzo. Siccome per me invece, come scrittore innanzitutto, il tema del ‘potere’ è fondante e la lettura dei commenti che mi hanno preceduto mi ha indotto a scriverne, e poiché credo che il ragionamento fatto prima da Cristiano De Majo sul male con la m minuscola vada nella direzione giusta rispetto alle ragioni esposte da Nicola Lagioia, e derivi forse (il ragionamento sul ‘male’ di Cristiano) anche da una discussione privata avuta su questi temi e in particolare su TQ con Christian Raimo Francesco Longo e il sottoscritto, beh ecco le ragioni del mio intervento e del perché ci tenessi a farlo qui, adesso, a ridosso di un’epoca devastata dal narcisismo e dal culto del proprio lavoro. Non mi interessa polemizzare più del dovuto con gente che non posos certo tacciare di berlusconismo, davvero, non mi metto a fare le pulci alla collana Nichel o al senso del sacro con cui talora si concepisce il valore del proprio tempo e del proprio lavoro o al disvalore presunto fino a prova contraria di un manoscritto di uno sconosciuto che si crede Proust, mi interessa molto poco questo, ci ho fatto i conti in passato, da ‘conosciuto un minimo” e per fortuna ne sono uscito con le ossa intere, ho continuato a scrivere e credo anche di aver maturato un senso del limite non solo mio, e dei miei giudizi talora alacri sul ‘sistema’, ma anche un senso dei limiti ‘suo del sistemai’, dei suoi giudizi dei suoi consigli del suo perdere tempo a risponderti dei sottili e latenti meccanismi imitativi di quelli che un potere editoriale ce l’hanno davvero dove i soldi girano, e delle scelte umanamente soggette alla possibilità di errore.
    Ecco a me interessa invece, e molto come dicevo, il tema del ‘potere’ e del ‘bisogno di potere’ dei miei coetanei, all’interno di quella che con qualche difficoltà continuo a voler chiamare la mia generazione (sperando che non debordi in una generazione SS negli anni futuri). Credo che il modo di ragionare che talora è emerso nelle parole dello scrittore editor, membro del sistema e fondatore di Tq Nicola Lagioia sia emblematico di una tendenza che mi preoccupa, nel senso che non sembra davvero esistere altro, al di fuori della voce di chi decide, di chi colloca le persone in categorie astratte (il lettore, il manoscrittore, il già pubblicato, l’esordiente, il pubblicato su rivista o su siti internet…), ecco forse è da qui che si dovrebbe partire, da se stessi un minimo, e dagli altri in particolare, al di fuori dei paradigmi dell’efficienza e dell’economicità e di quanto sia drammatico e ingrato il compito di dover sceglierne uno su mille che ce la fa, e diventa da manoscrittore scrittore per investitura di un sistema che tutto sommato tiene, nel suo nucleo ‘buono’, e che invece va dsitrutto e combatutto, nel suo nucleo ‘cattivo’, anche se spesso i buoni e i cattivi hanno la stessa faccia, o lavorano sotto lo stesso logo.

    Non lo so forse il manoscritto di uno sconosciuto in futuro ci salverà, io lo auguro vivamente ma non al paradigma dell’editor-scrittore e al ritorno di immagine che potrà trarre, come scrittore-editor, dalla supervisione di un successo commerciale e dai contatti che la cosa gli procurerà o gli ha procurato nel corso degli anni, io lo auguro a quello sconosciuto, che in futuro possa dirlo chiaramente, e nei limiti di un’umana possibilità di sbagliarsi, che possa alzare le braccia anche lui o dispensare consigli richiesti, o non perderci tempo proprio, a rispondere alle loro mail, e ripeterselo ancora, dinanzi a quel giudice unico costituito dalla sua faccia tronfia che si fissa allo specchio : ‘Io non ho debiti di sorta verso il sistema, le case editrici gli editors…E non sono nemmeno un investimento. Il mio unico vincolo me lo dà il lettore’.

    Un saluto. Marco Mantello

  13. stefano petrocchi scrive:

    Vorrei chiedere agli autori dell’articolo:

    Da quale “dimensione etica” è lecito stigmatizzare il narcisismo dei manoscrittari quasi fosse una piaga sociale?

    Si rendono conto dell’enormità di una frase di apparente buon senso come “Pubblicare un libro non è un diritto”?

    Una critica siffatta di pratiche editoriali sia pure discutibili non assomiglia pericolosamente alle posizioni di quanti criticano le unioni civili tra omossessuali in nome della sacralità dell’istituto del matrimonio?

    Infine, perché il movimento TQ – animato da alcuni dei migliori scrittori, critici e editor in circolazione – produce documenti collettivi di lettura mediamente ingrata e impervia?

  14. Carolina Cutolo scrive:

    Stefano:
    Io invece sono d’accordo coi TQ sul narcisismo, non come piaga sociale (che è un’esagerazione) ma come handicap di chi si approccia alla scrittura senza neanche metterlo in discussione. Un po’ di narcisismo è normale, sia chiaro, ma pensare che sia cosa buona e giusta avalla una tendenza all’autoindulgenza che nuoce all’autocritica e al miglioramento continuo, e dunque alla buona scrittura. Per me scrivere bene (tra le altre cose che non sto qui a precisare) significa eliminare il più possibile le contaminazioni al testo dovute all’amor proprio, perché il compiacimento non solo è inutile, ma ci impedisce di vedere col maggior distacco possibile quello che stiamo scrivendo e come lo stiamo scrivendo, che è una condizione secondo me necessaria a saper autovalutarsi e ad essere consapevoli del valore reale e delle potenzialità del nostro lavoro di scrittura. Essere consapevoli del valore del proprio testo non significa e non deve significare mai essere autoindulgenti.
    Quindi non mi sembra così campato in aria il discorso di questo articolo sul narcisismo di molti aspiranti scrittori.

    Poi mi sembra fuori luogo il paragone con le unioni civili tra omosessuali, perché le unioni civili dovrebbero essere un diritto per tutti e non solo per pochi, mentre poter pubblicare un libro dovrebbe essere un merito dovuto alla presunta qualità del testo. Che poi il giudizio su questa qualità sia quasi sempre arbitrario e relativo a chi in ogni singola casa editrice è preposto a selezionare i testi da pubblicare è un altro discorso. Ma assimilare le discriminazioni sessuali alle scelte di pubblicazione mi sembra un azzardo im-pertinente.

  15. eFFe scrive:

    @Carolina,
    anche io, pur facendo parte di Tq, conoscendo di persona e stimando 2 dei 4 firmatari del pezzo, ho avuto un brivido lungo la schiena sentendo parlare di dimensione etica. E la domanda di Stefano rimane ancora senza risposta: essa infatti non chiede di definire il narcisismo di chi accede all’editoria a pagamento – che è cosa evidente – ma chiede un’assunzione di responsabilità ai 4 autori.

    Come ho scritto qui:

    http://www.selfpublishinglab.com/?p=237

    (citandoti peraltro) l’accusa di narcisismo lanciata da autori che hanno già trovato la via della pubblicazione è un pericoloso boomerang. E il loro articolo ha molti altri limiti, il più grosso dei quali (proprio come sottolinea Stefano) è l’inadeguatezza comunicativa di chi si presuppone sappia invece far buon uso delle parole.

    L’enorme sottotesto di un articolo che parla di qualità è, secondo me, il seguente: l’autore pubblicato da un editore cd. tradizionale E’ migliore di un autopubblicato. La puzza di autoincensamento (e di ontologia) si sente lontana un miglio, e dunque spiega le critiche come quella di Stefano. E quel sottotesto, come dimostra un’ampia casisitica, non regge la prova del reale.

