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Se viene voglia di urlare vedendo “Dobbiamo parlare” di Sergio Rubini

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Comincia con un pesce che anziché essere muto come un pesce parla come un uomo.

Un uomo solo, che vede Roma, e il mondo intero, dall’ultimo piano di una bella casa tutta design e libri, borghese e decadente. Una casa che è un personaggio, una creatura animata, con le sue perdite, crepe e magagne che lei stessa sembra voler tenere nascoste, e far uscire con un certo sadismo quando le persone che la abitano si dimenticano di lei, o, al contrario, la vogliono per quello che non è, elegante, raffinata, aperta e accogliente come ci si aspetterebbe da una come lei, simbolo di una romanità ricca, colta, per bene.

La verità dell’essere e dell’apparire, chi siamo dentro quelle crepe, quelle soglie che nemmeno noi oltrepassiamo, è uno dei grandi temi del film.

La voce di quel pesce è la voce narrante, è lei, lui, a raccontarci cosa accade dentro quella casa, cosa succede a chi si ritrova a fare i conti con la rivelazione di uno dei luoghi della letteratura e del cinema più esplorato e minato: il tradimento non confessato. I personaggi, chiusi dentro casa come quel pesce dentro la sua bolla, si ritrovano una sera a far saltare tutto quello che li teneva insieme, la comodità di un legame utile, utilitaristico, che mantiene per ragioni diverse in una posizione di favore, di privilegio, economico, sociale, esistenziale che sia. Per la prima volta sono esposti, smascherati, in balia di un parlare a cui non sembrano essere abituati, anzi, a cui sembrano adeguarsi un po’ a fatica, per forza. Per dovere, come suggerisce il titolo. Inchiodati a una visione moralistica e ipocrita delle relazioni, per la quale non ci si può, non si deve, innamorarsi o avere altri, non formalizzati, nella vita. Come se fosse eccitante fare di sé qualcosa di bello e felice solo di nascosto, in segreto, amare senza dover dare conto a nessuno di cosa significhi, con tutte le contraddizioni e i ribaltamenti di giudizio e comportamento che implica il più delle volte. Infedeli, è la parola. Ma a cosa? All’amore, quello fedele, a noi stessi, al potere che possiamo esercitare sull’altro, all’immagine che di noi diamo al mondo?

Il problema non è il segreto, è sentirsi in dovere di svelarlo. Perché, sembra dirci il nostro pesce, parlare significa dire la verità. O, meglio, bisogna parlare e quindi bisogna dire la verità. Nonostante sia chiaro a tutti che, quella verità, sarebbe meglio tenerla nascosta, e non dirsi niente, niente di vero, niente di quello che siamo o desideriamo veramente. Perché altrimenti salta tutto.

In questo, dover, parlare entrano in gioco le parole, ovviamente. Con quali parole parliamo? Di quale linguaggio ci serviamo? C’è una scelta, e se c’è qual è? E sono importanti o no le parole?

Il numero di volte che la parola “zoccola” viene pronunciata, tra i vari stronza, troia, puttana, tra le varie mogli, amanti, sorelle, suocere e madri, è diciamo diciotto, venti, non sono riuscita a tenere il conto. Che tradisca qualcuno, che faccia cose che non dovrebbe fare, che lasci o non perdoni, che sia se stessa o che menta, che ricopra un ruolo o cerchi di emanciparsi da qualunque definizione non sia conosciuta e rassicurante, comunque, una donna è stata, è, e sarà sempre un po’ zoccola, cioè, stando all’etimologia, ho controllato, sorcula, diminutivo femminile del latino classico sorex -ĭcis «sorcio» incrociato con zoccolo: topo di chiavica o fogna. Epiteto ingiurioso, prostituta, volgarmente, puttana. Per un film che in qualche modo alla fine salva, nel senso che riserva alla donna, quella più giovane, un altro destino, una certa attenzione alle parole avrebbe fatto bene, a meno che, e viene il dubbio, non sia voluta, la salva di zoccole che pare meritarsi ogni donna della terra. Ma quanto ce l’hanno gli uomini con le donne? Quanta acredine, quanto rancore? Se perfino alla donna tradita, e si badi, traditrice a sua volta, si mettono in bocca le stesse parole, perfino lo stesso tono di voce, quando si riferisce a quella “zoccola”, puttana, stronza, dell’amante del marito?

