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Domitilla Pirro intervista Han Kang

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di Domitilla Pirro

Il ciclone Kang è venuto e se n’è andato. Si è quietamente abbattuto su centinaia di corpi. Ha incontrato lettori e giornalisti in librerie affollate, caffè milanesi, scuole di scrittura, sale d’albergo. Di tutte le carni che ha sfiorato la sua tempesta placida, la forza – è il caso di dirlo – della natura, nessuna è riuscita a non fremere al contatto: per suggestione, disagio, contagio. Malattia.

Di lei sappiamo molto, adesso. La paragoniamo a Murakami perché è uno dei due o tre autori di area asiatica che ci suonano familiari e che possiamo fingere di aver letto in toto, la blandiamo con attente perifrasi per evitare il refrain banalone della superiorità della cultura orientale (non sempre troviamo il tempo di recuperare gioielli come questo, a onor del vero). Siamo ipnotizzati dalla cadenza variopinta della sua voce, che recuperiamo in qualche intervista coreana sottotitolata in lingua varia.

Se riusciamo a intervistarla registriamo la conversazione e poi riportiamo per iscritto il colloquio con cesure strategiche e editing fantasiosi fino a distorcere l’accaduto; finché, quando abbiamo finito col testo, sembriamo la mosca sul muro in un romantico tête-à-tête e glissiamo sulle dozzine di colleghi, cappotti, teleobiettivi, interpreti emozionati, solerti uffici stampa che circondano in effetti la nostra precaria interazione con lei. Ce ne vantiamo. A lei non importa. Lei vuole soltanto le risposte.

Quali sono le domande? Qual è la domanda? La domanda è la sua domanda, più che le nostre; la domanda che lei si è posta per la prima volta da adolescente, ritenendolo un fatto tipico (!); la domanda che ha rivolto a sé stessa e alla carta quando, trentenne, ha scritto Fruit of My Woman, il racconto da cui è poi gemmato La vegetariana sette anni dopo. E la domanda è la domanda: è possibile l’innocenza?

Sappiamo che nutri un’attenzione estrema per le big questions. Se dovessimo individuare le aree tematiche sulle quali il romanzo si interroga, i dilemmi che ciascuna parte del trittico presenta, potremmo forse dire che La vegetariana ha qualcosa a che fare con la violenza imposta e subita, l’impossibilità dell’innocenza; La macchia mongolica affronta forse il doloroso processo di distruzione dell’essere umano nel quale si è aperta una crepa. E Fiamme verdi? È empatia, quella che prova la sorella per Yeong-hye? Il perdono è reale? Ma perché a sua volta è intriso di rabbia?

Grazie per la domanda. Esatto: il romanzo è diviso in tre parti. Diciamo che ogni parte arriva pian piano a cercare di risolvere alcune questioni capitali, o almeno di porle a chi legge (e a chi scrive). La prima parte, che fa riferimento appunto alla violenza di cui parli e al rapporto col marito, ha a che fare più che altro con l’incomprensione tra gli esseri umani. La seconda parte racconta la relazione che Yeong-hye ha con un artista, che poi è il cognato: gradualmente arrivano ad avvicinarsi, ma immancabilmente anche in questo caso si arriva alla disgregazione della relazione. La terza parte tratta infine del rapporto conflittuale tra Yeong-hye e sua sorella maggiore In-hye, rapporto che è sì conflittuale ma conduce la seconda a comprendere finalmente lo stato d’animo della protagonista. Quello che dici è giusto: diciamo che in tutte queste situazioni c’è il tentativo di arrivare a una risoluzione, di arrivare anche a… allo sforzo necessario per trovare una soluzione che possa far sopravvivere questi personaggi. In-hye sperimenta una vera e propria identificazione con Yeong-hye: si ritrova di fronte a un bosco oscuro, di fronte a un panorama che non riesce bene a interpretare. Quindi fondamentalmente più che di perdono – che è poi la domanda che mi hai posto, scusami – si tratta per In-hye di provare in prima persona qual è il tipo di difficoltà che sta provando la sorella. Quindi una comprensione più profonda di quel malessere. Un tipo di immagine connesso con gli incubi che lei stessa sperimenta durante il corso della sua vita.

