Donald-Bartheleme

Dimmi due cose, Don

Donald-Bartheleme

Il 7 aprile 1931 nasceva Donald Barthelme. Pubblichiamo la prefazione di Vincenzo Latronico alla raccolta di racconti La vita in città.

di Vincenzo Latronico 

e sai quel che si tace. 

Dante,

Inferno, xix, 39

Cos’è esattamente che rende i racconti di Barthelme così teneri, così accattivanti? C’è un’emozione o un’atmosfera molto precisa che li caratterizza. È un’emozione che non ha nome. A volte la si può chiamare «dolcezza», altre volte «ironia», a tratti «divertito cinismo». Ma questo significherebbe ascriverla alla voce dell’autore, al modo in cui si racconta: mentre è chiaro che ha a che fare con le situazioni che vengono raccontate. Sono situazioni che toccano e fanno ridere e muovono a pietà; rivelano qualcosa di profondo sull’interiorità dei personaggi, sui nostri sentimenti e meccanismi mentali, e insieme mostrano che è una rivelazione da poco. Eccola qui la realtà, sembra dire Barthelme: è profondissima ed è struggente ed è qualcosa da riderci su. Se anche a lui fosse toccata la canonizzazione metonimica di Pirandello e di Kafka chiameremmo quest’emozione o quest’atmosfera «barthelmiana»; gli dei della storia letteraria, o forse i numi protettori dell’etimologia, hanno impedito che fosse così.

È di questa emozione che vorrei parlare. Per farlo porterò ad esempio un racconto intitolato «Il pallone», che non è presente in quest’antologia.[1] È il primo testo di Barthelme che io abbia letto, e insieme al desiderio di non fare «spoiler» è di certo per questo che ne parlo qui. Ma l’atmosfera che lo permea si ritrova in moltissimi altri suoi scritti: in questa raccolta si respira qualcosa di molto simile, ad esempio, in «Sugli angeli».

Questa ripetitività, che pure si trova spesso negli scritti di Barthelme, non va vista come la ripetitività di un artista di successo che trova il suo prodotto e lo rivende con variazioni minime. La visione di un quadro a pallini di Damien Hirst fa perdere ogni interesse per gli altri; la lettura del «Pallone» aumenta quello per i racconti di Don Barthelme. È piuttosto l’effetto di una «ossessione» (termine che Barthelme probabilmente avrebbe odiato, per tutta la sua gravità ottocentesca, baffuta). In un suo altro racconto un attore dice allo sceneggiatore che la sua scelta professionale lo lascia molto perplesso. «In fondo», gli dice, «tu sei una persona convinta che il senso della vita sia descrivere la vita. Non ti sembra assurdo?»

Il senso della vita, secondo Barthelme, era probabilmente descrivere pezzi di vita fatti così.

«Il pallone» è un resoconto preciso e impersonale delle reazioni degli abitanti di New York all’improvvisa apparizione di un enorme pallone nel cielo, a coprire svariati isolati di Manhattan. Più che un racconto appare una sorta di reportage: è tutto in terza persona, e usa un linguaggio curiosamente tecnico, freddo, benché qualcosa nel testo riesca a sabotare la precisione dei termini «oggettivi» suscitando nel complesso un’impressione di vaghezza quasi onirica.

Dalla descrizione si capisce che il pallone è ancorato tramite dei cavi che gli permettono di essere manovrato da una parte all’altra dell’isola; che è di colori naturali – marrone, grigio, verde – e ha una superficie superiore variegata e praticabile, come un paesaggio collinare. Nessuno sa che cosa ci faccia lì.

Il testo muove dalla descrizione del pallone all’osservazione di ciò che suscita nei cittadini. Alcuni provano stupore, altri se ne sentono oppressi. C’è chi crede che sia una trovata pubblicitaria. Dopo un po’ viene assunto a punto di riferimento nel paesaggio urbano: ci si dà appuntamento sotto un punto preciso del pallone, o in corrispondenza di una sua sezione. La sua presenza innesca un dibattito di natura estetica e morale su cosa debba significare e come sia appropriato reagirvi. In molti si avventurano a esplorarne la sommità, in cerca di solitudine, di avventura o di divertimento.

Arrivati a questo punto, quasi alla fine, è evidente che il finto reportage è un’allegoria della letteratura o forse della creazione artistica. Ma «Il pallone» non è un’allegoria. Vale la pena citare per intero gli ultimi paragrafi:

Il pallone, durante i ventidue giorni della sua esistenza, consentì, nella sua casualità, di far vagare liberamente l’io di molti, in contrapposizione con la rete di sentieri precisi, squadrati, sotto i nostri piedi. Il cospicuo grado di specializzazione ormai comunemente richiesto, e la conseguente preferenza per impieghi a lungo termine, sono stati determinati dall’importanza sempre crescente, virtualmente in ogni tipo di lavorazione, di macchinari molto complessi. Col crescere di tale tendenza, un numero sempre maggiore di persone, tormentate da un penoso senso di inadeguatezza, ricercherà soluzioni per le quali il pallone può venir considerato come un prototipo, o «abbozzo».