Una questione di linguaggio, certo, come sempre. Ma cos’altro abbiamo in possesso per raccontare l’uno all’altra chi siamo, cosa pensiamo, cosa vogliamo fare di noi, se non la scelta delle parole e la consapevolezza di ciò a cui rimandano, il mondo di cui parlano?

Le ipocrisie, i silenzi, meglio stare zitti che tanto a parlare non ci si capisce mai. Passare anni insieme, senza sapere chi si è, agli occhi dell’altro e ai propri, facendo finta, compiacendo l’altro e anche se stessi, pro bono pacis, dicevano i nonni, perché altrimenti bisogna fare lo sforzo di reinventarsi e magari è troppo tardi, magari non si ha più l’età.

E qui il tema del tempo e dell’età con cui ci rappresentiamo si aggiunge a quello del linguaggio. A trent’anni, la giovane compagna di Rubini, sua ghostwriter e fidanzata dall’età di venti, sembra essere l’unica con una qualche possibilità di cambiare la sua vita, di uscire da quella casa che lei stessa ha scelto e in cui lei stessa si è rinchiusa (non gode nemmeno della vista della grande terrazza perché ha paura dei gatti e di un certo portiere che le guarda il culo, aspettandosi che prima o poi sia il Rubini-maschio a uccidere il gatto, o magari il portiere, a liberarla, dunque, dalle sue terribili fobie e salvarla dall’orribile orco). Dopo i trenta, scordiamocelo. La vita è passata, si ha bisogno di tutto, di denaro, molto, di una casa, grande e lussuosa, di una posizione sociale che renda conosciuti e invidiati, niente più amore, progetti, libertà di movimento, di cambiamento. Si scopa si mangia si dorme si va in vacanza.

E in effetti il ritratto di queste due coppie è speculare, tra stereotipi di genere, di classe, di linguaggio. Benestanti = volgari vecchi e un po’ fascisti, intellettuali = eternamente giovani, gentili, in senso etimologico, eternamente di sinistra anche se non si sa più bene cosa voglia dire. A sparigliare un po’ le carte, si fa per dire, è il gioco dell’offesa, dell’insulto, tu cafone ignorante, con il filippino in casa che preferivi il pakistano, che il mondo lo guardi dal tuo circolo del tennis, che tanto la politica fa schifo, tu intellettuale del cazzo che non sai goderti la vita, che non hai neanche un po’ di whisky in salotto e ne fai motivo di orgoglio etico e morale con l’adolescenziale coca cola nel frigo mezzo vuoto.

Perché questo film non solo è un film su come ci rappresentiamo, su cosa vorremmo dire e non ci diamo la libertà di dire, su quali parole vorremmo usare invece che Amore, amore mio — parola che usiamo al posto del nome dell’altro troppo spesso per non farci venire il sospetto che non abbiamo più voglia di sapere chi è — ma su quanto siamo vecchi a pensarci così, così finiti.

Le donne con la stessa camicetta di seta, più golfino di angora l’una, gonna e tacchi a spillo l’altra, manca solo il giro di perle e siamo negli anni ’50. Gli uomini, con quella complicità che supera ogni differenza di classe, di status, di cultura, quella maschile, che non ripulisce mai il linguaggio dell’altro, che assolve e legittima, che fa del proprio ruolo quello dominante, l’uno, il chirurgo di fama grazie al denaro, ma almeno lui salva la vita alla gente, l’altro, lo scrittore, grazie alla cultura, alla sapienza, verrebbe da dire, una sapienza che mette in ombra, mette a tacere l’altro, l’altra, in questo caso, guarda caso, la sua compagna.

Ma siamo veramente così? Che estetica è? Così vecchi nei modi, nel linguaggio, nel modo di guardare il mondo, e di guardarci, perfino nel modo in cui andiamo in giro vestiti? Perfino un momento di leggerezza, mentre la giovane e il vecchio, si fa per dire, chirurgo cinquantenne, ballano, diventa ridicolo, patetico, subito a rimestare nell’adolescenza o nella giovinezza di una cravatta portata a mo’ di pirata o guerrigliero, con la moglie che si ritrae con un altrettanto vecchio Mi fanno male i piedi, povera signora mia sui tacchi a spillo, come se ballare non fosse di ogni età, di ogni tempo, di ogni uomo o donna che abbia voglia di farlo, col suo passo, la sua bellezza, il suo corpo giovane o vecchio che sia.

