dogperson

Dogperson

Pubblichiamo un racconto di Dario De Marco. Buona lettura (fonte foto).

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Dice che quando vedi un cane che ti viene incontro, la cosa che non devi proprio fare anche se hai paura, anche se l’animale ti sembra aggressivo – soprattutto se tieni paura, soprattutto se l’animale è aggressivo – l’ultima cosa che devi fare è metterti a correre. O perlomeno, così mi dicevano a me quando ero piccolo, e avevo paura dei cani (anche ora ho paura dei cani, ma ho imparato a evitarli, o forse sono loro che stanno alla larga, perché sono anni che non ne vedo in giro). Il cane, mi spiegavano, fiuta la tua paura, e questa cosa lo eccita, gli risveglia il cacciatore pure se non era partito con idee cattive: anzi no, si contraddicevano, il cane pensa che vuoi giocare e ti insegue, tentavano di rassicurarmi. Tutta sta predica non ha mai impedito che, all’atto pratico, ogni volta mi mettessi a correre: con le conseguenze che potete immaginare. Il problema del cane è che è una bestia, che non ci puoi parlare; è che non capisci mai che cosa vuole fare, fino a che non lo ha fatto. Ci ripensavo proprio l’altro giorno perché oh, sentite che mi è successo.

Tornavo a casa in pullman, stanco e stressato come ogni finale di giornata, e pensavo ai cazzi miei, ma ci pensavo così forte che per poco non mi perdevo la fermata, e sono sceso a porte quasi chiuse, nel buio del controviale. Sono sceso all’ultimo momento e perciò non l’ho vista subito, era già un po’ lontana, al buio non l’ho vista finché lei non ha visto me, guardandomi di sfuggita e poi girandosi e mettendosi a camminare a testa bassa. Quello è stato l’unico momento in cui l’ho vista in faccia, i nostri sguardi non si sarebbero mai più toccati, neanche dopo. Per quel breve momento mi è sembrato che assomigliasse a Lei, anche se era ovvio che non poteva essere Lei, per una serie di motivi di ordine storico e geografico, ma poi da dietro, con i capelli castani e lisci, e il taglio medio, assomigliano tutte a Lei, e quindi in un certo senso, non so se mi spiego, era Lei. Camminava, stava quella ventina di metri avanti a me, quel vantaggio che le aveva dato l’essere scesa dal pullman come una persona normale, e non come uno stonato. Purtroppo andava nella mia stessa direzione: non ci ho messo neanche un attimo a capire che, qualsiasi cosa avessi fatto, ero comunque fottuto.

Dalla fermata fino a casa mia è una via sola, non ci sono traverse, non ci sono altre case: c’è il muro di mattoni della vecchia fabbrica di non so che, e poi il sottopasso. Sembra quasi che la città finisca lì, ma poi no. Dopo il sottopasso ci stanno i loft, e dopo non lo so, non ci sono mai andato, che ci vado a fare, ma sicuro lei era diretta da quella parte, perché prima non c’è niente. O forse, magari, aveva sbagliato strada: e adesso non se la sentiva di tornare indietro. Verso di me.

Proprio qualche giorno prima, avevo letto sul social una cosa a proposito di ragazze in panico, ma non parlavano di aggressioni in strada, di molestie sul lavoro o di violenze in casa, no, era tutto un fatto virtuale, molto più sottile e basato solo sulle percezioni, e perciò molto più diffuso. Raccontavano molte ragazze, cioè meglio raccontava una ragazza e tutte le altre sotto commentavano, anche io anche io, che un maschio non può mai sapere cosa prova una donna, la sensazione di costante allerta quando cammina per strada, magari di sera, magari in un posto non tanto affollato: la tensione di percepire le presenze, di valutare i comportamenti, di incrociare gli sguardi, di immaginare possibili vie di fuga, di calcolare quanto lontano può arrivare un grido di aiuto. E poi sotto a un certo punto arriva un tipo, e dice anche io, anche a me è capitato, no no, non di sentirmi minacciato, ma di avere la netta sensazione di essere percepito come la minaccia, e di non sapere bene che fare, perché qualsiasi cosa fai a quel punto, qualsiasi tentativo di rassicurare, può essere letto al contrario, rifletteva quel tipo. Ecco, ora toccava a me.

