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Don Carpenter e i fantasmi di Hollywood

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(Fonte immagine)

di Luca Pantarotto

Funziona un po’ come un buco nero: tutto viene attratto al suo interno, nulla riesce a fuggire. A un certo punto della sua cavalcata verso un Ovest carico di promesse sempre più evanescenti, l’American Dream ha raggiunto quell’estrema propaggine della California del Sud in cui si trova Los Angeles, si è spinto ancora fino al quartiere periferico di Hollywood e lì si è esaurito, trasformandosi da aspirazione a mito. Un mito fatto di lustrini, riflettori, ville di lusso, macchine veloci, montagne di denaro, droga, sesso a volontà, tappeti rossi stesi a nascondere un sentiero dorato che non conduce a nessun salvifico Mago di Oz: semmai a un’isola di Calipso in cui, abbagliati dalla bellezza e dal lusso, condurre per sempre un’esistenza ripetitiva e vacua, infestata dai fantasmi traditi delle vocazioni passate.

Il richiamo a Ellis è inevitabile, ma prima di lui la dimensione spettacolarmente illusoria della società losangelina era stata raccontata da un altro scrittore. Di Don Carpenter, riscoperto da poco anche in patria dopo qualche decennio di silenzio, Frassinelli ha tradotto finora due titoli: il postumo I venerdì da Enrico’s e La sceneggiatura, entrambi a cura di Stefano Bortolussi. Sono romanzi che, con voce lucida e disincantata, precorrono più di una caratteristica della generazione perduta di Meno di zero, in una sorta di ideale passaggio di consegne in cui lo smarrimento esistenziale di Ellis costituisce l’inevitabile eredità lasciata dal mondo di Carpenter.

All’interno di quella curiosa categoria letteraria che recentemente sta svelando al pubblico l’esistenza dei “più grandi scrittori americani di cui non avete mai sentito parlare”, etichetta sotto cui troviamo nomi come Richard Stern o Tom Drury, Carpenter ha senz’altro diritto a un posto sul podio. Autore di dieci romanzi, una raccolta di racconti e diverse sceneggiature, la sua vita non fu particolarmente ricca di eventi esteriori né la sua carriera letteraria di adeguati riconoscimenti. Nessun blurb di grido, nessun premio di rilievo, nessun accostamento altisonante; niente di tutto il corredo che di solito accompagna la proposta al pubblico dell’opera di quasi chiunque.

Nato a Berkeley e vissuto tra Oregon e California, Carpenter serve nell’esercito a Kyoto, collabora a un giornale militare, insegna inglese per un paio d’anni e lavora nel cinema, su e giù da Hollywood, per circa dodici; finché, fiaccato da una quantità di malattie che gli impedivano di lavorare, si suicida nel 1995 sparandosi un colpo, proprio come aveva fatto undici anni prima il suo migliore amico, Richard Brautigan. E lasciando, tra l’altro, un corposo inedito: un manoscritto dal titolo Fridays at Enrico’s che, affidato per la revisione nientemeno che a Jonathan Lethem, viene finalmente pubblicato nel 2014 dall’editore californiano Counterpoint.

Comincia così, dalla fine, la riscoperta di Don Carpenter. E comincia proprio nel nome di Brautigan.

Quando Carpenter confida all’editore Jack Shoemaker la sua intenzione di scrivere una biografia di Brautigan “prima che comincino a circolare gli avvoltoi”, probabilmente intende fare proprio quello: ricostruire la storia di un rapporto ultradecennale, iniziato a San Francisco nel 1960 a casa di Bob Miller, un amico di Kerouac, e proseguito per oltre vent’anni, sopravvivendo ad alcol, gelosie professionali, insicurezze, ricoveri ospedalieri e persino alla morte.

Di quella biografia Carpenter non avrebbe mai scritto una parola. Eppure proprio da lì, da quell’amorevole idea embrionale, era destinato a svilupparsi un testo ben più ricco e complesso di quanto Carpenter stesso potesse immaginare all’inizio. Per dirla con le parole di Lethem, I venerdì da Enrico’s, pubblicato in Italia nel 2015, è “un libro che parla di scrittori, di molti scrittori”. Ognuno dei quali racchiude in sé, ben riconoscibile, un frammento delle esistenze congiunte di Carpenter e Brautigan, della loro amicizia e del loro amore per la letteratura.

Ben più più di qualsiasi altra, la narrativa statunitense ha spesso trovato proprio nel “racconto di sé” la via più efficace per definire e rimarcare la propria identità, tracciare un percorso evolutivo, prendere coscienza di una natura profondamente composita e problematica. Incorporando testo e contesto, inside jokes tra Padri e Figli, realtà e leggenda, la letteratura americana da sempre costruisce di pari passo la sua storia e il suo mito. Ricreando ogni volta una nuova immagine di sé.

