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Dominare lo spazio e il tempo

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Federico Vergari Le sfide dei campioni, uscito per Tunué.

di Federico Vergari

Se c’è una cosa che, più di tutte, mi ha sempre affascinato della pallavolo, questa è la capacità che dà – soprattutto a quelli bravi – di ingannare il tempo e lo spazio. Stare in aria pochi attimi che sembrano un’infinità. E decidere in fretta, ma con una calma inscalfibile per chi guarda dal basso, cosa fare. Il momento preciso in cui il salto arriva alla sua massima estensione e il cervello sta comunicando a muscoli, nervi e ossa come dovranno comportarsi. Schiacciare, angolare o appoggiarla con un beffardo pallonetto. Seguire la linea o incrociare.

Ecco. Quel momento lì – quell’istante in cui il tempo si ferma e tu puoi decidere cosa fare della palla e del tuo corpo – contiene, secondo me, tutta la magia di questo sport.

Quando mi hanno proposto di scrivere questo libro mai avrei pensato che sarei finito – anche – a parlare di me. Attraverso la pallavolo, poi. Adoro il calcio e il ciclismo, e non sono mai stato un profilo esile, o del tutto magro, diciamo. Di certo non si può dire che, trovandomi più vicino alle quaranta primavere che alle trenta, io possa ancora crescere qualche centimetro in più dei centosettantatre dichiarati sulla carta d’identità.

Chi non mi conosce, e mi vede per la prima volta, di tutto mi potrebbe dire, ma di certo non che io sia stato in passato un giocatore di pallavolo. E invece sì, paffuto, basso e goffo. Tra i tredici e i diciassette anni vissi una discreta gloria – iperlocale, intendiamoci – nell’allora Tredicesimo municipio di Roma, quel lembo di terra compreso tra Ostia e Acilia, che io amo follemente, ma che fuori dai confini romani è percepito come il Bronx degli anni Settanta.

Mi scoprii, quasi per caso, un bravo alzatore. Si vinsero anche dei tornei. Con Flavio, Daniele, Christian, che una beffarda malattia si è portato via troppo presto, e poi Andrea e Giovanni. Ho perso i contatti con tutti loro, ma c’è stato un periodo della nostra vita in cui noi sei eravamo forti. Cavolo, se lo eravamo.

Poi accadde quello che accade sempre in questi casi. Quello che accade se non sei un predestinato dello sport: il resto del mondo a me coetaneo continuò a crescere verso l’alto. Io un po’ meno. E poi scoprii che oltre al volley – e al calcio, che di certo non mettevo in secondo piano – esistevano anche le ragazzine, la musica e i libri. E finì tutto, così. Per caso. Come era nato.

Di quegli anni però, la cosa che ricordo più chiara di tutte fu l’inizio della mia avventura con la pallavolo. La nascita dell’amore. Posso dire, con assoluta certezza, che la coppa del mondo vinta nel 1990 rappresentò per me quello che per migliaia di ragazze furono i cartoni animati di Mila e Shiro. Il carburante, la spinta, la marcia per partire e iniziare a sognare.

28 ottobre 1990. Una data difficile da dimenticare. Si può dire che, sportivamente, io sia diventato grande quell’anno. Durante Italia ’90 avevo scoperto la delusione della sconfitta. I rigori contro l’Argentina, fatali, e la domanda tanto ingenua quanto vera rivolta ai miei genitori: «Ma è finita così? Non c’è un altro modo per andare in finale?».

No, non esisteva un piano B, una seconda chance. E, nella mia ingenuità, io questo non lo sapevo. Era tutto finito. Con quella voglia di urlare – «Campioni del mondo!» – che rimase lì. Strozzata in gola.

Mio padre si è fatto il mazzo per una vita. Anzi, ha fatto il turno di notte, per una vita. Usciva di casa alle dieci di sera, dava un bacio a mia madre, a me e a mia sorella e ritornava a casa la mattina alle cinque. Io e mia sorella certe volte ci addormentavamo nel lettone con mia madre e lui quando rincasava, stanco dal turno, col desiderio del letto ormai concretizzato e a un solo passo, ci prendeva in collo e ci portava nei nostri rispettivi letti.

