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Don Milani e i giornalisti

Questo pezzo è uscito su Pubblico.

Una lezione di coerenza. Adele Corradi ha insegnato per anni a Barbiana insieme a don Milani e a quell’intensa esperienza, che le ha cambiato la vita, ha dedicato un bel libro di memorie: Non so se don Lorenzo (Feltrinelli).

Quando le ho chiesto, qualche giorno fa, al termine di una presentazione del suo libro a Perugia, come don Milani si comportasse con i giornalisti (li faceva venire a Barbiana? quali accettava e quali no? sentiva la necessità di proteggere la “sua” scuola dall’invasione mass-mediatica, e quindi dal rischio che egli stesso fosse trasformato in un personaggio?), Adele Corradi mi ha dato una risposta fulminante. “Fosse per me, diceva don Lorenzo, non li farei venire. Ma lo faccio per i ragazzi, perché possano incontrarli e discutere con loro.” Così, ha aggiunto con un sorriso, il giorno dopo avrebbero visto in quali e tanti modi, scrivendone, si può stravolgere la realtà.

Certo, ce n’era qualcuno che “diceva la verità”, qualcuno di cui don Milani si fidasse. Ad esempio, Mario Cartoni della “Nazione”, che seguì udienza dopo udienza il processo intentatogli per apologia di reato a causa di un suo noto scritto a favore dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Gli articoli di Cartoni venivano letti in classe. Ma per i più, stando alle parole di Adele Corradi, gli incontri con gli alunni di Barbiana erano come le forche caudine. Un giornalista dell’“Espresso” fu addirittura apostrofato da don Milani perché scriveva (o meglio, “aveva sprecato la sua vita”) per un “giornale borghese”.

In quella ricerca di coerenza estrema, in quella radicalità un po’ burbera, c’era innanzitutto un gran desiderio di protezione verso i propri ragazzi. Dopo la morte prematura di don Milani, Lettera a una professoressa è diventata un manifesto tirato di qua e di là. Tutti dopo si sono detti suoi amici, ma negli anni sessanta lo erano davvero in pochi. Anche tra i giornalisti. A proposito: che posto occupa don Lorenzo nel pantheon del centrosinistra, di cui tanto si discute in questi giorni?

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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