Perché questo sembra alla fine il tema ultimo del film. L’età intesa come il tempo delle scelte, della vita, il tempo dell’essere e dell’apparire. Perché abbiamo bisogno di definire così tanto il tempo con le cosiddette tappe della vita? Di chiuderci dentro i confini di una definizione, il marchio dell’ormai è tardi, tutto quello che potevo fare di me non so neanche se l’ho fatto, ma era comunque in quel ristretto ordine di anni che una società paurosa e quindi rigida e regolamentata impone. Non che non ci sia bisogno di adultità, se questo vuol dire scelte responsabili e consapevoli, e di profondità di sguardo e di ricerca, ma appartiene veramente a un’età della vita, e non piuttosto a una autoeducazione alla vita, a una intelligenza coltivata, a un esserci in continuo mutamento, e movimento? Di cosa abbiamo paura?, se è la paura che ci fa dire è finita, non esco più da questa casa, non esco più da questo ruolo, da questa immagine di me, da questa coppia che mi tiene chiuso/a dentro, pieni come siamo di cinismo e pregiudizio.

Se a scatenare l’urlo con cui, dice Rubini in una battuta del film, ci si mostra, si fa uscire il nostro vero io, la nostra voce autentica, allora questo film ragiona sulla possibilità di diventare se stessi a partire dalla parola urlata, scatenata, compiaciuta dell’osceno e dell’insulto, incapaci di affrontare noi stessi e gli altri con quello che si potrebbe chiamare dialogo, l’alternanza tra l’io e il tu, tra il segreto e la rivelazione, tra il silenzio e l’ascolto. Un dialogo che ha bisogno di esercizio con la verità, con il desiderio, con la possibilità di sbagliare.

Alla fine, è di nuovo il pesce a parlare, lo stesso pesce che da dentro la sua bolla pare avere la giusta prospettiva, quella che viene da una condizione di solitudine, la stessa condizione, ci viene subito spiegato, di chi scrive. Il pesce è uno scrittore.

Chi altri, infatti, meglio di uno scrittore può parlare del mondo? Uno che dalla propria bolla-stanza osserva, ascolta, vive senza avere bisogno di guardare fuori dalla finestra, senza muoversi, senza avere bisogno di niente e di nessuno. Uno che sprofonda nelle sue pieghe, dentro le sue viscere, caduto dentro il suo ombelico come un eroe dentro la voragine degli inferi? Ma quest’idea di scrittura, così salvifica e terapeutica, è poi così vera? O così eleggibile a modello? Non farà di ogni storia la propria storia personale? Non metterà al centro il solito IO, quell’io così piccolo che si fa grande fino a fare ombra su tutti i personaggi?

Se il pesce potesse parlare forse ci direbbe che quella bolla gli sta stretta, che riduce tutto a un piccolo mondo, che si divora da solo, che ammicca a quelle quattro cose della vita domestica, patetiche, senza respiro, di cui potrebbe fare volentieri a meno se solo potesse fare un tuffo nel mare.

Sarà vero che viviamo in una società che mischia le classi, che confonde ruoli, modelli, disertando vecchie gerarchie e creandone di nuove più sotterranee, liquide? O non sarà invece liquidata, semplificata com’è, ridicolizzata, vecchia, se fatica a inventarsi nuove forme del convivere, del vivere come individui, come soggetti desideranti, capaci di trovare forme nuove di essere e di rappresentarsi? Come dice la più interessante e travolgente filosofa contemporanea Paul B. Preciado, nel suo saggio-memoir Testo tossico: “l’eterosessualità è un concetto economico, è servito finora, e serve ancora, all’economia domestica del mondo”. Basterebbe leggere le due formidabili pagine 108 e 109, per rivedersi nello sguardo incrociato dei nostri occhi pieni di luoghi comuni.

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