017 Reykjavik (da sopra la Hallgrimskirkja)

Domani si vota in Islanda, ovvero come nell’Europa del futuro il progressismo sta diventando razzista

Haukur Már Helgason è uno scrittore e filmmaker, nato a Reykjavík 1978. Ha pubblicato un romanzo: ‘The Advanced 20th Century’, nel 2006. Durante la protesta dell’inverno 2008–2009 è stato fondatore ed editor del quotidiano di informazione “Nei”. I suoi saggi critici sono stati pubblicati su The London Review of Books e Lettre International. Il suo primo documentario, “Ge9n”, è uscito nel 2011. Vive a Berlino.

di Haukur Már Helgason

Domani ci saranno le elezioni comunali in Islanda. La settimana scorsa, dopo le elezioni europee, la campagna elettorale del partito Progressista a Reykjavík ha preso una strana piega, quando la leader locale ha dichiarato che, se fosse stata eletta, avrebbe cancellato l’impegno a destinare un lotto di terreno per costruire la prima moschea della città. I Progressisti, a partire dai primi del XX secolo, sono per tradizione il secondo partito dell’Islanda: si definiscono liberali e sono attualmente al governo.

Un pezzo di terra

Dalla fondazione della Repubblica Islandese, nel 1944, lo Stato – al contrario degli altri Paesi nordici – non ha rotto i propri legami con la Chiesa Nazionale, di vocazione Luterano-evangelico, a cui negli anni ’90 afferiva ancora il 90% della popolazione. Questi numeri sono cambianti considerevolmente in tempi recenti: scendendo all’80% nel 2009, per ridursi ulteriormente ai giorni nostri. Questo è in parte dovuto all’immigrazione, in parte a un cambiamento di costume nella popolazione. A causa della tradizionale vicinanza tra Stato e Chiesa, la legge stabilisce che i comuni in Islanda siano tenuti a donare appezzamenti alle chiese. Poiché nella Costituzione è espressamente dichiarata la libertà religiosa, la legge è stata ritenuta applicabile a tutti i gruppi religiosi riconosciuti, che sono in progressivo aumento. Negli ultimi anni, quindi, Reykjavík ha destinato degli appezzamenti ai Buddisti, ai Pagani, alla Chiesa Ortodossa, etc. Mentre la comunità mussulmana restava in attesa. Una prima richiesta di terreno sul quale edificare una moschea è stata presentata nel 2000. La questione è rimasta in sospeso, senza alcuno sviluppo, fino al 2007, quando la Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza ha espresso la propria preoccupazione, insinuando che esistessero pregiudizi all’interno delle istituzioni cittadine. Alla fine, nel 2013, quando la questione ha assunto una sua visibilità sia locale che internazionale, il sindaco Jón Gnarr ha deciso di destinare un piccolo appezzamento per edificare una moschea all’interno della città. All’inizio ci sono state delle rimostranze, ma fino ad oggi si è trattato soltanto di voci marginali. Non avevano spazio all’interno di un discorso politico di maggioranza, ed era difficile immaginare che potessero diventare un punto centrale in una campagna politica. Nel giro di una notte è cambiato tutto.

98 anni di progresso

Il partito Progressista, fondato nel 1916, da un secolo a questa parte si è trovato quasi sempre al governo. Si autodefinisce come un partito liberale e di centro, ma è storicamente il partito degli agricoltori, con un elettorato appartenente di base alle zone rurali. Con la crescita costante di Reykjavík, unica vera città dell’Islanda, e l’indebolimento della campagna, l’elettorato del partito si è sensibilmente ridotto, avviando i Progressisti verso una crisi irreversibile. Negli ultimi tempi, il partito sembrava spesso sul punto dell’estinzione, dato per spacciato nei sondaggi, eppure sempre in grado di riemergere a ridosso delle elezioni. Per un certo periodo sembrava che a causa del sostegno dato alla guerra in Iraq e, dopo il 2008, l’appoggio dato alle politiche che hanno portato alla crisi del Paese, il partito fosse destinato a scomparire. In qualche modo i Progressisti sono riusciti miracolosamente a cambiare leadership e strategia politica prima delle elezioni del 2012, mutando assetto al partito e assicurando una giustizia sociale per le classi medie, in modo che godessero del loro status di “classe media” un po’ più a lungo: si è promesso di restituire alla gente parte dei soldi del mutuo per la casa (inflazionato con la svalutazione della moneta nazionale) e di ridurre i debiti, per compensare il collasso economico. Grazie a queste politiche i Progressisti hanno vinto le elezioni, ma il loro elettorato è rimasto instabile.

Un altro fattore che ha minato il sostegno verso la maggior parte dei partiti politici è stata la popolarità del sindaco Jón Gnarr, comico e “anarchico surrealista” come si è definito lui stesso, uno che considerava la propria azione politica come terapeutica: “un’azione temporanea. Il terapista non rimane sul divano di famiglia mentre è in atto il processo di guarigione”, ha dichiarato Jón in una recente intervista.
Ora che lui sta per abbandonare il suo incarico, dopo quattro anni, sembra lasciare dietro di sé uno dei periodi più equilibrati e vitali che l’amministrazione cittadina abbia vissuto da lungo tempo a questa parte.
A ridosso delle nuove elezioni comunali, il partito Progressista è apparso di nuovo sull’orlo del collasso. I sondaggi lo davano al 3-5%, il che avrebbe significato nessun candidato eletto nel consiglio comunale.