Ci incontrammo sotto il pallone, al tuo ritorno dalla Norvegia. Mi chiedesti se era mio; ti risposi di sì. Il pallone, dissi, è una spontanea apertura autobiografica, connessa con il disagio da me provato in tua assenza, e con l’astinenza sessuale, ma ora che il tuo soggiorno a Bergen è terminato, esso non è più necessario e neppure pertinente. Rimuovere il pallone non fu difficile: autofurgoni con rimorchio portarono via il telone ormai sgonfio, che ora giace in un magazzino nel West Virginia, in attesa di un nuovo periodo d’infelicità. Un giorno, chissà, quando io e te avremo litigato.

È difficile dire quale sia la ragione della commozione che investe il lettore a questo punto (o, perlomeno, di quella che ha investito me e tutti quelli con cui ne ho parlato). C’entra la sorpresa: l’improvvisa risposta a una domanda che il lettore si è posto sin dalla prima riga e che finora è stata non solo evasa, ma addirittura taciuta completamente (chi ha messo lì quel pallone?). C’entra un altro tipo di sorpresa: l’apparizione del narratore, e quindi la trasformazione di un discorso impersonale in uno con una fortissima connotazione emotiva. L’emozione, credo, non sta nel fatto che il pallone fosse una dichiarazione d’amore – questo è stravagante, implausibile, eccessivo. Sta nel fatto che lei lo sa già.

C’entra, infine, il fatto che queste sorprese siano parallele a una vertiginosa banalizzazione dell’argomento stesso del testo. Prima era un racconto quasi fantascientifico, forse un’allegoria della letteratura; poi è la storia di due tizi che litigano e fanno pace.

Quello che accomuna tutti questi elementi è che si basano su qualche cosa che non viene detto – il centro del racconto, e di moltissimi altri di Barthelme, è questo speciale silenzio. L’autore non ci dice chi ha fatto il pallone, né che questi è il narratore che ci sta raccontando. Il creatore del pallone non dice alla sua innamorata che gli dispiace, che gli manca, che la ama ancora: preferisce creare una struttura dispendiosissima e spropositata confidando che lei colga il messaggio.

L’emozione di cui vorrei parlare è legata proprio a questa reticenza, che è tanto ermetica quanto inspiegabile. Perché non dire le cose importanti? Perché rischiare di essere travisati a questo modo? Perché non me lo dici chiaro, Don?

L’ironia è la figura retorica che prevede di esprimere una cosa dicendone il contrario – o, più genericamente, tacendola. È anche il tono portante di quella che semplificando chiamiamo «letteratura postmoderna», fra i cui padri fondatori, semplificando, si può contare Don Barthelme. Lo stesso Barthelme ha dedicato vari racconti alla natura dell’ironia – uno è incluso in questa raccolta. In esso ci si chiede, fra le altre cose, se l’ironia possa cambiare il governo, e si afferma che «la realtà dell’ironia è la poesia».

I due usi più comuni dell’ironia sono legati alla derisione e alla seduzione. Si tratta in entrambi i casi di messaggi che, se taciuti, vengono meglio. Peggio di un insulto è il sospetto di un insulto; più scombussolante di una dichiarazione è una frase che potrebbe essere una dichiarazione (ma lo è? lo è davvero?). Al centro della comunicazione è un silenzio, e dalla capacità di capire cosa esso nasconda dipende la creazione di un legame tanto più forte perché implicito, come una stretta di mano nascosta.

Molta letteratura postmoderna si è sviluppata intorno all’idea che certe cose non si possano dire. Perché ormai trite e perciò insignificanti, secondo Eco; perché legate a un modo di ordinare logicamente la realtà che si è rivelato inconsistente, secondo il post-strutturalismo francese. Poco importa come mai lo si faccia, l’importante è tacere, e dedicarsi anima e corpo a danzare intorno al cuore delle cose senza toccarlo mai.

C’è chi usa più l’anima, chi più il corpo. David Foster Wallace, nella Scopa del sistema, lascia molto di rado la voce ironica che lo contraddistingue, e proprio per questo quando lo fa acquisisce l’intensità travolgente di una rivelazione troppo a lungo rimandata. I suoi lettori hanno la sensazione di essere più intelligenti, leggendolo: appunto perché capiscono cosa non viene detto. John Barth, invece, fa qualcosa di simile all’allegoria: leggendo un romanzo come Giles ragazzo-capra si ha la chiarissima percezione che in realtà si stia parlando d’altro. I personaggi drammatici ed esilaranti, le vicende leggere e surreali sono marionette e fondali di cartapesta dietro cui si nasconde un discorso ben più profondo e «realistico». E non si nasconde neppure troppo bene.

È evidente per quale ragione l’opera di Barthelme può essere accostata a questo tipo di letteratura: mostra, in apparenza, la stessa fuorviante gaiezza, lo stesso amore per il nascondino. Ma è un’apparenza ingannevole. L’allegoria e l’ironia sono accomunate dal fatto che svalutano ciò che viene detto – «distruggono la realtà», nelle parole dello stesso racconto di cui sopra. Ciò che viene detto (o mostrato) appare immediatamente come insignificante, privo di valore, utile solo a ricostruire ciò che viene taciuto. Il mondo che viene presentato ironicamente o allegoricamente non ha importanza: ha importanza ciò che c’è sotto. Ci sono due livelli, la superficie e la profondità: e l’atto stesso di vedere la seconda richiede, preliminarmente, che si sia rifiutata la prima.