Camminavo e pensavo, facendo finta di niente, come sono sicuro anche lei, camminava e pensava, facendo finta di niente, camminavo e dopo neanche venti metri, avevo già fatto tutte le ipotesi. Voi che avreste fatto, che fareste, al posto mio: immaginate. Accelerare per raggiungerla, prima cosa che viene in mente. Ok la raggiungi e poi? La superi fischiettando, ostentando indifferenza: sì certo, proprio quello che farebbe un malintenzionato, che si va poi ad appostare dietro il primo angolo. No, allora la raggiungi e le parli: fantastico, un comportamento naturalissimo. E come attacchi bottone, per dire? Le chiedi l’ora? Dici che bella giornata? Fai: scusa ma per caso ci conosciamo, abiti in zona, sai darmi un’informazione? Tutte cose che, a quell’ora e in quel posto, le metterebbero addosso ancora più paura. Ammesso poi che riesci a raggiungerla: e se tu acceleri leggermente e lei fa lo stesso, che fai, ti metti a correre? A quel punto anche la persona coi nervi più saldi chiamerebbe il 112, se esistesse ancora il 112. No, ipotesi avvicinamento da scartare: allora, chiamarla da lontano, con voce ferma ma serena, per farle capire che sei una persona perbene, che non ha nulla da temere. Eh, come no: innanzitutto quanto alta la voce, per essere udibile ma non minacciosa. E poi che vuol dire ferma e serena, eh? Ma soprattutto: cosa dire. Far capire o, rotto per rotto, direttamente dire? Metterti a urlare: ehi tu laggiù, sai che non devi aver paura di me? Sai che non ho nessunissima intenzione di aggredirti, di stuprarti, di ammazzarti? Mammamia, mi feci paura da solo, solo a pensarlo.

No, la cosa più razionale, più giusta, era fermarmi, o addirittura tornare indietro. Però. A parte che anche questo le avrebbe confermato i sospetti: se una pensa di essere seguita, e poi non sente più i passi dietro di lei, e poi si volta e vede che il pedinatore è sparito nel cono d’ombra, che pensa? Poi, c’è da dire che pure io non avevo nessuna voglia di mettermi a girovagare nei paraggi, a quell’ora e in quel posto. Casa mia sta subito fuori la seconda circumvallazione, quindi in semicentro, eppure in certi momenti non è una bella zona. Il fatto è che io l’avevo sempre vista di giorno: la volta della prima visita, poi della seconda, la volta della firma sul contratto, e poi la volta del trasloco. E anche nei primi tempi, era di maggio, avevo tutta la bella stagione davanti, quel poco di erbacce attorno, e di silenzio, erano quasi piacevoli a fine giornata, con la luce che da arancione diventava verdina, e il calore che si placava. Poi venne l’inverno, e la via si rivelò per quello che era: buia e fredda e da percorrere il più in fretta possibile prima di barricarsi nel loft. L’avessi saputo prima, ma oramai che ci potevo fare, ero lì.

Ero lì che pensavo, e pensavo, e pensavo che allora non c’era niente da fare tranne non fare niente, fare come se lei non ci fosse, lei che camminava davanti a me col suo cappotto e la sua testa immobile, che era sempre più una ragazza qualsiasi, e perciò sempre più Lei. Ho tenuto il mio passo, come se fossi solo, ho anche tirato fuoriil cellulare a un certo punto, ma poi ho pensato che lei poteva accorgersene e temere che stessi chiamando un complice – io, un complice, ah ah. Sennonché mi sono accorto che facendo queste operazioni, con il giaccone e la sciarpa e tutto, avevo un po’ rallentato il passo. Ma quando ho guardato davanti a me – non eravamo arrivati neanche all’altezza del sottopasso – ho notato che la distanza che mi separava da lei era sempre la stessa, più o meno. Cioè, aveva rallentato pure lei. Ma ora che riprendevo la mia andatura, anche lei accelerava leggermente. Strano fatto. Come se modulasse i suoi passi sui miei: inconsciamente?, per scelta? Ho provato ad andare un po’ più veloce ma niente, la distanza non diminuiva. Ho rallentato di nuovo: stesso effetto. Come se tra noi ci fosse un elastico, che tirato da forze e in direzioni differenti, tende però sempre a ristabilire una situazione di equilibrio.