    Il che non significa certo che non si debbano pensare delle strategie/cure per l’inganno in cui cadono molti aspiranti scrittori pagando per esser pubblicati. Ma di sicuro ciò non può accadere se non si abbandona l’approccio top-down che risulta dal loro articolo né se non ci si assume, per primi, le responsabilità per quanto compete all’editoria tradizionale.

  16. Carolina Cutolo scrive:

    eFFe:
    capisco quello che vuoi dire, ma se così fosse (se cioè gli autori del pezzo si incattedrassero guardando con superiorità chi paga per pubblicare) io stessa sarei molto severa con questo articolo che tocca un tema che sto seguendo da mesi con molta attenzione.
    A me però, leggendolo la prima volta ma anche rileggendolo, sembra che a più riprese l’articolo precisi che una cosa sono il print on demand e la vanity press, una cosa è l’autoproduzione. Mi sembra che in più di un passaggio ribadiscano che quello che criticano non è spendere soldi per autopubblicarsi, ma farsi abbindolare dall’ambiguità dei messaggi e delle promesse di POD e vanity press (che trovo sia un’espressione efficacissima per significare l’editoria a pagamento).
    Ecco per esempio un passaggio in cui tutto questo è molto chiaro:

    “rivendichiamo la bontà della pratica reale di autoproduzione come modalità di accesso alla “vera” repubblica delle lettere: oggi esistono innumerevoli strumenti per un’onesta autopubblicazione, e ancor più ne esistono per far conoscere il proprio lavoro a un pubblico virtualmente illimitato: blog, social network, riviste underground, comunità di lettori, sono gratuiti e liberi banchi di prova, mentre i servizi della pseudoeditoria costano caro e sono generalmente erogati da una divisione specifica dei più grandi gruppi editoriali”.

    Quindi non capisco dove sia l’autoincensamento, e se lo vedi in questo articolo non capisco perché non lo hai visto nel mio, che giudica negativamente l’ingenuità narcisistica e autoindulgente di chi cade in queste trappole esattamente allo stesso modo.

    Sono d’accordo invece che il pezzo sia carente dal punto di vista delle proposte. Mi sembra insufficiente e poco pertinente (seppure un’ottima idea di cui auspico la realizzazione) l’unica proposta concreta che è uscita da questo pezzo, e cioè:

    “pubblicare sui propri libri il nome di chi ha diretto la collana, di chi ha letto, scelto ed editato il libro, così da contribuire a sgomberare il campo editoriale da quei dubbi, e da quel mito di inaccessibilità, alla cui ombra prospera la pseudoeditoria”.

    Quindi siamo d’accordo sul fatto che la pars costruens dell’articolo sia carente, ma siamo in disaccordo sulla presunta superiorità intellettuale con cui gli autori dell’articolo si porrebbero di fronte ai fruitori di POD e vanity press, perché a me sembra che questo articolo dica, e a più riprese, che sia l’autoproduzione la giusta risposta all’inaccessibilità (o semi-tale) dell’editoria tradizionale, e non il POD o l’editoria a pagamento che giocano sporco con slogan al limite dell’ingannevole.

  17. Finn scrive:

    Ragazzi, amici, colleghi, iniziamo dicendo che faccio la scout in una nota casa editrice e qui su internet sono costretta a mantenere l’anonimato (anche l’email riconduce a un nome falso) perché noi, che abbiamo fatto la scelta di aprirci alle proposte di aspiranti scrittori, ci troviamo perennemente sotto assedio. I numeri sono quelli che faceva Lagioia (un rapporto di 1 pubblicato su 2000-3000 proposte ricevute). Dovete capire che la situazione è assolutamente drammatica! I lettori, gli scout, gli editor, senior, junior, chiamateli come vi pare, sono il bersaglio costante di recriminazioni, invettive, suppliche, piagnucolii. Secondo gli scrittori non sanno quello che fanno. Oppure, se sanno quello che fanno, perché non hanno capito proprio il loro libro? Se si sapesse chi sono a ogni fiera dovrei dar conto di quello che ho deciso in spossanti dibattiti a una decina di postulanti. Lasciamo perdere, meglio un “noi lettori” neutro, mai firmarsi.

    Queste proposte che ci arrivano noi le leggiamo tutte, non rispondiamo praticamente a nessuno, perché sarebbe materialmente impossibile, ma anche perché (con Lagioia) non “dobbiamo” niente agli aspiranti scrittori, quello che facciamo per loro è leggerli. E’ vero, è orribile constatare che la maggior parte delle persone non hanno idea di chi siamo, da dove veniamo, cosa vogliamo (ma del resto probabilmente nemmeno di chi sono, da dove vengono, cosa vogliano) e ci mandano fieri manuali di bricolage o trattati di mistica o poesia sulle malattie mentali o carteggi sulla Lega Nord. E’ orribile la sensazione che si prova a leggere quello che scrivono alcuni personaggi, lo scollamento tra la percezione di sé “sono uno scrittore, scrivo da sempre, scrivere è la mia vita, aiutatemi a realizzare il mio sogno” e la realtà, un manoscritto improponibile. Sono fiera del lavoro che faccio e continuerei a farlo anche se mi dicessero che la proporzione pubblicati/respinti è destinata a cambiare in 1/5000, e penso sia inutile chiedere agli scrittori il sacrificio di capire gli editori (tanto ogni scrittore pensa di essere l’eccezione) ma non sono affatto d’accordo né con le premesse, né con le conclusioni dell’articolo dei TQ.

    Penso di aver dato, in queste righe, una prima risposta ai TQ autori del lungo articolo. Dichiarare il nome di chi legge e sceglie è una mezza follia, apre a un contraddittorio inutile sulla legittimità delle scelte che, lungi dal saziare gli autori respinti e scontenti, aggiunge carne sulla brace e finisce per TOGLIERE TEMPO al lavoro editoriale. Volete essere veramente democratici? Iniziate dando la possibilità a CHIUNQUE di essere letto, anche al pazzo del manuale di bricolage. Mettere un nome di un editor su un sito non costa molto, leggersi 3999 schifezze sì. Il prezzo della democrazia…

    Per quanto riguarda gli attacchi all’editoria a pagamento, so di espormi a critiche dal momento che come V per Vendetta nascondo il mio nome, ma in linea di massima mi sembra solo un modo molto semplice di riversare la propria frustrazione di scrittori respinti contro un bersaglio, il cattivissimo uccello dall’ampia apertura alare, reo di aver saccheggiato le speranze di fioritura di questi timidi bocciuoli della letteratura, gli scrittori che erano stati respinti da tutte le case editrici non a pagamento.
    Posso porre, fuori da questa retorica buonista del merito, il problema CONCRETO del dolore di uno scrittore quando il suo manoscritto viene respinto, e dell’esigenza di pubblicare? Scusatemi ma io non ci vedo niente di male, non sei abbastanza bravo per pubblicare con einaudi, minimum fax, adelphi, e/o, sellerio? Paghi e ottieni un surrogato della felicità che ti avrebbe dato essere pubblicato da un editore non a pagamento. Tanto per quanto pesti i piedi non ci arriverai mai e il grande uccello dall’ampia apertura alare ti offre il servizio di dare al tuo scritto la forma del libro, anche se, detto fuori tra i denti, non se la meriterebbe.
    Il discorso delle differenti possibilità economiche è giusto ma è una cosa che vale anche se vuoi andare alla SPA a fare l’hammam e la pulizia del viso e non c’hai 200 euro da spendere. Tanto sono abbastanza convinta che di qui a poco tempo l’editoria a pagamento non esisterà più e al suo posto rimarranno le gigantesche communities “letterarie” dove commenti e stelline diverranno il modo di appagare il proprio narcisismo senza cacciare un soldo.