Del ciclone Kang sappiamo pure che le è stata attribuita la frase “Humans are scary and I’m one of them”. Se ci sentiamo particolarmente spocchiosi pensiamo che sia il caso di domandargliene conto. Poi ricostruiamo, osservandone i jeans comodi e la maglia larga e scura e il ciondolo minuscolo col laccio sottile: chissà da che articolo in altra lingua, da che titolo ritradotto è stata estratta questa battutona a effetto. Dell’effetto frega poco: ci importa della carne. Non c’è carne senza spirito. Amen.

Da una prospettiva occidentale (e italiana, e parziale) nel libro appare esserci un’infinita ritualità. Lo stesso concetto di trittico contiene qualcosa di intimamente religioso. La trinità, le pale d’altare in chiesa. Nel romanzo interi passaggi vengono raccontati più volte, immutabili nonostante i diversi punti di vista, uguali a se stessi come in un ritornello, una litania. Qual è, se è lecito chiederlo, il tuo rapporto con la dimensione spirituale?

Sì, credo che nel romanzo ci siano parti che possono essere collegate a una dimensione spirituale, religiosa. Soprattutto quando appunto ci si confronta con queste domande importanti, questi temi capitali. Yeong-hye, visto che è un personaggio che cerca di porsi delle domande fondamentali, anzi un personaggio che forse rappresenta le domande fondamentali dell’esistenza umana, probabilmente è il personaggio più spirituale di tutto il romanzo. Si pone questioni radicali sulla natura dell’essere umano, è il personaggio chiave anche se non adottiamo mai il suo punto di vista: su di lei ragionano tutti gli altri.

Ma tu credi?

A vent’anni ero una fedele buddista. Non sono mai stata una vera praticante, ma mi interessavo alla spiritualità buddista, leggevo libri. Ovviamente non andavo al tempio. Non ero una seguace, ecco. Se ci penso, probabilmente se devo sentirmi vicina a una religione anche adesso sono più vicina a quella buddista.

È sud-coreana, nata nel ’70. Legge tantissimo. Esordisce a venticinque anni. Suo padre è scrittore. Suo fratello pure. Durante il college si lascia ossessionare da un verso di Yi Sang (uno del Club dei 27, per quanto assurdo sembri: nato nel 1910, morto nel ’37), padre della letteratura coreana moderna: tradotto suona all’incirca come “Credo che gli umani dovrebbero diventare piante”. Il verso si riferiva alla possibilità di sottrarsi al Giappone divorante, che nel ’10 annette la Corea. Il prototipo del narratore cerca nella vita del singolo l’antidoto alla Storia Così Maiuscola Che Fa Tremare I Polsi. Noi siamo miopi, più miopi, ciechi.

La pluripremiata traduzione in inglese di La vegetariana ha regalato al romanzo decine di vite extra, come in un videogioco – altro che seconda giovinezza. Stai accompagnando il libro ovunque. Ci sono delle differenze nel tipo di domande che ricevi in Germania, in Olanda, in Inghilterra? La ricezione del libro è identica dappertutto? Culture diverse si fissano su cose diverse?

Quando sono stata in Giappone, visto che è un paese asiatico e condivide più o meno le radici della cultura col mio paese non mi sono mai state poste domande sulla cultura coreana. Nessuno se ne è mai interessato. Probabilmente il mio romanzo è stato maggiormente recepito… voglio dire, è stato recepito in modo più naturale nei paesi asiatici, perché comunque condividiamo lo stesso tipo di credenze filosofiche. Esiste un modo di guardare all’esistenza umana, alla vita, al comportamento e alla percezione di certe problematiche che è molto simile. Quindi, sì. Se devo pensare a una differenza, probabilmente in Asia è stato più facilmente percepito. Mentre quando sono stata in paesi molto cattolici, come in Argentina, mi hanno posto molte domande sulla spiritualitàà: ecco, lì la… la percezione spirituale è diversa, quindi mi hanno fatto più domande relative a quel tema. In Inghilterra e negli Stati Uniti, dove forse è più sentita la questione dei diritti civili, mi sono state fatte più domande connesse al movimento femminista, invece.