Ero talmente concentrato, mi stavo arrovellando così tanto su sta cosa che a un certo punto sono inciampato su una pietra sporgente, no non sono caduto per terra ma ho fatto un mezzo balzo, un rumore di piede che sbatte, e lei di conseguenza ha avuto un sussulto, piccolo ma l’ho visto, sarà stato l’elastico. Ero così concentrato che mi sembrava di fiutare la sua paura, o forse non fiutavo una beneamata cippa, forse me lo stavo solo immaginando, forse era tutto soltanto nella mia testa, come sempre.

Che palle. La verità è che non ne potevo più neppure io, volevo solo andare a casa e mangiarmi due Sofficioni, e poi finire di vedermi You, o di leggermi Lupo solitario, quando ho dovuto sbaraccare casa di mamma e papà sono uscite fuori delle cose veramente di eoni addietro, tipo i librogame, belli però. Probabilmente, ho pensato, anche lei voleva la stessa cosa, dopo una giornata del genere, chissà che giornata aveva avuto anche lei, voleva la mia stessa semplice cosa, e invece si era ritrovato questa.

Questa la differenza, lo squilibrio: io sapevo benissimo quello che provava lei, lei non aveva idea di quello che stavo passando io. Peggio: credeva di saperlo, ma sbagliava. Come sempre.

Ci siamo infilati nel sottopasso.

Mi sono chiesto spesso come si fa a violentare una persona. No, non chiesto come domanda retorica, tipo quando uno dice Ma come si fa santiddio a fare una cosa del genere! Cioè sì, anche quello, ovvio. Ma dico proprio, come si fa, tecnicamente? Perché io le poche volte che ho avuto rapporti, per meglio dire le poche volte che ci sono andato vicino senza prima venire nelle mutande, quelle poche volte con tutto che Lei era consenziente, mentre ti spogli ti sbottoni ti posizioni e cerchi di mantenere l’equilibrio, io ce l’avevo già moscio. Figurati a fare sesso con la forza, con una persona che non vuole e si divincola e si dimena e si stringe, al massimo magari con la minaccia di un’arma, ma io non avevo un’arma, non l’ho mai avuta. E poi anche con l’arma, ma come si fa, quando leggi per esempio quelle cronache, costretta a un rapporto orale con una pistola puntata alla tempia, ma io manco se avessi un bazooka, ho sempre pensato, ma come si fa a infilarlo tra i denti di una che non vuole, che da un momento all’altro anche senza farlo apposta chiude di scatto la bocca e cazzo, mi vengono i brividi solo a pensarlo.

La tensione era allo spasmo. A un certo punto, anche lei non ce l’ha fatta più e si è messa a correre. Finita la salitina del sottopasso, si è messa a correre. Capite? Si è messa a correre! Si è gettata in avanti e si è messa a correre ma proprio forte, con tutte le sue energie di preda braccata che si gioca la vita in uno scatto e contemporaneamente, in maniera oscura sa che è già persa, è già presa.

Ma ovviamente era una sciocchezza perché nessuno la stava braccando, non c’era nessun cacciatore in giro, men che meno io. Eppure lei correva, cercando di mettere quanta più distanza tra noi.

Mi sono offeso a morte. Come, proprio questa non me la doveva fare. Proprio a me, che stavo avendo tutti quei riguardi per lei, che mi stavo facendo tutte quelle pippe. Allora era vero, avevo ragione, the dice were loaded from the start, ero fottuto sin dall’inizio. Qualsiasi cosa facessi, ero io il cattivo, ho pensato, e stavo già correndo.

 

Commenti
2 Commenti a “Dogperson”
  1. Chiara scrive:

    Niente male!

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