  18. stefano petrocchi scrive:

    @Carolina
    “azzardo impertinente”: sì!

  19. Finn scrive:

    *fuori dai denti, mi era rimasto ancora in mezzo.

  20. marco mantello scrive:

    “Scusatemi ma io non ci vedo niente di male, non sei abbastanza bravo per pubblicare con einaudi, minimum fax, adelphi, e/o, sellerio? Paghi e ottieni un surrogato della felicità che ti avrebbe dato essere pubblicato da un editore non a pagamento. Tanto per quanto pesti i piedi non ci arriverai mai e il grande uccello dall’ampia apertura alare ti offre il servizio di dare al tuo scritto la forma del libro, anche se, detto fuori tra i denti, non se la meriterebbe”.

    Propongo a questo punto di codificare la tendenziale infallibilità papalina degli editors einaudi minimum sellerio ((?), e il narcisismo a senso unico delle migliaia di sfigati che non ce la faranno mai e pagano…Santo cielo che arroganza, mi cadono le braccia, a questo punto andrò a leggermi (e lo farò) il catalogo intero di autori italiani Einaudi Minimum degli ultimi dieci anni, per intero, e ci scriverò sopra qualcosa di pubblico, ci vorrà un po’ di tempo ma lo farò…A che serve leggere Hemingway se la letteratura italiana contemporanea pullula di gente ben al di sopra di Addio alle armi?

  21. Finn scrive:

    Credimi, Marco, di fronte al 99% delle cose che arrivano l’infallibilità di chiunque è al 100%. Non è una questione che riguarda il prestigio di essere editor di una casa editrice o dell’altra, basta essere un lettore qualunque per riconoscere quando una proposta è veramente cattiva.

  22. marco mantello scrive:

    ok, d’accordo, però rifletti un minimo, se credi, su quanto scrivevo prima, e sul commento di cristiano, saluti

  23. Finn scrive:

    l’ho letto il tuo intervento, marco.
    il guaio è che se per gli editori la democrazia è “garantire a tutti di essere letti” per gli scrittori la democrazia è “garantire a tutti di essere pubblicati” o alle brutte “garantire a tutti il pensiero consolatorio “la colpa è degli scout, degli editor, probabilmente qualcun altro, più preparato, più sensibile, mi avrebbe scelto””. Forse. O forse no. Sinceramente trovo che questo dibattito sul “come sarebbe potuta andare in un’altra galassia” sia del tutto sterile, se cominciamo coi se e coi come dove possiamo finire? E’ per questo che quelli come me si muovono nell’ombra, leggono nei sotterranei, scompaiono in un tombino appena compare un aspirante scrittore ecc ecc. I se, i ma. Questa è la realtà editoriale italiana, questi sono gli editor, queste sono le case editrici (con gusti discutibili, ma differenziati… non è vero che c’è un’omologazione, forse ti sembra dall’esterno, ma ti assicuro che almeno i piccoli editori spesso hanno una loro linea editoriale molto precisa e che nella stragrande maggioranza dei casi non ragionano secondo la logica del profitto, i libri non sono prosciutti per il semplice fatto che di prosciutto ne basta un tipo, per i libri il rapporto offerta/domanda è rovesciato). Mettiamo da parte gli autori che fanno parte degli improponibili, quelli che scrivono “Nell’hanno 1987 naque Elena” (o anche loro potevano essere Proust?) prendiamo quelli di fascia media, scartati perché “bravino questo, ma non abbastanza”. Se erano bravi sul serio, verranno fuori da qualche altra parte, qualcuno li riconoscerà. E’ la legge dei grandi numeri, tanto vale iniziare da internet. Se non erano bravi sul serio, o se erano bravi ma destinati al fallimento, mettila come vuoi, secondo me possono pubblicare con Albatros.

    Vuoi sapere cosa accadrebbe, a mio avviso, in un mondo dove non esistessero più gli editori? (O dove gli editori cominciassero a mettere in questione ogni loro scelta, accettando tutto… il che sarebbe lo stesso) Chiunque riverserebbe i propri contenuti in un non ben precisato calderone e ogni lettore dovrebbe fare da sé la propria scelta in mezzo a un’offerta gigantesca. Sarebbe “libero”, nessuno guadagnerebbe più nulla, fine delle royalties, fine della logica del profitto… ma sfido qualunque lettore, e lo dico a ragion veduta, a orientarsi nel mare magnum della “letteratura” immessa senza filtri. Veramente, sono curiosa di vedere cosa accadrà quel giorno.

  24. simone ghelli scrive:

    Avendo fatto per un po’ il lettore di manoscritti, non posso che confermare le esperienze riportate da *Finn*.
    Come ho proposto altrove, dove questo dibattito si è sviluppato, credo altresì che gli editori dovrebbero forse prendere in considerazione altre soluzioni, che alcuni già praticano: se non ci sono le persone sufficienti a leggere una valanga di manoscritti, ad esempio, perché si continua ad accettarli? La prima cosa che mi vieni in mente (alcuni già lo fanno) è richiedere inizialmente d’inviare solo le prime pagine (così si risparmia tempo al lettore, che tanto capisce al volo, e soldi all’autore che spedisce, perché il cartaceo si potrebbe sostituire totalmente con l’invio in formato elettronico del testo). Penso altresì, visto che si è qui accennato allo scouting, che i blog e i siti debbano diventare sempre più luoghi di scritture, anziché di polemiche: luoghi in cui individuare potenziali scrittori a cui chiedere eventualmente materiali.

  25. cdemajo scrive:

    il punto – provo a chiarire anche a me stesso i motivi per cui questo ragionamento mi ha infastidito – è questo: se uno dei motivi fondanti di tq è stato lamentare una carenza di qualità nella produzione editoriale italiana, e in particolare in quello della narrativa, qual è, mi chiedo e vi richiedo, la logica di un ragionamento che sembra individuare nell’editoria a pagamento e nell’autopubblicazione la causa di questa carenza, dando per buoni – “farsi conoscere e apprezzare è il frutto di un lavoro lungo e paziente di diffusione e scambio” – i meccanismi di selezione del testo messi in campo dall’editoria “vera”? il problema non è, invece, o forse io credevo che tq ponesse questo problema, che i meccanismi di selezione sono sempre più simili a quelli del miolibro.it, per cui è sempre più facile pubblicare un testo anche con un grande editore, un testo magari mediocre e pieno di difetti seppure rispondente a certi requisiti di volta in volta pretesi dall’hype del momento, che forse avrà successo, ma molto più facilmente verrà dimenticato nel giro di una settimana? non è stata posta, e io credo giustamente, una questione di sovrapproduzione? non è stata posta, e io credo in modo molto ambiguo, la questione della qualità a partire dalle “classifiche” dedalus? allora va anche bene parlare del miolibro.it, ma come orizzonte di avvicinamento dell’editoria tradizionale, nella quale il lungo e certosino lavoro di scrematura sembra sia stato in molti casi sostituito da un breve lavoro di prossimità relazionali. anche perché i libri pubblicati dal miolibro.it non condizionano più di tanto la produzione culturale in senso stretto (e neanche il dibattito in termini di spazio occupato sulla stampa), mentre le scelte delle case editrici reali sì.
    qui insomma ho trovato la conferma a un mio timore iniziale riguardo tq, che in quanto movimento di lavoratori della conoscenza etc. etc. dovrebbe porsi in un’ottica di autodiscussione, secondo me, prima che di analisi obiettiva. è anche vero che gli autori del ragionamento, come mi ha fatto notare qualcuno in privato, lavorano o hanno lavorato per feltrinelli e holden, e quindi gli va riconosciuto un certo coraggio – e faccio mea culpa per non averlo sotttolineato – ma continuo a pensare che le questioni poste restano molto marginali e lontane se non vengono collegate alla produzione culturale reale, cioè al vostro/nostro ruolo all’interno dell'”industria”.

