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Il ritorno di Stephen King

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Questo pezzo è uscito su Europa.

L’incubo puro non è trovarsi davanti a una situazione angosciosa, è quando il tormento sorge di nuovo all’orizzonte mentre si pensava di esserselo lasciato alle spalle per sempre. È stato Stephen King a consegnare ai lettori di tutto il mondo questa tragica intuizione, nel suo capolavoro It, del 1986.

La manifestazione del Male lì era incarnata in un pagliaccio che terrorizzava dei ragazzini del Maine. I giovani combattono il Male fino a convincersi di averlo sconfitto una volta per tutte. Ma quando passano ventisette anni e loro sono diventati uomini e donne mature, il Male torna di nuovo. È questa stessa dinamica ad animare il nuovo romanzo di Stephen King, Doctor Sleep (Sperling & Kupfer, 517, euro 19,90).

Il protagonista è Danny, il celebre bambino di uno dei classici dell’orrore moderno, Shining, che, con la versione cinematografica, Stanley Kubrick ha partecipato a scolpire nell’immaginario collettivo. La vicenda è nota. In Shining uno scrittore trascina la famiglia all’Overlook Hotel per fare il guardiano durante il periodo invernale.

La famiglia di Jack Torrance rimarrà bloccata dalla neve, vivrà una storia di sangue e fantasmi e il piccolo figlio, Danny, scoprirà di avere una strano potere, la “luccicanza”, che gli permette di vedere cose che gli altri non vedono e di comunicare attraverso la telepatia. Quando il lettore del 1977 finì quel libro tirò un respiro di sollievo. L’incubo era finito. Con Doctor Sleep, invece, incubo è puro perché quel terrore bussa per la seconda volta.

«Angosciato di accontentare il mio nuovo editore – scrive Stephen King in una nota alla fine di Doctor Sleep in cui si riferisce al passaggio all’editore Scribner del 1998 – mi imbarcai in una serie di incontri nelle librerie. Durante una sessione di autografi, un tizio mi chiese: “Ehi, sai che cosa sia capitato al bambino di Shining?”». È a questa domanda che risponde questo seguito.

I superstiti dell’incendio dell’Overlook sono la moglie di Jack, l’indimenticabile Wendy, il prodigioso Danny e Richard Halloran, il cuoco che corre a salvare Danny spinto da “forte presentimento” che la famiglia si trovasse nei guai.

Quando si apre Doctor Sleep sono passati pochi anni. Danny ricomincia ad avere le spaventose visioni che lo traumatizzavano durante la grande nevicata all’hotel. Ritroviamo subito Halloran che gli spiega cosa accade ora. Alcuni spiriti non vogliono lasciare questo mondo, perché «sono sicuri che ci sarà qualcosa ancora peggiore ad attenderli. La maggior parte di loro deperisce e scompare, ma alcuni scovano del cibo». «Ecco cos’è la luccicanza per quei fantasmi: un boccone delizioso».

Halloran dà indicazioni a Danny su come convivere con questi fenomeni. Ma siamo in un romanzo di Stephen King, e quindi è inevitabile che le cose tendano a degenerare.

Da adulto, Danny vive nel New Hampshire, lavora in un ospizio e diventa il Doctor Sleep. Tornano le bufere di neve, e anche «la luccicanza era tornata, e in piena forma», perché «la partita con l’Overlook era ancora aperta».

L’orrore dilaga presto, una bambina di cinque mesi prevede gli attacchi alle torri gemelle, attacchi previsti alche dal Vero Nodo, un gruppo di persone che viaggia per le autostrade americane con l’aspetto del Popolo dei Camper e che sarà la nuova incarnazione di ciò che Dan dovrà sconfiggere.

Più passano gli anni, più King riesce a fondere il racconto della paura con riflessioni più ampie che si attivano in tipiche storie “di genere”. Rispetto a ShiningDoctor Sleep è un romanzo corale (i pochi personaggi del primo libro qui sono un esercito), è meno claustrofobico e più nostalgico.

