busato blues mogetti

Una donna che conta, o del gioco del posizionamento in Padania blues

di Chiara Mogetti

La pratica del posizionamento, da tempo interiorizzata e portata avanti da buona parte dei femminismi, consiste nella consapevole collocazione dell’individuo rispetto a tutti quegli elementi che, intersecandosi fra di loro, configurano uno specifico spazio sociale e producono un determinato soggetto: posizionarsi non significa spartire ed etichettare, ma riconoscere l’altro ed entrarci in relazione, consapevoli del fatto che quella relazione non è neutra né assoluta ma sempre situata. Il primo capitolo del nuovo romanzo di Nadia Busato, Padania Blues, pubblicato da SEM libri, si intitola «Dai, facciamo un gioco»: il gioco a cui la voce narrante invita i suoi lettori potrebbe intendersi come un’espansione del gioco del posizionamento. «Dai», suggerisce, facciamo che «tu sei me e io sono te». La narratrice invita a scambiarsi di posto, per capire la sua storia, il suo punto di vista, le sue ragioni.

È, questo, un gioco simile a quello proposto dalla regista Éléonore Pourriat nel suo film Non sono un uomo facile, nel quale il protagonista, dopo un’accidentale testata contro un palo, si ritrova improvvisamente in un mondo in cui i rapporti di potere tra i generi sono ribaltati. Da un momento all’altro, l’uomo si trova a doversi districare in uno spazio sociale concepito in maniera tale da deprivarlo sistematicamente di potere e legittimazione. Il film di Pourriat fa ridere, un sacco, perché è profondamente spiazzante. Grazia alla comicità, si ottiene che l’assurdità dell’ordine di genere eteronormativo, e delle relazioni che ne sono il prodotto, appaia in tutto il suo malsano splendore. Il trattamento riservato al protagonista è oltraggioso, ma ci appare tale solo perché riservato a un soggetto che, secondo le nostre aspettative, non dovrebbe subirlo. In effetti, non dovrebbe nemmeno vederlo. Ed è soprattutto dallo sguardo cieco del soggetto egemonico che nel film emerge, in tutta la sua durezza, la brutalità delle gerarchie di genere. Proprio questo sguardo mancato, però, rende forse irrealizzabile il gioco delle parti. Non basta, infatti, porre un soggetto identico a se stesso in una situazione che fino a quel momento gli è stata estranea. Non basta chiedere: cosa avresti fatto al mio posto? Se si fosse altrove, infatti, si sarebbe un altro. Sembra un gioco impossibile, il gioco del posizionamento, però è anche il gioco della letteratura e, in questo caso, si può contare sul patto con il lettore. Che a crederci almeno ci prova. Henry James, nella prefazione a Ritratto di signora, immaginava che affacciarsi a un punto di vista fosse come affacciarsi a una finestra, vedere una specifica porzione di mondo, diversa da quella a cui è possibile accedere dalle altre cento aperture della stessa casa. In questo, la narrativa si è dimostrata uno strumento prezioso, che Nadia Busato ha già usato in passato. Nel suo precedente Non sarò mai la brava moglie di nessuno, raccontava la storia di Evelyn McHale, la quale, poco più che ventenne, nel 1947 si suicidò gettandosi dall’Empire State Building. La fotografia della donna appena morta fu oggetto di una riproduzione mediatica compulsiva che non contribuì affatto a diffonderne la storia, facendone conoscere il punto di vista, ma, piuttosto, ebbe l’effetto di soffocarla. La nuova visibilità di McHale non le portò riconoscimento. La scrittrice, invece, cerca di riparare il torto restituendo la voce a un soggetto silenziato. Si tratta naturalmente di una voce immaginata, ma possiamo supporre che il riconoscimento non stia tanto nella verità quanto nella tensione verso la stessa.

La stessa operazione viene portata avanti in Padania Blues. In base alla nota dell’autrice, il romanzo prende le mosse da alcuni eventi realmente accaduti. Secondo le prime parole della narratrice, la sua storia comincia dalle «tette». Tette sgarbate, tristi, acide, irriverenti, antipatiche e imbarazzanti, tette che non sanno stare al loro posto e tette che rimettono al suo posto chi le porta, tette che è il caso di prendere in mano, come si fa con una situazione o con la propria vita. Barbie, la protagonista, si vuole rifare le tette e si spingerà ben oltre i limiti del buon senso pur di riuscirci. Tanto che, proprio all’inizio del romanzo, giace in ospedale in pessime condizioni. È, quello della chirurgia estetica, un passo necessario, nella sua convinzione, per avere successo nel mondo dello spettacolo e andarsene da una periferia lombarda opprimente e schiacciante, dove può soltanto immaginarsi prima parrucchiera e, più avanti, moglie tradita e abbandonata. Barbie è un personaggio con evidenti limiti: ha un immaginario ristretto, la sua visione del mondo è insieme cinica e ingenua, i suoi obiettivi sono apparentemente superficiali e sicuramente egoistici. La storia raccontata in Padania Blues assume i toni del grottesco e dell’esagerazione, tendendo allo stremo diversi stereotipi sul produttivismo milanese, sull’omosessualità maschile e sulla femminilità. Quella messa in scena è una visione estremamente amara dello spazio in cui i personaggi sono costretti a muoversi, strozzati da meschinità varie, egoismi e penuria di risorse. Tuttavia, Busato ci presenta un personaggio che, nella collusione con le rappresentazioni del successo diffuse nel suo ambiente, dimostra una sua propria e riconoscibile agentività. In circostanze avverse, l’adattabilità e il compromesso diventano abilità vitali e imprescindibili.