  26. marco mantello scrive:

    Non credo che la democrazia degli scrittori consista in quello che dici, ma appunto se la democrazie degli editori è invece garantire a tutti di essere letti, dovremmo essere d’accordo anche sul tema dei manoscritti, e sui rischi di omologazione attuali, della realtà attuale, penso ad es. alle agenzie letterarie composte spesso da ex editors che propongono i loro libri prima alle majors e poi ai piccoli, il che già potrebbe implicare, nell’editor di una casa editrice piccola, un certo tipo di atteggiamento, circa il fatto che gli stano propinati degli scarti, già letti da parte di gente che magari conosce e con la quale ha un’affinità di gusti etc.. Non è detto che succeda sempre, ma se la risposta che leggo su questo sito è evitare di leggerli proprio i manoscritti, e vagare su internet per siti e blog, non si anche elude la democrazia degli editori?

    Scrivi: trovo che questo dibattito sul “come sarebbe potuta andare in un’altra galassia” sia del tutto sterile, se cominciamo coi se e coi come dove possiamo finire?

    No no io sto parlando di questa galassia, rileggi il mio intervento e il suo oggetto, a cui peraltro accenni dopo, dicendo:

    “non è vero che c’è un’omologazione, forse ti sembra dall’esterno, ma ti assicuro che almeno i piccoli editori spesso hanno una loro linea editoriale molto precisa e che nella stragrande maggioranza dei casi non ragionano secondo la logica del profitto, i libri non sono prosciutti per il semplice fatto che di prosciutto ne basta un tipo, per i libri il rapporto offerta/domanda è rovesciato”

    Ecco io invece penso che i rischi di un’omologazione ci siano, con buona pace dei prosciutti del tipo cotto, crudo, parma, credo che questo sia il punto che ci separi, e il tema fondante, assieme al fatto che continuo a ritenere sano, che un a matura democrazia degli editori maturi l’idea di poter essere giudicata da una democrazia degli scrittori. ne scriver comunque, partendo dai testi einaudi minimum così forse ci si chiarisce. ciao

  27. christian raimo scrive:

    Quali sono i testi che sono stati scartati o non valutati significativamente dall’editoria negli ultimi anni che dovevano avere più valore? I nomi!, please.

    A me vengono in mente delle pratiche contrarie, di recupero, rivalutazione, etc.. Da Laurana a Isbn, da minimum fax a Einaudi in questi ultimi anni l’attenzione alla ripubblicazione, al recupero di testi su cui si era concentrata poca attenzione è stata tantissima.
    Se penso a un caso emblematico come quello di Giuliano Mesa in poesia, credo che la sola attenzione pubblica che sia stata data in occasione della sua morta sia partita da Nazione Indiana, Alfabeta2 e poco altro. Mi viene da ringraziare allora Andrea Inglese o Andrea Cortellessa o Francesco Forlani per avermi fatto conoscere Mesa. Dove altro l’avrei potuto trovare?

    È colpa degli editori che non fanno il loro lavoro, che sono miopi, omologati? Mi sembra una banalità qualunquistica. Anche una casa editrice come Mondadori SIS o come Rizzoli può pubblicare Avallone e D’Avenia accanto a Moresco o Pierantozzi.
    Il problema è diverso ed è quello dei lettori. Prendiamo un prodotto medio. Un autore popolare e accreditato come Starnone vende 3000 copie sì e no, per Einaudi: quindi è un libro che crea perdite, grosse. Voi come mi muovereste per non fallire dopo sei mesi?

    Minimum fax è una casa editrice. Può permettersi di pagare due tre persone per leggere i manoscritti che arrivano, sperando di scegliere le più capaci a selezionare il meglio nel rispetto di una minima coerenza a una linea editoriale di ricerca. Come dovrebbe agire diversamente da quello che ha esposto Nicola? Avete delle idee, praticabili?

    Tq è un gruppo molto articolato di persone che stanno provando a porre dei problemi rispetto all’industria culturale. Cosa dovrebbero fare diversamente? Se pensate che ci siano le premesse per un dialogo costruttivo perché non partecipate ai lavori sul forum?

    Se penso al lavoro di molti dei membri di Tq sull’attenzione alla bibliodiversità mi sembra in totale controtendenza (Alfalibri, 404, Finzioni Magazine, Esor-dire, le classifiche Dedalus, la collana Inaudita di Transeuropa, :due punti di Andrea Libero Carbone, il progetto di scrittura collettiva coordinato da Vanni Santoni…): molto del meglio della censita dal basso in questi ultimi anni si è mosso per l’enorme lavoro svolto a livello personale da persone che hanno pensato di poter confrontarsi meglio all’interno di Tq.
    Come è facile capire Tq non è un gruppo compatto, ma un movimento, una rete di persone che si sono date la possibilità di discutere (a volte animatamente) su questioni su cui rivendicano le competenze.
    Tutti i documenti che vengono fuori risentono nel bene e nel male di questa importante responsabilità che è fare delle sintesi. Quest’articolo è un po’ rigido? Si è cercato di essere puntuali anche nel merito giuridico.

    Mi sembra impertinente sì ma anche un po’ una forma di irresponsabilità dire: gli editori si comportano così, c’è omologazione, i giri, la cricca, non c’è diritto a essere pubblicati…

    Qualcuno di voi commentatori critici (Petrocchi, Mantello, De Majo) aveva fatto caso alle interviste quasi contemporanee di Mauri, Cavallero e all’operazione ilmiolibro,it di Feltrinelli? Forse è interessante che i tre più grandi gruppi editoriali italiani si muovano verso il selfpublishing. Provare a capire perché è quello che ha fatto quest’articolo.

    Pubblicare è un diritto?
    Per fare un blog su wordpress ci vogliono cinque minuti. Può pubblicare lì, cominciare a commentare da qualche parte, leggere, confrontarsi nei molti luoghi che esistono in rete. Se qualcuno scrive delle cose interessanti, pensate che dopo un po’ gli editor non se ne accorgano?
    Alcuni degli esordi più interessanti degli ultimi anni non sono avvenuti così?

    È giusto segnalare la sostanziale differenza che esiste tra Il Filo, ilmiolibro.it e luoghi di effettiva crescita democratica come per esempio Smashwords?
    Esiste uno smashwords italiano? Lulu si potrebbe paragonarlo?
    La migliore approssimazione non è proprio il lavoro che i blog letterari e le riviste fanno? E quindi un editor non dovrebbe tenere questa attenzione come timone al proprio lavoro, o dovrebbe piuttosto sciropparsi mille manoscritti inutili?

    Forse, come chiede l’articolo e come dice Simone Ghelli, è più utile che questo lavoro di lettura e di selezione porti in luce anche la trasparenza dei metodi.
    Un buon esempio può essere tra i molti La Bottega della Narrazione che è su Vibrisse. Altri buoni esempi sono le interviste agli editor che ha fatto nazioneindiana. O le interviste ai vari lavoratori dell’editoria che c’erano quest’estate su il manifesto.
    Vi sembrava che ci fosse dell’omologazione o della disattenzione o dell’incultura in quelle parole?