A proposito, ho letto in una tua intervista che hai detto che a partire dagli anni ’90, più o meno, gli scrittori coreani hanno raggiunto in numero le scrittrici, e da allora né per i lettori né per i critici si fa mai distinzione tra l’opera di un autore o di un’autrice. Maschio o femmina? Non rileva. Caspita.

Già. La società coreana continua ad avere aspetti molto problematici, ma quando si parla di letteratura… Non solo c’è un grandissimo numero di scrittrici molto attive, che hanno una posizione molto affermata. Ma se io mi presento come la scrittrice Han… non ho mai ricevuto nessun tipo di pregiudizio – e nemmeno di interesse, ecco! – verso il fatto che fossi uomo o donna. Non c’è discriminazione, in quel senso. Cioè, non nell’ambito letterario.

Nel ’98 partecipa al corso di scrittura creativa più prestigioso d’America, quello dell’Iowa International Writing Program. È appassionata d’arte – sfido a non ripescare Yayoi Kusama dentro alle riflessioni che aprono La macchia mongolica – ed è pure musicista: ha pubblicato Quietly Sung Songs – saggio più cd , per dire. Da Lim Woo-Seong La vegetariana è stato trasformato in film. Lo stesso regista si è occupato anche dell’adattamento di altri suoi lavori. Chissà se lei ha detto la sua. Chissà la storia che sta un passo dietro a questa storia. Chissà quanto dev’essersi interrogato, il ciclone Kang, su questa bulimica pluralità di linguaggi narrativi e mezzi creativi.

C’è un concetto in potenza devastante attribuito, tra gli altri, a Thomas Mann: “L’unica patria di uno scrittore è il linguaggio”. Se però il linguaggio è la cristallizzazione di secoli di storia, migliaia di violenze – quelle sulle quali ti interroghi così profondamente –, allora, mi chiedo: per il narratore la purezza è la pagina bianca? Tu nasci come poetessa…

Forse proprio per il fatto che ho sperimentato l’attività poetica, mi faccio tantissime domande sulla natura della lingua, del linguaggio. Nel quinto romanzo che ho scritto – The Greek Lessons, che purtroppo è disponibile solo in coreano per ora – la protagonista indaga proprio la natura del linguaggio, la sua problematica e tutto ciò che vi si cela dentro, quindi non si esprime. Si rifiuta di parlare, la protagonista; e solo alla fine della vicenda, al termine di un suo percorso, può riottenere la sua lingua e parla di nuovo. Il linguaggio è senz’altro imbevuto di violenza, è frutto di un processo forte e violento, è il risultato di infinita violenza nelle relazioni. Però allo stesso modo è l’unico strumento che ha il potere di identificare un certo tipo di messaggio. Dal concetto di pagina bianca che dicevi, che forse è quella la vera ricerca della purezza, sono affascinata. Ma credo che l’essere umano debba necessariamente utilizzare il linguaggio, che resta una parte fondamentale per questa ricerca della purezza perché ne è lo strumento migliore.

Purezza. Una ricerca trentennale. Il ciclone Kang rileggeva da adolescente i libri amati da bambina e si sorprendeva a non trovare le risposte che cercava: “Chi sono? Perché la gente muore? Qual è il significato dell’esistenza?”. Domande tipiche, dice. Tipiche. Noi a quindici anni ci interrogavamo sul mistero gaudioso dei genitali altrui, al massimo: ma non glielo diciamo. Non perché non capirebbe, lei che scrive intessendo le pagine di sensualità torbida e grave, fiorita: ma perché quando ride mette le mani davanti alla bocca e fa sparire mezza faccia, e se colleghi e addetti ai lavori fanno per depositarle due baci sulle guance, invece che ritrarsi lei rattrappisce in una cringe-compilation.