“In molti mi hanno chiesto…”

Il 22 maggio scorso, la capolista del partito Progressista di Reykjavík, Sveinbjörg Birna Sveinbjörnsdóttir ha postato su Facebook: “In molti mi hanno chiesto quale fosse la mia posizione riguardo all’assegnazione di un appezzamento di terra per una moschea…” Il giorno dopo, pressata dai media, ha chiarito la sua posizione: la decisione doveva essere revocata, e doveva essere indetto un referendum per stabilire se si dovesse o meno costruire una moschea nella città. “Sono vissuta molti anni in Arabia Saudita” ha aggiunto, “e non baso le mie opinioni sui pregiudizi, ma sull’esperienza”. Sostiene che il Lussemburgo sia un buon modello: “Ci vivono molti mussulmani, ma non ci sono moschee. Se confrontiamo la loro situazione con quella di Parigi, dove ci sono numerose moschee, vediamo che esiste una differenza sostanziale: a Parigi molti mussulmani provengono dalle vecchie colonie francesi, e quindi i francesi sono tenuti a importare di tutto nel loro Paese”.
“Noi siamo vissuti in pace e in armonia dai tempi dei primi insediamenti nordici” si è premurata di aggiungere, riferendosi agli insediamenti islandesi del IX secolo, “prima da atei, poi da cristiani… Penso semplicemente che avendo una Chiesa Nazionale, i comuni non dovrebbero donare appezzamenti di terra per costruire edifici come una moschea”.

Sono stati in molti a indignarsi per queste affermazioni, un candidato ha lasciato la campagna elettorale, e persino il vescovo della Chiesa Nazionale ha espresso il suo sostegno alla libertà religiosa e alla costruzione della moschea, mentre artisti, scrittori, intellettuali e la cittadinanza in generale hanno manifestato rabbia e incredulità. Nel frattempo, queste frange anti-immigrazione che non avevano rappresentanza politica, hanno apertamente sostenuto la nuova svolta del partito. Nei sondaggi che hanno fatto seguito, il partito Progressista ha visto un incremento dell’elettorato al 6-9%, il che consentirebbe a Sveinbjörnsdóttir di essere eletta nel Consiglio comunale.

Il primo ministro: “Gli oppositori interpretano il patriottismo come estremismo”

Sulle prime era difficile capire se si trattasse dell’idiosincrasia di un singolo candidato o dell’effettiva politica del partito. Il segretario del partito Progressista e Primo Ministro, Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, non si è espresso sulla questione per giorni, fino a quando sono usciti i risultati dei sondaggi. Una volta emerso il sostegno degli elettori, ha scritto un articolo – postato anche su Facebook – in cui rimproverava la popolazione e i media per la loro irresponsabilità: “è incredibile la bassezza a cui si può spingere la gente” ha detto, non rispetto alla sua candidata, ma a quelli che hanno accusato lei e i suoi sostenitori di xenofobia. “Non è una cosa nuova che gli oppositori dei Progressisti interpretino il patriottismo come estremismo” ha scritto.
Il giorno prima che il Primo Ministro dichiarasse, o quanto meno lasciasse intendere, il suo appoggio alla candidata in causa, un ex candidata del partito ha scritto un articolo in cui spiegava le ragioni per le quali non avrebbe continuato la campagna elettorale. Stando alle sue affermazioni, il partito Progressista avrebbe pianificato la politica anti-moschea con mesi d’anticipo, e cercato appositamente candidati (preferibilmente donne) preparati a sostenere un’aperta posizione anti-mussulmana, in vista delle elezioni. Fino ad ora la sua versione non è stata smentita o contestata da nessun esponente del partito.

L’Islanda non ha mai avuto una politica liberale in fatto di immigrazione. Solo per fare un esempio, negli ultimi venti anni, fino a quando nel 2009 si è instaurato un governo di sinistra, il Paese ha concesso pieno asilo politico soltanto a un singolo richiedente. Non all’anno, ma in totale. Si potrebbe allora sostenere che tutto il Paese sposi in qualche modo un certo populismo di destra, eppure nessun partito politico ha mai apertamente fatto campagna elettorale sfruttando posizioni anti-migratorie. Partiti apertamente razzisti hanno fatto la loro sporadica comparsa ai margini della scena politica, ma una retorica xenofoba non ha mai avuto accesso nel dibattito politico mainstream. Probabilmente non siamo di fronte a delle posizioni veramente nuove, ma il dibattito è un’assoluta novità.

(grazie per la traduzione a Veronica Raimo)

Commenti
2 Commenti a “Domani si vota in Islanda, ovvero come nell’Europa del futuro il progressismo sta diventando razzista”
  1. A proposito di libertà religiosa, quando leggeremo qui su m&m qualcosa sul caso Meriam?

    http://goo.gl/lQj8qf

  2. Christian Raimo scrive:

    Non ne sapevo niente, Federico, m’informerò almeno, grazie.

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