    La qualità letteraria è un problema o no?
    Ossia è un problema trovare degli strumenti di analisi della qualità diversi dal mercato?
    La qualità dall’alto è arbitraria, quella dal basso è populista: come regolarsi?
    Come proponete di fare? Io in Tq penso che bisogna andare verso progetti di questo tipo. http://www.tribudeilettori.it/
    Che idea avete?

    Penso che sia una gran comodità essere cinici e idealisti al tempo stesso.
    È molto più faticoso fare i compromessi tenendo conto della articolazione e della complessità dei problemi, tenendo la barra della buona fede nei comportamenti altrui.

    ps.
    @effe
    La sola critica puntuale mi sembra la tua sull’ambiguità dell’uso del narcisismo da parte di chi è uno scrittore professionista. Credo che il curriculum di Vasta o Santoni o Carbone o Raveggi stia lì a testimoniare l’assoluta buona fede del loro discorso. L’attenzione enorme alle scritture non emerse, la vocazione didattica, e di promozione dal basso.
    Il problema del narcisismo è però semplice: essere narcisisti non è una colpa, è una patologia (chissà ancora per quanto per i manuali di psicologici). Ma qual è il danno che possono fare (a se stessi e agli altri) i narcisisti in un sistema dove per emergere si può pagare?
    Una buona pratica culturale non dovrebbe educare al fallimento?

    Sul confine editoria ufficiale/editoria non ufficiale.
    Quanti bravi medici ci sono che non sono medici tradizionali? Ma non è giusto mantenere la specializzazione come criterio essenziale di distinzione? Non è il miglior compromesso che si può fare contro i Di Bella?

  28. marco mantello scrive:

    “Se penso a un caso emblematico come quello di Giuliano Mesa in poesia, credo che la sola attenzione pubblica che sia stata data in occasione della sua morta sia partita da Nazione Indiana, Alfabeta2 e poco altro. Mi viene da ringraziare allora Andrea Inglese o Andrea Cortellessa o Francesco Forlani per avermi fatto conoscere Mesa. Dove altro l’avrei potuto trovare?”

    Alla camera verde, quando era vivo, dove lavorava con Giovanni Andrea Semerano. I necrologi di nazione indiana sinceramente li trovo una cosa minore, avrei voluto conoscere Giuliano Mesa ed è un mio rimpianto.
    Sulla poesia in generale, cosa diamine ha valorizzato Minimum fax a parte questi emeriti sconosciuti americani del tipo Leonard Cohen, Ferlinghetti Mark Strand? Avete mai rischiato qualcosa sulla poesia negli ultimi cinque anni?

    Per il resto Christian, compresa Tq, sai già benissimo come la penso ne stiamo discorrendo da tre mesi…in bocca al lupo per il vostro progetto che ti devo dire?

  29. stefano petrocchi scrive:

    Caro Christian,
    avevo letto le interviste di Cavallero & co. ricavandone lo stesso senso di inquietudine che credo abbia provato tu (cosa centra la Mondadori come la conosciamo oggi con il selfpublishing?) e, a dirla tutta, nell’anno in cui è stato creato ilmiolibro.it ho chiamato Marco Di Marco a coordinare un progetto che spiegasse ai ragazzi di parecchie scuole romane quali e quante figure professionali occorrono per far sì che un testo diventi un libro (non mi dilungo su questo perché minimum fax era partner di quel progetto). Ma nella frase “pubblicare non è un diritto” mi colpisce – forse sbaglio – una volontà d’interdizione fuori luogo. Pubblicare a proprie spese non è né buono né cattivo, è per alcuni un’opportunità se proprio ci tengono e possono permetterselo (non è detto che chi decide di coglierla si senta necessariamente il nuovo Calvino –se pure accadesse, che male c’è?). Certo che avverto il problema della qualità letteraria, come potrei non prenderlo in considerazione come lettore e, perdonami la brutta espressione, “operatore del settore”? solo mi sentirei di interrogarlo da una prospettiva diversa da quella corporativa-ideologica (Forlani nel suo lucido intervento parlava di ontologia) prevalente nel gruppo TQ: fondata cioè sull’infallibile capacità di giudizio e sull’imprescindibile ruolo di mediazione con il pubblico di addetti ai lavori capaci di identificare e promuovere questo valore supremo al di là dell’azione distorsiva del mercato. Tutto qui.
    Un abbraccio,
    stefano

  30. eFFe scrive:

    @Carolina,

    nel mio articolo io faccio chiaramente un discorso di opportunità, che è quello che riprendevo nel mio commento più sopra. Provo a sintetizzare per punti, anche se mi tocca tagliare con l’accetta; in primo luogo, i limiti:
    1) l’articolo è profondamente disinformato sulla nozione di self-publishing e concettualmente confuso.
    2) non traspare alcuna reale consapevolezza della dimensione economica del mercato editoriale
    3) provenendo da 4 voci di TQ – e per le modalità con cui è stato prodotto – costituisce un infelice esercizio di comunicazione esterna, prova ne siano molte delle critiche (non mie, altrui) emerse sinora

    Ma soprattutto esso rappresenta un errore strategico (ecco l’opportunità): posta – come ho detto più volte – la sicura buona fede dei suoi autori e l’assoluta condivisibilità delle loro preoccupazioni culturali ed educative, l’analisi offerta non solo non coglie nel segno, ma va nella direzione opposta: nel voler difendere l’etica dello sforzo, della dialettica, del lavoro sul testo, finisce invece per scavare un solco tra ciò che si presume vero e dunque buono e ciò che si dice falso e quindi esecrabile.

    Proprio la citazione che tu riporti insiste su questa pericolosa logica binaria:

    “rivendichiamo la bontà della pratica reale di autoproduzione come modalità di accesso alla “vera” repubblica delle lettere: oggi esistono innumerevoli strumenti per un’onesta autopubblicazione, e ancor più ne esistono per far conoscere il proprio lavoro a un pubblico virtualmente illimitato: blog, social network, riviste underground, comunità di lettori, sono gratuiti e liberi banchi di prova, mentre i servizi della pseudoeditoria costano caro e sono generalmente erogati da una divisione specifica dei più grandi gruppi editoriali”.

    Si parla di una “vera” (tra virgolette??? Perché? Le virgolette di solito stemperano la portata semantica delle parole: allora perché usarle qui? Di cosa si ha paura?) repubblica delle lettere, a cui, di conseguenza se ne opporrebbe una falsa. Io non solo trovo che questa dicotomia sia non aderente alla realtà dei fatti (senza per questo scadere in banalità del tipo “gli editori sono tutti carogne”) ma che sia perniciosa per i fini stessi dei 4 autori.

    Questa logica binaria trasuda da tutto il testo ed è, a mio modo di vedere, la causa delle critiche che si è attirato sinora, facilmente evitabili con un’impostazione metodologica diversa. Io credo si faccia un cattivo uso di predicati, ed ecco perché nella mia risposta parlavo di ontologia. Alessandro Raveggi, in una mail privata, mi ha scritto che “l’idea di essere condannato al narcisismo culturalista dello scrittore vecchio stampo è un rischio sempre alle porte”; può essere, chissà. Di sicuro il loro articolo quelle porte le ha lasciate spalancate.