In questo senso, I venerdì da Enrico’s di Don Carpenter è letteratura americana al cubo. Una storia parzialmente autobiografica che ripercorre l’esperienza di vita del proprio autore disperdendola tra le singole personalità e vicende di un gruppo di aspiranti scrittori che, tra gli anni ’50 e ’70, inseguono dalla California all’Oregon l’orizzonte in apparenza irraggiungibile della gloria letteraria. Il contesto perfetto su cui innestare una riflessione raffinatissima e coinvolgente su quanto sia difficile evitare che la realizzazione delle proprie volontà di potenza porti con sé quasi inevitabilmente il tradimento di sogni e idealità.

Così Charlie Monel, reduce della guerra di Corea e insegnante di scrittura creativa con l’ambizione di scrivere il nuovo Grande Romanzo Americano, rinnegherà se stesso lasciando la letteratura per il cinema, messo in ombra dall’inatteso quanto folgorante successo editoriale di sua moglie Jaime. O Dick Dubonet, l’unico del “gruppo di Portland” che sia riuscito a piazzare un racconto a Playboy (per tremila dollari!); un traguardo tanto esaltante che Dick, nel tentativo di bissare, si mette a scrivere racconti costruiti a tavolino apposta per Playoy e puntualmente rifiutati dalla rivista. O ancora Stan Winger, il timido e represso ladro d’appartamenti appassionato di storie pulp, che concepirà il suo primo romanzo in una cella d’isolamento, preparandosi la via per un successo che gli spalancherà le porte di Hollywood, ma annienterà il suo talento letterario.

Eccolo, il buco nero. Non è proprio vero che a Los Angeles i desideri si realizzino; semplicemente, si anestetizzano. Al termine del sentiero dorato percorso da Charlie e dai suoi amici c’è una Hollywood molto, molto diversa da quella che avevano sempre vagheggiato: una “centrale dei sogni infranti” che annulla in sé le più nobili velleità delle scuole di scrittura. Smanie artistiche, equilibrio personale, capacità di amare: Hollywood pretende il sacrificio di tutto. Soprattutto della passione per la letteratura, un ideale che non regge alla prova della realtà.

Guardando ad essa al termine della sua vita, la letteratura sembra a Carpenter piuttosto una condanna che lascia insoddisfatti tutti. Chi non riesce a pubblicare si macera nella consapevolezza di un talento inesistente. Chi ci riesce finisce per sentirsi svuotato, tradito da editor buoni solo a trasformare grandi romanzi “in un mucchio di merda” e annichilito dal mondo del cinema, che attira gli scrittori come falene, con l’attrattiva di guadagni immensi, e poi li dimentica lì, inutili, a scarabocchiare infiniti abbozzi di sceneggiature che non diventeranno mai film. Ridotti a vite inutili che girano a vuoto su se stesse, gli scrittori mollano ogni ormeggio e si lasciano andare a un oblio crescente di tutto ciò che prima, per loro, aveva significato qualcosa.

Carpenter lavora a I venerdì da Enrico’s quando il mito losangelino della Golden Age hollywoodiana era già deflagrato, implodendo in se stesso e seminando sulla sua scia i relitti della generazione bruciata di Bret Easton Ellis. Gettando lo sguardo all’indietro, Carpenter riporta in vita un’epoca  che si permetteva ancora il lusso di nutrire qualche sogno, pur mostrando inconsapevolmente i primi, profondi segni di cedimento. Pochi anni, gli ultimi argini si sarebbero rotti e il piccolo e traballante mondo antico di Charlie, Jaime e Stan avrebbe ceduto il passo al presente insensato e anaffettivo in cui vagolano, storditi da alcol, droghe e assenza di scopi, i giovani di Meno di zero.

Carpenter poteva intuire facilmente la rotta che quel futuro avrebbe intrapreso; in un certo senso l’aveva già visto. Ne aveva vissuto l’evoluzione dall’interno, quando lavorava come sceneggiatore a Hollywood, e tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta ne aveva dipinto desideri, ansie e contraddizioni nella sua opera più ambiziosa, la Trilogia di Hollywood, uscita tra il 1975 e il 1981. Ad essa appartiene il romanzo La sceneggiatura (in originale Turnaround) che, ancora una volta, si apre nel segno di Brautigan, a cui è dedicato.

In gergo cinematografico, si dice che una sceneggiatura vada in turnaround quando il progetto iniziale viene abbandonato dalla casa di produzione che avrebbe dovuto svilupparlo e proposto ad altre compagnie. È una situazione piuttosto comune a Hollywood: a infinite idee, infiniti ostacoli. Sul confine sottile che divide il trionfo al botteghino dal flop si giocano prospettive e carriere giovani registi rampanti che tramano per soppiantare la vecchia guardia, direttori di produzione con l’ossessione dei bilanci (e dell’età), sceneggiatori attirati dal miraggio di fama e ricchezza e innumerevoli figure di contorno: attori in ascesa o in declino, agenti sempre sorridenti e ammiccanti, donne bellissime, pericolose o inaffidabili, comuni mortali che mirano a fare il salto e passare dal grigiume asfittico della miseria quotidiana al mondo sfavillante affacciato sul Sunset Boulevard.