È inevitabile leggere Doctor Sleep anche come una riflessione sulla letteratura. Ci sono personaggi che si cibano delle visioni altrui (i lettori?) e Danny scoprirà che il vero senso del suo potere è aiutare gli altri (che fanno gli scrittori se non usare il talento come forma di dono?).

Tutta la letteratura mondiale non racconta altro se non il conflitto tra il Bene e il Male. Ed è la fedeltà con cui King riscrive questa inesauribile battaglia ad averlo fatto transitare prima da autore di romanzi dell’orrore a romanziere di culto, poi a scrittore riconosciuto e stimato da colleghi e critici in tutto il mondo. Ogni volta che torna King, torna l’incubo. E si riaffaccia anche la “luccicanza” della letteratura. Quella capacità di leggere nei pensieri dei lettori e aiutarli a convivere anche con i loro mostri interiori.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
9 Commenti a “Il ritorno di Stephen King”
  1. girolamo scrive:

    Forse è esagerato dire che “Tutta la letteratura mondiale non racconta altro se non il conflitto tra il Bene e il Male” (ad esempio, ho l’impressione che Cormac McCarthy racconti spesso di un conflitto tra il male e il peggio): ma è certo che il Re questo conflitto lo racconta come pochi altri. E mi chiedo quanti scrittori, dopo un romanzo del valore di “It”, sarebbero riusciti a rimanere alla stessa altezza per un arco di tempo corrispondente (o superiore) a un’intera carriera altrui.

  2. Mario scrive:

    Ma sembra Ranxerox!! Giuro.
    Solo meno simpatico.

  3. Daniela scrive:

    Cazzo, è vero, sembra RanXerox senza Lubna.

    Però bravo è bravo. Certo, non è McCarthty magari ma è bravo…

  4. Stefano Trucco scrive:

    Sarà, ma se io fossi un ventenne aspirante scrittore a questo punto King lo odierei profondamente. Sono anni che certe persone bene intenzionate lo innalzano a massimo scrittore mondiale vivente ed esempio da seguire per i giovani (per quanto inarrivabile, ovviamente) e poi finisce che non lo si sopporta più, come Dante e Manzoni studiati a scuola.

  5. Daniela scrive:

    Dai Stefano, nessuno dice che è Philip Roth, Flaubert, DFW, Sebald, Bernhard o Alice Munro… i tuoi amici ventenni aspiranti scrittori possono star tranquilli, secondo me.

  6. Stefano Trucco scrive:

    Sul fatto che Stephen King oggi sia portato ad esempio per la gioventù scrivente d’Italia ecco quel che racconta Sandro Veronesi in un recente articolo pubblicato proprio qui:

    “Come è successo una volta alla Scuola Holden. Un ragazzo, mentre sto parlando, mi fa una domanda: “Scusi, eh, io lo so che non si devono usare gli avverbi, ma se uno proprio ne devo usare uno…” Ho detto: “Scusa… che? ” “No, io ho studiato, lo so che non si possono usare, però poi alle volte ci sono le eccezioni, allora…” Io ho detto: “Scusate tutti. Fermi. Stop” e il resto della lezione l’ho passato a farmi raccontare chi gli aveva detto che non si potevano usare gli avverbi (i mandanti!) e poi ho scoperto che il mandante era Stephen King: lo scrive lui in On writing di non usare gli avverbi. Eh, vedi, Stephen King dallo psichiatra mi sa che infatti ci va anche per altre ragioni… E qui allora io dico attenzione ai cattivi maestri, che non sono mai i cattivi scrittori ma sono i grandi scrittori che sbroccano”.

  7. Daniela scrive:

    Bellissimo aneddoto. Niente da dire..

  8. LaLipperini scrive:

    Peccato, Stefano Trucco, che in altre occasioni Veronesi, specie quando uscì XY, abbia detto che invece King era un punto di riferimento. E, davvero, basta con il livore nei confronti di chi loda il valore letterario di King: ognuno ha i suoi modelli e si sceglie le proprie platee.

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