Alla fine di ogni turno di notte mio padre rientrava a casa con il giornale. A casa mia si è sempre letto Il Messaggero. Non so voi cosa ne pensiate, ma per me il giornale del mattino è speciale. Il primo, dico. Ha un sapore diverso. Anche l’odore ha qualcosa che lo rende differente dal resto dei giornali che puoi trovare in edicola, che so, dalle otto di mattina in poi. Il giornale della notte sa di stampa e di inchiostro, sa ancora di sudore, di prodotto espresso. E il suo profumo ti entra nel naso e nel cervello, insieme agli odori della colazione e delle panetterie che iniziano a lavorare.

Se qualcuno mi chiedesse di descrivere il mondo che si risveglia, senza nemmeno pensarci risponderei che ha le mani ruvide di mio padre che mi prende in braccio per riportarmi a letto e l’odore di carta di giornale e pane appena sfornato. La vita che ricomincia. Ogni mattina.

I miei genitori mi insegnarono a leggere il giornale già da ragazzino. E così a nove anni, in quell’ottobre del ’90, io conoscevo già parecchie notizie, capendone poche. Si parlava di nuovi simboli politici, falci e martello e nuovi partiti. C’era Occhetto che era un nome che mi faceva sempre un sacco ridere. Comparivano negli esteri i nomi di hutu e tutsi e scoprii per la prima volta dove stava il Ruanda e che c’era poi un muro, in Germania, da buttare giù. Quella forse, più di tutte, era la notizia che capivo meglio.

Imparai subito a cercare le pagine dello sport. Ovviamente. E mi ricordo che i giornali in quel periodo parlavano tanto di pallavolo e di quanto fosse forte la nazionale, impegnata nei mondiali in Brasile. Così andai a cercarmi qualche partita in televisione e fu amore a prima vista. Amore per quello sport e per quel sestetto titolare che imparai – velocemente – a memoria: Tofoli, Gardini e Lucchetta, Cantagalli, Bernardi e Zorzi. Recitato così. Come una filastrocca. Lo sapevo anche al contrario. Zorzi, Bernardi, Cantagalli, Lucchetta, Gardini e Tofoli.

Mi rendo conto, soltanto ventotto anni dopo, di avere avuto – e avere tutt’ora – anche io il mio personalissimo Sarti, Burgnich e Facchetti. In panchina poi c’erano dei nomi che, di lì a qualche anno, si sarebbero fatti conoscere per fama e forza: uno su tutti, Andrea Giani.

Quella dell’Italia del 1990 è stata una vera e propria cavalcata trionfale. Un tonfo iniziale con Cuba e poi soltanto vittorie. La semifinale vinta nel “piccolo Maracanà”, contro il Brasile in un palazzetto infuocato, che se è soprannominato così ci sarà un motivo, no? E poi la finale. Ancora Cuba. La squadra che pochi giorni prima, all’inizio della manifestazione, ci aveva annichilito con un secco 3 – 0.E pure la finale non inizia per niente bene. Cuba vince subito il primo set. E in pochi ci credono. Io, per primo, ho già ilucciconi. Però per fortuna i ruoli vengono rispettati: io faccio il ragazzino, che frigna per una possibile sconfitta, e gli atleti fanno gli atleti. E cioè ci credono, fino alla fine. Vincono il secondo set e si portano sull’1 – 1. E poi anche il terzo. L’Italia passa in vantaggio e forse – forse – tutto si deciderà nel quarto set.

Si tratta di un momento assurdamente equilibrato. Si procede a oltranza un punto alla volta. Punto e cambio palla. Diamo per scontato, in questo racconto, che anche i lettori più giovani conoscano le «vecchie» regole della pallavolo. Punto e cambio palla. Punto e cambio palla. Un incredibile susseguirsi di mini-fughe e pareggi. Da una parte e poi dall’altra. Finché, in perfetto equilibrio, non si arriva sul 14 – 15 per l’Italia e qui inizia un’altra storia.Tutta. Un’altra. Storia.

Commenti
Un commento a “Dominare lo spazio e il tempo”
  1. sergio falcone scrive:

    Il calcio? Oppio dei popoli…

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