Il gioco provocatorio di Busato mi ha ricordato un’altra milanese, che calca i palchi con sempre maggiore successo in Italia e all’estero. Non ho capito l’operazione portata avanti da M¥SS KETA e dal collettivo Motel Forlanini finché, durante un suo concerto, non ho preso in considerazione la composizione del pubblico, colorato da un arcobaleno di queerness. Ho già fatto parte di un pubblico simile di venerdì sera al Muccassassina, che pure dispone di un palco. M¥SS KETA mi ha ricordato precisamente le artiste che si esibiscono durante la serata romana: la cantante è a suo modo una drag queen, una persona che performa la femminilità giocando proprio con i suoi tratti più ludici e stereotipati, portandola all’estremo e trasformandola in qualcos’altro. Le drag queen e i drag king, in questo modo, da decenni fanno e disfanno il genere, invece di essere fatti e disfatti dallo stesso. La performance del genere, soprattutto quando è provocatoria, riesce a raggiungere l’obiettivo di cambiare le regole o, più propriamente quando si parla di genere, la norma. Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia, docenti di psicologia presso l’Università di Roma La Sapienza, hanno elaborato un modello dei diversi modi possibili di simbolizzare una relazione che può tornare utile in questo contesto. La distinzione principale oppone quei casi in cui il riconoscimento dell’altro in quanto tale rende possibile uno scambio produttivo da quegli altri casi in cui, mancando quel fondamentale riconoscimento, si ricorre a diverse modalità di relazione, non funzionali e imperniate sul possesso. Le donne e le persone queer mancano di riconoscimento, come anche le persone che vivono condizioni di razzializzazione e le persone povere, vedendosi opposti sistematicamente enormi ostacoli alla propria soggettivazione. Visibilità non significa riconoscimento, laddove si è soltanto materiale delle rappresentazioni altrui. Al contrario, in questi casi la visibilità può diventare un ulteriore strumento di oggettificazione. Come comportarsi quando nonostante assertività e competenza non si ottiene in alcun modo legittimità?

Usando l’esasperazione come strategia narrativa, come accade con M¥SS KETA e con la cultura drag, Nadia Busato ci offre un’occasione per riflettere su come la proposta di Carli e Paniccia possa dimostrarsi produttiva in contesti diversi da quello psicoterapeutico – ammettendo di prendersi la libertà di riadattarla. Tra i paradigmi relazionali che entrano in gioco nei casi di riconoscimento mancato, senza addentrarsi più del necessario nel dettaglio della teoria, uno dei più interessanti, a mio parere, è quello della provocazione: questa viene descritta dagli psicologi come un tentativo di sovvertire le regole del gioco vigenti. Per quanto i due studiosi ne prendano in considerazione soprattutto gli aspetti improduttivi, se ne cogliamo la suggestione e spostiamo la disfunzionalità sul piano delle condizioni della relazione, piuttosto che sul piano della relazione stessa, ne possiamo apprezzare il valore positivo, talvolta persino rivoluzionario, certamente ri-creativo. Barbie, la protagonista di Padania Blues, conosce molto bene le regole del gioco: l’unico modo per andarsene, per una donna, è che un uomo la porti via. Conoscere le regole, però, non vuol dire accettarle. L’agentività della personaggia non è rassicurante: l’autrice non propone un arco narrativo edificante e non offre alcuna scappatoia morale, alcun significato consolatorio. Busato spinge così i lettori a confrontarsi con la realtà scomoda delle opportunità limitate e delle scelte compromissorie che diventano inevitabili se, anche solo un pochino, ci si scosta dalla norma, dalle regole del gioco, dalle aspettative di ruolo. Per alcuni soggetti qualunque scelta verrà percepita come una provocazione, per il semplice fatto che non corrisponde all’immagine – così riduttiva da diventare stereotipata – che la società si aspetta che rimandino. Il gioco del posizionamento è praticamente impossibile, ma giocarlo comunque ci costringe a rimescolare i termini della relazione. E quel rimescolamento, almeno, può diventare un germe di cambiamento. Dopotutto, per citare Paniccia e Carli, provocare è «chiamare in causa l’altro».

Aggiungi un commento