  31. eFFe scrive:

    @Christian

    *Forse è interessante che i tre più grandi gruppi editoriali italiani si muovano verso il selfpublishing. Provare a capire perché è quello che ha fatto quest’articolo.

    No, quell’articolo non lo fa. Se lo avesse fatto avrebbe, da una prospettiva culturale, affrontato il concetto (e le relative pratiche) di disintermediazione e la nozione di pertinenza; da una prospettiva economica, avrebbe fatto i conti in tasca agli editori, e non certo per dire che sono dei ladri, ma per capire come agisce la leva economica nel rapporto autore-editore; da una prospettiva più legata al mondo editoriale (da addetti del settore, insomma), si sarebbe interrogato sui cambiamenti in corso nei rapporti autori-lettori. E per fare tutto ciò sarebbe dovuto partire da una constatazione di base: il mutamento tecnologico. Nulla di tutto ciò – e non è certo tutto – è presente in quell’articolo.

    *Ma qual è il danno che possono fare (a se stessi e agli altri) i narcisisti in un sistema dove per emergere si può pagare?

    Non sono sicuro di aver capito il senso della domanda (cioè, è una domanda retorica?) ma azzardo una risposta, e mi scuso prima se ho preso fischi per fiaschi: nessun danno. E’ stato già detto più sopra: gli autori de ilmiolibro.it, nel dibattitto culturale italiano sono praticamente assenti. Vogliono pagare per pubblicare? E’ un loro diritto. Vogliono dirsi scrittori? E’ un loro diritto.
    Qui la questione è un’altra, ed è il grande rimosso dell’articolo dei 4 amici TQ: il ruolo dei lettori. Spendi 5000€ per farti pubblicare, vendi 20 copie, magari una di esse arriva a un lettore, che la legge, e la massacra sul proprio blog o al bar con gli amici. Punto, fine della storia. Dispiace, al massimo, per gli alberi abbattuti e per quei 5000 euro che potevano essere spesi meglio. Ma esiste anche il caso opposto: scrivi un bel libro, insomma, uno che si fa leggere volentieri, e per pubblicarlo vai in POD o in self-publishing digitale (che, ribadisco, sono due cose diverse tra loro e diverse dalla vanity press), e, come è successo a tanti autori in USA, vendi decine di migliaia di copie, se non centinaia di migliaia. Un romanzetto giallo, un romanzo rosa, una saga di vampiri, qualsiasi cosa. Si potrà dire che è robaccia, ma intanto vende, e lo fa perché i lettori apprezzano sia il modello economico all’interno del quale il libro è venduto sia il rapporto orizzontale con l’autore. Se dunque è alla qualità che si bada, lo si faccia a partire da una definizione delle stessa che non eluda il problema del giudizio dei lettori. Il quale, naturalmente, non è il Verbo, ma non lo è nemmeno quello di una sedicente “vera” repubblica delle lettere.

    *Una buona pratica culturale non dovrebbe educare al fallimento?

    Assolutamente sì. Anche io, come te, faccio l’insegnante, e ogni giorno mi sforzo di trovare i metodi più adatti per raggiungere questo scopo. E mi sono accorto di una cosa: la ramanzina o la morale fatta dall’alto della cattedra non serve a nulla, anzi mi fa passare solo come uno stronzo agli occhi dei miei studenti, facendo scattare un circolo vizioso. Allora uso un trucchetto: dico a chi ha sbagliato che anche io, prima di sedere dall’altra parte della cattedra, ho commesso quello stesso errore: questo mi umanizza agli occhi dello studente, cancella per un momento il rapporto gerarchico che esiste tra noi e disattiva così i fattori emotivi che presiedono allo scambio comunicativo in un contesto istituzionale e in un certo senso autoritario come una scuola. E’ pensabile una strategia simile nell’editoria?

    *Quanti bravi medici ci sono che non sono medici tradizionali? Ma non è giusto mantenere la specializzazione come criterio essenziale di distinzione?

    Lo sarebbe – per rimanere nell’esempio – se i corsi di specializzazione e prima ancora gli studi basici fossero aperti a tutti, e consentissero ai più meritevoli di prosperare. Ma non è così. Tu fai bene a citare tanti esempi di buone pratiche nel mondo editoriale, così come a spiegarne i meccanismi, affinché ci sia maggiore trasparenza. Ma per ogni buon esempio se ne potrà trovare uno contrario, e diventa un vortice dal quale non se ne esce. Io non ho la risposta alla tua domanda, la cerco come te, ma credo che per trovarla dovremmo in primo luogo accordarci su una metodologia realmente efficace. Quello che vedo è che da più parti il criterio della specializzazione viene contestato, e in alcuni casi le alternative sorte si sono rivelate per lo meno “funzionanti”. Questo non lo si può ignorare.

  32. eFFe scrive:

    @Stefano

    mi è capitato diverse volte (soprattutto dentro TQ) di essere confuso con effeffe, alias Francesco Forlani. Naturalmente la cosa m’inorgoglisce assai, mi lusinga! 😀
    Che poi, oltre che compaesani, siamo pure lontanamente imparentati!
    (ecco la cricca!)
    (ma lui però non lo sa)
    (domani, se lo vedo all’evento TQ a Firenze, glielo dico)

    Per amor di verità devo confessarti che io non sono lui e lui non è me. Quindi quello che è si è dilettato a parlare di ontologia, come direbbe lui, c’est moi! 😉

  33. Carolina Cutolo scrive:

    eFFe:
    Grazie per la spiegazione, ho capito meglio cosa intendi, il riferimento a quel “vera” (appunto, virgolettato) è una sfumatura che non avevo colto e che mi fa rileggere anche il resto dell’articolo in un’ottica diversa. Non mi aspettavo niente da questo pezzo, per cui per me ha prevalso la considerazione che finalmente si parli della questione POD, finalmente si condannino le operazioni ingannevoli di marketing, finalmente si ribadisca la differenza fondamentale tra autoproduzione e POD.
    Questo non toglie che la sfumatura di senso di superiorità (perché di sfumatura si tratta secondo me) sia un errore, ma può essere anche un’occasione non del tutto persa, se dall’altra parte ci sarà il buonsenso di mettersi in discussione e correggere il tiro.
    Credo che TQ, essendo nata da poco, stia prendendo le misure con se stessa con grande difficoltà, perché è un organismo numeroso e perché il confronto con l’esterno è appena cominciato. Perciò, pur condividendo finalmente alcune critiche (forse meno alcuni toni) che sono emerse finora tra questi commenti, mi auguro che da parte di TQ si sia pronti al dubbio che qualcosa di vero in queste critiche possa esserci. E non sto parlando di un mea culpa pubblico e drammatico, ma di un’autocritica che emerga anche solo dai prossimi articoli, di un cambiamento di cui nessuno magari si accorgerà, perché quel senso di superiorità intellettuale e morale fin qui ben nascosto da un’ottima dialettica, semplicemente non ci sarà più.

  34. marco mantello scrive:

    Se mi apparisse Omero o almeno il più buio Callimaco
    o altro ancora più piccolo ma scritto nella storia
    mi sarebbe più facile di sconfiggere il sogno
    e dirgli retrocedi, mi sveglierò e sarò libero
    dall’incubo. Ma no, questi che parlano
    la stessa lingua hanno lasciato tracce
    nell’anagrafe o altrove

    E. Montale, Diario del ’72

    La storia gratta il fondo
    come una rete a strascico
    con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
    Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
    d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
    Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
    Gli altri, nel sacco, si credono
    più liberi di lui.