Nei racconti di Barthelme non si rifiuta niente, non si svaluta niente. Il pallone è sia un’allegoria della letteratura che un messaggio d’amore. Ha senso in quanto messaggio d’amore solo perché potrebbe essere anche qualcos’altro, e in parte lo è, e tuttavia l’amata senza nome a cui il narratore dà del tu capisce cosa significa senza bisogno di dirlo. Non c’è un livello visibile che rimanda a un altro invisibile: ci sono tutti e due.

«Mi avvicinai al simbolo, con tutte le sue stratificazioni di significato», si conclude «La montagna di vetro», un altro racconto di questa antologia, «ma non appena lo toccai si trasformò in niente più che una splendida principessa».

Da quello che ho scritto potrebbe sembrare che i racconti di Barthelme siano dei cruciverba con la soluzione accanto, delle battute ironiche spiegate. Non è così. Barthelme fa più che mostrare per quale ragione una cosa ne rappresenta un’altra: mostra che questo è un aspetto inevitabile del mondo. Ci guardiamo intorno, e vediamo cose strabilianti e cose banali, e tracciamo connessioni fra queste cose e noi stessi, trasformandole in simboli e in metafore e in presagi. Ma non dipende dal fatto che un autore le abbia messe lì per questo, o dalla «natura» di queste cose, quale che essa sia. Dipende da noi, che ragioniamo così, specchiandoci.

Se il senso della poesia è mostrare la trascendenza nella realtà quotidiana, si capisce come mai Barthelme sostenesse che la realtà dell’ironia – di questo tipo di ironia, di questo silenzio – è la poesia. Una poesia del genere è quanto di più realista si possa immaginare, e stupisce che Barthelme sia spesso visto come un autore «surreale»: i suoi racconti sono intrisi di un profondissimo amore per la realtà. Il mondo di Barthelme è traboccante di significati e simboli, ma lo è in modo quotidiano, banale e perciò stesso molto più vero e sentito: è come quello in cui viviamo.

Questa realtà non deve essere nobilitata da un’allegoria o scusata dal sottinteso scherzoso per essere degna d’interesse. I simboli non sono oggetti o situazioni speciali che qualcuno ha voluto che rimandassero a qualcos’altro: sono cose, guardale, stanno lì tutt’intorno. Ci troverai dei significati, alcuni importantissimi e altri ovvi e altri no. Ma ce li troverai lo stesso, perché non puoi farne a meno e perché le cose sono ambigue e aperte. E trovandoli, sentendoli particolarmente adeguati a qualcos’altro, una cosa di cui avevi bisogno o a cui stavi pensando in quei giorni o a cui da mesi ti sforzavi di non pensare, proverai una certa emozione.

È un’emozione che ha la tenerezza del riconoscimento e il divertimento della battuta di spirito e il gusto perverso dell’ambivalenza; è un’emozione piccola, perché piccole sono le cose da cui nasce e fragile il legame di significato che le riconduce a te. È un’emozione preziosa perché ambigua, nata con uno sguardo d’intesa nel silenzio e una stretta di mano segreta. L’emozione che si prova leggendo Barthelme somiglia a questa emozione.

***

Mi vedevo con Elvia da qualche settimana quando mi ha scritto che mi doveva parlare. Non mi è sembrato un buon segno. Ci siamo incamminati lungo il canale mentre mi diceva che era preoccupata dal fatto che, fra di noi, non funzionava l’ironia. Non è che non ridessimo (ridevamo) o che non ci capissimo (ci capivamo). Ma ogni volta che uno dei due provava a dire qualcosa di ironico non veniva capito, ed era costretto a spiegarsi o a sentirsi incompreso e distante. Alla lunga, mi diceva Elvia, questo aveva fatto sì che rinunciassimo completamente a dire ciò che correva il rischio di essere travisato.

Ci ha tenuto a specificare che non intendeva che le nostre conversazioni fossero piatte o noiose (ma non sono sicuro che non lo intendesse). Forse aveva a che fare con la barriera linguistica, o con la differenza d’età. Eppure, nonostante queste spiegazioni, aveva la sensazione che qualcosa non andasse, che questo fosse un problema o che presagisse un problema.

Non abbiamo dormito insieme, quella sera, e poi sono partito per qualche mese in Italia: prima di andarmene le ho mandato una mail con allegato «Il pallone». Ero già a Milano quando mi ha scritto che il racconto le è piaciuto molto. Non so se abbia capito.

 

 


[1]. È contenuto in Atti innaturali, pratiche innominabili, minimum fax, Roma 2005; si può leggere anche online.

Commenti
Un commento a “Dimmi due cose, Don”
  1. RobySan scrive:

    1) Barthelme, che gioia.

    2) ***

    3) No, Latronico, la mail con allegato “Il pallone” non poteva funzionare.

Aggiungi un commento