Un mondo in moto perpetuo, con poche preoccupazioni morali e molti confusi obiettivi, che Carpenter sceglie di raccontare attraverso i punti di vista di tre personaggi. Il primo in ordine di apparizione è Jerry Rexford, approdato a Hollywood per diventare uno sceneggiatore di grido e finito a lavorare in una rivista di prodotti per animali domestici. Povero, solitario e drammaticamente inadeguato, Jerry si colloca al polo opposto della scala sociale rispetto ad Alexander Hellstrom: cinquantenne direttore generale della produzione di uno studio, Hellstrom sembra la personificazione del più classico Sogno Americano, partito come picconatore per un’impresa di piscine e diventato uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo del cinema. Tra di loro, Richard Heidelberg, giovane e promettente regista balzato sulla cresta dell’onda grazie a un film di straordinario successo e intenzionato a conquistare la poltrona di Hellstrom, magari proprio “prendendo in prestito” un’idea di Rexford: un originale adattamento de La signora nel lago, di Raymond Chandler, che si rivela presto più facile da scrivere che da mettere in scena.

Costringere La sceneggiatura a una sequenza di eventi e relazioni così lineare significa però, in qualche modo, tradirne l’essenza stessa. Dispersivo, eccentrico, anzi policentrico nello svolgimento delle vicende, il romanzo riflette perfettamente l’andamento erratico delle vite dei suoi protagonisti. Con abilità ammirevole Carpenter spariglia le regole del gioco, trasformando uno spunto che in qualsiasi altro romanzo sarebbe stato il fulcro della narrazione in un evento quasi accessorio, laterale, non più importante dei mille singoli episodi, impegni e incontri tra cui si dividono le vite dei personaggi. A ben vedere, Jerry, Alexander e Rick sembrano condividere la natura dei vari progetti che avviano e subito abbandonano. Come quelli, le loro esistenze sono eterno movimento senza direzione. Sono anche loro, in fondo, dei turnaround.

Ecco cosa resta dell’American Dream, di cui Hollywood doveva essere la roccaforte. Entusiasmi vulcanici ed effimeri, ansie frustrate di elevazione sociale, attività incessanti e frenetiche senza scopo apparente se non quello di tenersi impegnati in qualcosa, qualsiasi cosa, per non essere messi da parte e sparire. È così che vivono i giovani milionari di Los Angeles, incatenati a un’esistenza ridotta a alienante e inerte routine: “Molti di loro, ne era sicuro, si svegliavano al mattino con il terrore di essere inutili, e la sola cosa grazie a cui evitavano l’inerzia totale era il rispetto rigoroso dei programmi. Tennis, pranzi, cocktail, avventure extraconiugali, sonnellini, cocktail, serate all’opera, cene, sbornie e a letto”.

Sognavano un castello, hanno trovato una prigione. Dorata, ma pur sempre una prigione. Hellstrom li guarda e ne ha paura, quasi quasi preferirebbe tornare a vivere in un monolocale, come quando da giovane si spaccava la schiena per pochi soldi ed era povero, sì, ma autentico. È il pensiero di un attimo: a scacciarlo, una nuova ragazza, nuove sceneggiature da leggere, nuovi film da produrre.

Carpenter descrive, senza mai giudicarla, una società che si avvicina al suo punto di rottura, correndo a precipizio verso un traguardo premiato con una sconfitta. Nel momento in cui lo raggiungono, e solo allora, si rivela compiutamente agli occhi dei personaggi l’inanità del tutto: ciò che fanno, ciò in cui credono, ciò che sono. La cura con cui Carpenter prepara quel momento, l’intensità precisa e asciutta con cui coglie lo sguardo dei suoi protagonisti nell’istante stesso in cui si rendono conto di ciò che hanno ottenuto, e a quale prezzo, rendono i suoi romanzi qualcosa di più che opere di narrativa. Li rendono testimonianze. Testimonianze di un mondo collassato che lasciava in eredità al successivo solo macerie morali; un mondo di cui non sarebbe sopravvissuto nulla, solo ricordi: “e molti sono falsi”.

O forse spariti nel traffico delle autostrade di Los Angeles.

Luca Pantarotto (1980) è nato a Tortona e lavora a Milano, dove si occupa della comunicazione digitale di NN Editore. Scrive di letteratura americana su vari blog e magazine; cura inoltre un blog personale, La lista di Holden, dedicato alla storia del Grande Romanzo Americano.
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