    E. Montale, da Satura

  35. stefano petrocchi scrive:

    eFFe, chiedo scusa a te e a effeeffe dell’equivoco metafisico (essere scambiati per qualcun altro mentre si parla di ontologia). accidenti, se avessi guardato nell’elenco dei TQ non sarebbe accaduto.
    ciao,
    s.

  36. christian raimo scrive:

    “Quando si fanno leggere manoscritti al ’sistema’ sub specie di suoi membri da esso legittimati e socialmente riconosciuti, succede spessissimo che o una cosa piace a tutti i membri, o che non piace a nessuno dei membri, cioè si fa il cosiddetto “giro”, magari si ripassa pure due o tre volte e questa io non la trovo affatto una risorsa, o una forma di economicità, la si prende nel culo e basta, tanto per essere chiari, e credo che questa cosa del ‘giro’ sia anche un segnale, di una tendenza all’appiattimento, il rischio di un senso comune interno al formarsi di gruppi, di adepti collegati mentalmente e circolarmente da una comune perenne frequentazione personale, ambientale, mediatica, di settore appunto, una volta le chiamavano corporazioni”.

    Ecco, io questa parte della critica di Marco Mantello la trovo profondamente falsa in re. Ho partecipato a decine di riunione di redazione a minimum fax che spessissimo, quasi sempre sforavano nei tempi perché c’erano alcuni a cui un testo era piaciuto, altri a cui non. E come si può capire, lasciare a metà un giudizio non è possibile.
    La stessa cosa mi è capitata in tutti gli ambienti in cui ho lavorato con un ruolo editoriale, dalle riviste alle altre case editrici alla costruzione di libri ad hoc. La stessa cosa la riconosco da quello che mi dicono tutti quelli che lavorano nella maggior parte delle case editrici.
    L’omologazione della narrativa italiana (nelle decisioni editoriali) è una stronzata.
    Anche nei gruppi editoriali che sembrano più appiattiti sulle scelte commerciali. Vicino a D’Avenia o Mazzantini, c’è Parazzoli, Genovesi, Tarabbia…
    Poi, c’è un problema di mercato, di comunicazione, di distribuzione, etc… Ma allora il discorso si allarga e vanno indagati con altri mezzi le responsabilità di una tendenza anche questa non manichea a una minore bibliodiversità.

  37. christian raimo scrive:

    @ eFFe e Carolina Cutolo.
    Credo che queste riflessioni di ALC GV AR VS vadano assolutamente integrate al lavoro di elaborazione che parte da Scrittori Precari e il Self publishing Lab.
    Sarebbe utile se di questi argomenti si parlasse alla Fiera di Roma Più Libri Più Liberi, dove ci saranno molte realtà della rete, nei dibattiti pubblici, e magari questo potrebbe produrre un dossier consultabile nel tempo, e utilizzabile nei dibattiti sulla legislazione sul libro e in occasione simili.
    C.

  38. christian raimo scrive:

    Scrittori in causa, tambien. Volevo anche dire.

  39. christian raimo scrive:

    Simone Ghelli, volevo anche dire.

  40. marco mantello scrive:

    Ok il giro non esiste e non esistono miriadi di manoscrittori, pardon di persone, pardon di autori, a cui non sia capitato di fare questo giro, o di scegliere di non spedire proprio un manoscritto a X dopo aver ricevuto il rifiuto di Y, sul presupposto evidentemente falsato che Y e X sono più o meno la stessa cosa e ragionano più o meno nello stesso modo. Ovviamente vale anche il caso positivo, ma allora mi devi spiegare a che servono le agenzie letterarie e il loro lavoro di editing, e a che serve il lavoro di editing interno a una casa editrice, non è che esiste anche, a monte, un problema di possibile omologazione di un testo, renderlo presentabile, riconoscibile come letterario in primo luogo agli adepti, oltre che al fantomatico lettore? E non è che il fatto che tanti agenti siano stati in passato editor implichi anche un tipo di ‘offerta’ (uso il linguaggio aziendale così ci capiamo) del tipo: so cosa vuole un editore, etc. E non è che leggere uno stesso testo su nazone indiana o su un manoscritto possa fare effetti diversi, agli occhi di un editor? Ci volete ragionare o no su queste cose? Si si lo so lo fate già il discorso non riguarda voi ma al massimo le majors (anzi nemmeno quelle) e io sono miope…Resta il fatto che quando leggo ragionamenti sui manoscritti come quelli che ho letto qui, mi continua a suonare storto, e anche un po’ provocatorio, oltre che fintamente umile nei toni, mi spiace ma la penso così.

  41. marco mantello scrive:

    p.s. Ragiono, ovviamente, sulla decisione finale, sui si e i no, e non sui dibattiti che immagino si facciano a monte, non credo che siate/siano tutti degli automi e presuppongo che ci siano differenze di vedute, all’interno di ogni redazione, però poi i risultati finali…

  42. Simone Ghelli scrive:

    @Christian: noi di”Scrittori precari” alla Fiera ci saremo, proprio all’interno di un dibattito sull’argomento (ma ancora non conosco data e orario).

  43. Anonima scrive:

    Mi trovo assolutamente d’accordo con Finn.
    Ho rifiutato poco tempo fa la proposta di una nota casa editrice che mi chiedeva di scrivere un libro su un argomento di mio interesse. Motivo del rifiuto: mi pagavano troppo poco. Poco nel senso di paghe da raccoglitore di pomodori, non perché io meriti chissacosa.

    Mi è capitato anche, anni fa, di veder rifiutato un mio manoscritto da un’altra nota casa editrice. L’avevo anticipato per via telefonica, chiesto se poteva interessare, scusandomi poi per l’invadenza. Gentilmente, mi hanno incoraggiato ad inviare e altrettanto gentilmente mi hanno poi respinto. Non la considero lesa maestà. Mi pare normale.
    Pretendere che dei professionisti “realizzino il mio sogno” è una cretineria da adolescenti. Se il libro è buono, o adatto a quell’editore, sarà pubblicato, altrimenti no. Inutile rompere ulteriormente o sentirsi vittima di ingiustizie.

    Per quanto concerne “il mio libro”, trovo altrettanto sciocche le accuse di narcisismo e l’altezzosa spocchia con cui si censurano queste iniziative. Sono libera di disegnare un abito, farlo cucire alla sarta in più capi, e poi venderlo alle amiche senza pretendere di essere Armani. Sono libera di comporre una canzone, inciderla su CD e poi tentare di venderla ai parenti senza fingermi Vasco Rossi. Nessuno mi considera narcisista o squallida per questo.
    Perché non può accadere altrettanto con un libro?

    In fin dei conti sono solo parole in fila, ehi, datevi una calmata.

  44. Carolina Cutolo scrive:

    Sì, va bene, basta però che non si pensi di liquidare la faccenda dicendo che “ognuno è libero di spendere il proprio denaro come vuole”, perché il problema (e a mio parere è il problema principale) resta, anche se mi sembra che molti continuino a non tenerne conto.
    Se un sarto pubblicizza i propri servizi con slogan del tipo: “disegna il tuo abito, realizzalo grazie a noi, e accedi finalmente al magico mondo dell’alta moda”, non è semplicemente paraculo, è anche ingannevole, cioè vìola delle leggi ben precise che prevedono certi limiti entro i quali la pubblicità può esprimersi. Se per esempio una pubblicità dice il falso sul prodotto (o sul servizio) che promuove, è perseguibile, perché inganna i consumatori.
    Quindi, se non è ancora chiaro, rigiro la questione: perché se vediamo una pubblicità, di qualsiasi tipo, che sfiora l’ingannevole ci indignamo, ma se si parla delle false promesse del print on demand si liquida la questione con: ognuno spende come gli pare i propri soldi?