È stata vegetariana per un po’, quando aveva vent’anni. Tutti cercavano di farle mangiare carne a forza, dice. Per ragioni di salute ha dovuto ricominciare. E tuttora la carne non le piace. Si sente in colpa a mangiarla. Ha appena finito di scrivere un romanzo sulla rivolta di Gwangju, Here Comes The Boy: voleva scriverlo da anni. Da allora. L’ossessione della violenza reciproca non l’abbandona mai. Di più. È convinta che l’episodio della rivolta in questione, trauma vissuto di riflesso da bambina, in qualche modo l’abbia segnata, e che il senso di colpa che prova nel mangiare la carne derivi da questa storia. Ma La vegetariana ha poco a che fare con il veganismo di per sé. Ha molto a che vedere con l’astensione. Con il controllo, parentale e sociale. Con l’ambizione di universalità. E tre stati di distacco.

A causa di un problema al polso dovuto all’uso del computer, hai raccontato, hai scritto il romanzo a mano e quindi più lentamente. Scrivi ancora a mano? La qualità della scrittura, a mano e quindi con ritmo più lento, cambia? Hai un nuovo passo ora?

Adesso non scrivo più a mano. Però è vero che il mio ritmo è cambiato, nella scrittura.

Nel senso che adesso vai più piano?

Quello che provo quando scrivo a mano è molto diverso da quello che provo quando scrivo al computer, ovviamente. Sono due sentimenti un po’ diversi. Ho scritto il romanzo a mano perché per me quello era un momento di sofferenza corporale vera e propria: mi faceva male, mi dolevano le dita. È come se avessi provato… ecco: è come se avessi messo più corporalità nel romanzo, come se ci fosse un corpo maggiore. Ed è anche come se avessi condensato di più il mio pensiero, perché avendo difficoltà a scrivere cercavo di essere un po’ più sintetica, un po’ più breve del solito. Adesso, anche se non scrivo più a mano, è come se cercassi di alimentare questo sentimento, di riuscire a dare un po’ di corpo e di concisione ai romanzi: provando a rendere la scrittura più immediata e più… fisica.

Per chiederle altro non basta il tempo. Non c’è tempo di chiederle se Yeong-hye è parente del Cosimo di Calvino, del rampantissimo romanzo del rifiuto – del rifiuto vegetale, poi. Certo La vegetariana ha un’oscurità di molto maggiore rispetto alla vitalità guascona di Cosimo: le ferite invisibili di Yeong-hye sono caverne femmina, fessure sanguigne spacca-terra. Fatte di carne aperta in due. Perché La vegetariana è, tra le altre cose, il racconto umano di come ci si protegge da un’invasione; di come, spesso invano, si prova a respingerla.

L’invasione seduttiva delle sue parole piane e piene, quelle scritte e quelle pronunciate con due salti carpiati di interpretazione in mezzo: perché quando il ciclone Kang si abbatte non lascia in piedi nulla, spazza via tutto, anche e soprattutto le certezze iniziali. E a lei dello sforzo razionale di messa a fuoco di uno scambio, il nostro, poco importa. Conta la domanda e conta il corpo, i suoi detriti. Le risposte. I pezzi pulsanti che anche in cocci sopravvivono. Puri affatto. Immondi e vivi. Immondi ma vivi.

Domitilla Pirro è nata a maggio del 1985 e crede che le parole portino fortuna. È giornalista pubblicista iscritta all’Ordine di Roma e direttrice creatività&sviluppo di Fronte del Borgo della Scuola Holden di Torino. Con Sote’ ha vinto la quinta edizione del concorso letterario 8×8; suoi racconti sono usciti su Repubblica, Linus, abbiamo le prove. Con Francesco Gallo progetta Merende Selvagge e La Fionda Factory, ventaglio di offerte narrative per umani di varie dimensioni. Con Sara Benedetti insegna il Buco Nel Cervello, piano di riprogrammazione di genere.
È docente del laboratorio di scrittura creativa per donne operate organizzato dalla Susan G. Komen Italia e la Scuola Holden.
È in debito eterno verso Marcello Fois, suo docente di Racconto&Romanzo durante il biennio in storytelling, che l’ha assistita nella stesura del primo romanzo. Sarebbe pure laureata in Legge, ma fa finta di no.
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