  45. marco mantello scrive:

    Vedi Anonima (!) il problema non è a mio avviso considerare lesa maestà il fatto di ricevere un rifiuto editoriale, il problema è quando le persone investite di un potere cominciano a sentirsi dei piccoli monarchi, o delle piccole cooperative, o come nel caso di tq, esponenti di una democrazia -direbbe il buon Canfora- a forte componente oligarchica.

    A proposito di editoria a pagamento (che poi era anche il tema del post e mi scuso di aver depistato con queste polemiche inutili e pretenziose, che giustamente i diretti interessati ignorano lasciando che siano anonimi a rispondere per loro), resta forse inevaso nel commento di Finn il problema della poesia, che quasi tutta a pagamento lo è, da decenni. …Leonard Cohen, Mark Strand, Ferlinghetti, Kerouac…Io li amo ovviamente, e sono contento di poterli leggere ma

  46. Francesco Longo scrive:

    Ma, per esempio, sul Corriere della Sera di oggi, Paolo Giordano recensisce David Foster Wallace. Dopo aver recensito Franzen. Le due uscite più delicate dell’anno. E’ quindi evidentemente il più importante e autorevole critico letterario che c’è in Italia. Il maggior esperto di letteratura americana contemporanea.
    Mi date il link o il riferimento al documento in cui TQ dice la sua su Paolo Giordano come critico di punta del più noto quotidiano d’Italia? Me lo sono perso. Grazie.

  47. enpi scrive:

    io sono scettico sull’operazione Tq – nonostante dei miei amici, e persone che stimo, si stiano, invece, impegnando molto dentro Tq.

    però approfitto per dire che ho mandato a Minimum fax un manoscritto. e anche una proposta editoriale, per una antologia.
    il manoscritto è stato letto da Marco di Marco. è stato respinto.
    alla proposta mi ha invece risposto Nicola Lagioia – dicendo no.
    entrambi sono stati davvero cortesi, e hanno letto le cose che ho mandato loro. nel primo caso – il manoscritto – avevo scritto una mail a Marco Cassini, scrivendo semplicemente che avevo un manoscritto da far leggere. e lui mi aveva indirizzato a Marco. nel secondo caso scrissi direttamente a Nicola Lagioia, che lesse la proposta e mi rispose in poche ore.
    ho trovato Cassini, Lagioia, e gli altri con cui ho avuto a che fare, persone estremamente gentili e anche molto concrete.
    io ho solo scritto delle mail. la mail di Marco Cassini l’avevo trovata in Rete. quella di Lagioia l’ho chiesta.
    [poi: ho preso atto del fatto che c’è una discrepanza fra le mie idee e le loro. semplicemente, se mai avrò un altro manoscritto da far leggere, credo che lo manderò a chi è più vicino al mio modo di pensare, scrivere ecc.]

    attaccare su questo Mf mi sembra poco sensato.

    e-

  48. filippo scrive:

    Buonasera a tutti,
    molto utile ed approfondita la discussione; già sapevo qualcosa del self publishing, anche perchè sto cercando di pubblicare anch’io la mia opera; si tratta di una guida, per cui ci sono contenuti a colori (tipicamente foto, mappe, ecc) ed in bianco e nero (il resto): sapete se esiste un self publishing che permette di coniugare queste due modalità in una sola opera ed anche il prezzo?
    mi spiego meglio: è noto che le pubblicazioni in bianco e nero costano di meno e buona parte del contenuto della mia opera è compatibile con il bianco e nero; tuttavia è imprescindibile che parte dei contenuti – minoritaria – sia a colori; ad oggi tutti i siti visitati forniscono o un prezzo a colori (più alto) od uno in bianco e nero (più basso), con il risultato che dovrei optare per un’opera a colori, più costosa: non esiste un operatore con il quale sia possibile coniugare queste due modalità in una sola opera e di conseguenza anche il prezzo?
    Grazie
    Filippo

  49. luca borello scrive:

    Forse la questione della vanity press si liquida da sola con una franca risata, e non merita tanti eleganti rovelli: se fa male, è al portafoglio e alla psiche di chi vi si rivolge. C’entra tutto col business, nulla con la cultura. Voglio dire: ci saranno anche risvolti etici interessanti da snocciolare una sera tra amici, ma è come preoccuparsi di spettinarsi in mezzo ad un uragano. Quanto al Print on Demand, non è che una tecnologia in grado di evitare di stampare più copie di quelle che servono, risparmiando in danaro e ecologia. Tutto qui. Molto neutrale. C’è chi ci guadagna sopra, sì. E ci stupiamo?

    Sono assai più d’accordo con chi, in uno dei primi commenti, invitava a scavare nel mondo dell’editoria “vera” e “grande” (anche “pseudoeditoria” è un termine assai fuorviante, che fornisce al self-publishing un attributo che non merita e non pare nemmeno voler meritare: semplicemente, NON E’ editoria), perché i nodi da sciogliere stanno lì. Fabio Volo in testa alle classifiche e Paolo Giordano che scrive di Wallace e Franzen, ecco i problemi (non so se etici, ma problemi sì; e non per Volo o Giordano, per carità: ma per la faccia dell’editoria italiana, e per scrittori ben più interessanti). Editori (grandi editori) che seguono i gusti del pubblico invece che stimolarli. Recensori e critici per cui ormai ogni esordio è “dell’anno”, ogni autore è “il nuovo Salinger, Hemingway, Calvino, Omero”.
    Belle e profonde argomentazioni, peccato che il bersaglio sia inoffensivo: gli autori da self-publishing, che vogliono “tutto e subito” (come le aspiranti veline, tronisti, via dicendo) non sono niente di nuovo e non andranno da nessuna parte, di sicuro non come autori (a meno di non diventare famosi per altri motivi e dunque pubblicare un memoriale con Mondadori). E i proprietari dei siti self publishing fanno business offrendo un servizio ridicolo e inoffensivo. Dalla corazzata ilmiolibro più holden più feltrinelli ancora non è uscito nemmeno un topolino. E se uscirà sarà forse un male?

  50. marco montanaro scrive:

    arrivo a questo post con mesi di ritardo, ci arrivo da un articolo di Affaritaliani.it in cui leggo Nicola Lagioia e Giorgio Vasta. alla fine dell’articolo c’è l’ad della pagina di Affaritaliani: “Vuoi scrivere un libro? Noi realizziamo il tuo desiderio”.

    la parola d’ordine è desiderio, no? tutti i desideri sono realizzabili, pagando. è storia vecchia e non bisogna essere nostalgici. so che non lo siete, e forse il nocciolo della questione è proprio nella scelta e nell’autoresponsabilizzazione, com’è scritto nel post e nei commenti: se mando un thriller a un editore di poesia, me lo merito, Fabio Volo, no? ma non solo, non solo l’esordiente: a me capita di scrivere pensando già a quali editori dovrò scartare nel momento in cui vorrò proporre il manoscritto (sempre se vorrò farlo: ho cassetti pieni di merda che non proporrei a nessuno. ah, il pudore!) – perché loro non piacciono a me, oppure perché so che quel che ho scritto, al di là della qualità, potrebbe non interessare. ci vuol molto?

    cosa resta? di che gioire? a me resta che quando qualcuno cita Morselli – ma anche altri dimenticati, chessò, Richard Brautigan, Victor Cavallo – io sono contento. è già tanto.

    ciao
    m

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