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Donne che traducono

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Tradurre è un atto politico

A ribadire con fermezza la politicità dell’atto del tradurre, è il libro Donne in traduzione (Bompiani, pp. 570, 25 euro), antologia di saggi curata da Elena Di Giovanni e Serenella Zanotti, entrambe ricercatrici e docenti di lingua e traduzione inglese.

Sfilano dentro il volume saggi dedicati alla traduzione femminista, sviluppatasi come teoria e come pratica a partire dagli anni ottanta e utile oggi a capire l’importanza del mestiere di traduttore. “La traduzione è uno degli ambiti professionali tradizionalmente riconosciuti come femminili”, scrivono le due curatrici in prefazione al libro, evidenziando come la relazione tra traduttrice donna e scrittore uomo rientri spesso in quella logica binaria “che induce a definire donne le infermiere e uomini i medici, donne gli insegnanti e uomini i professori, donne le segretarie e uomini i dirigenti d’azienda”.

Eppure la letteratura italiana ci induce a pensare che il nostro Novecento sia stato un’eccezione. A tradurre in italiano molti classici della letteratura sono stati scrittori come Cesare Pavese, Italo Calvino, Luciano Bianciardi, Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda, Beppe Fenoglio, Attilio Bertolucci, ma anche Natalia Ginsburg, Elsa Morante, Cristina Campo, Amelia Rosselli, consapevoli tutti che l’atto del tradurre è al tempo stesso un atto di devozione e uno strumento formativo e trasformativo della propria e dell’altrui scrittura.

Donne che traducono donne

A trasformare la scrittura non è soltanto la traduzione, essendo condizionate entrambe dal contesto politico e sociale in cui un libro viene scritto, tradotto e pubblicato. A dimostrarlo sono i saggi della raccolta dedicati a Clarice Lispector e Annie Ernaux, firmati rispettivamente da Rosemary Arrojo e Pascale Sardin.

È alla scrittrice e drammaturga femminista Hélène Cixous che è dovuta la fortuna dell’opera di Clarice Lispector in Francia. “Saper leggere un libro è uno stile di vita”, scrive Arrojo citando Cixous, per poi spiegare come la scrittrice francese abbia instaurato con gli scritti di Lispector qualcosa di simile a “una bella storia d’amore”.

Di bello in realtà in questa storia c’è assai poco, e più che d’amore quella tra Cixous e gli scritti di Lispector si presenta come una storia di possesso che in Francia ha fatto della scrittrice brasiliana una femminista suo malgrado. Scrive Arrojo: “Cixous ignora bellamente tutte le altre letture di Lispector, ma anche tutto ciò che nei suoi scritti non è allineabile con i principi della scrittura femminile”. E ancora: “Il suo approccio traduttivo ai testi di Lispector è radicale e trasformativo, al punto che la mela dei testi di Lispector viene trasformata in un’arancia”.

Diverso è il caso della Ernaux, che ha sempre fatto della scrittura un atto politico rivendicando il diritto di ogni donna di scrivere “sans honte”, senza vergogna. Per farlo ricorre nei suoi romanzi all’oggettivazione dell’atto sessuale e del corpo femminile, nominando ogni cosa in modo esplicito ma in assenza di genere e metafore.

Scrive Ernaux nel saggio L’écriture comme un couteau: “La scrittura è politica nella misura in cui vengono raccontate la ricerca e il lucido disvelamento di quella che è stata l’esperienza reale di una donna; in questo modo lo sguardo degli uomini sulle donne, delle donne su se stesse è soggetto a un possibile cambiamento”.

Delle sue traduzioni vengono prese in esame quelle in lingua inglese, curiosamente distanti tra loro e infedeli in misura diversa a seconda che siano state fatte prima del successo americano di Sex and the City e dei Monologhi della vagina di Eve Ensler, e dunque prudenti e parche nell’esibire la sessualità, o abusando del desiderio di trasgressione e della volgarità del dopo. Nel caso di Ernaux, come in altri casi, la traduzione si manifesta come un involontario specchio dei tempi.

Donne che traducono uomini

È sciocco pensare che le traduttrici donne debbano tradurre solo scrittrici donne, e che i traduttori uomini debbano tradurre solo scrittori uomini. La traduzione è sempre un’opera soggettiva e individuale che come la scrittura attinge per necessità a un sapere acquisito leggendo, e i libri che leggiamo sono scritti indifferentemente da uomini e da donne (non si ha notizia di qualcuno che nella vita abbia letto esclusivamente donne oppure soltanto uomini).

Traducendo ci si può sentire vicini a certi personaggi, maschili o femminili che siano, o a certe scritture, così da illudere il traduttore che certe traduzioni siano più facili di altre. La mia esperienza di traduttrice (da Charles Bukowski a Patti Smith) mi insegna che la facilità con cui si traduce è quasi sempre un inganno. La facilità nel tradurre spesso nasce da una facile empatia che rischia di trasformare il traduttore nel testo che traduce, azzerando la distanza tra la propria scrittura e quella dell’altro. E in assenza di contraddittorio, di conversazione tra il traduttore e il libro che traduce, si perde sempre qualcosa. Non bisogna arrendersi al testo che si traduce, ma sapere riconoscere quando e come fare resistenza.

Scrive in uno dei saggi della raccolta Carol Maier, traduttrice del poeta cubano Octavio Armand: “mentre diventavo una lettrice e traduttrice più forte e antagonista, la mia identificazione con il poeta diventava meno scontata e meno remissiva”. Tradurre significa smettere di identificarsi e diventare antagonisti: solo così è possibile riconoscere l’identità dell’altro senza perdere di vista noi stessi, in un corpo a corpo immaginario ma reale.

C’è una canzone scritta da Pasquale Panella per Lucio Battisti che si chiama Hegel e che ben si presta a dire che cos’è la traduzione. Canta Battisti: “Era la collisione, il primo scontro epico, perché non scritto ma cavalcato a pelo, ed ognuno esigeva la terra dell’altro, le mani, la terra, la carne, il terreno”. Scrive la studiosa e traduttrice canadese Barbara Godard in Donne in traduzione: “Per una donna amare è la stessa cosa che scrivere”. Il che è vero, ma forse lo è anche per un uomo. Ancora Lucio Battisti in Hegel: “Il punto era l’incendio”.

Istruzioni per traduttrici incendiarie

  1. Tenete sempre a mente che passerete insieme a un libro e al suo autore più ore al giorno e mesi interi, e che la traduzione sarà una convivenza. Non bisogna tradurre solo ciò che si ama o si conosce, ma è utile scegliere storie, persone e scritture interessanti: la loro vita diventerà un po’ anche la vostra.
  2. I dizionari servono a tradurre le parole, ma anche a distogliervi dalle abitudini. Le vostre parole ricorrenti non devono diventare le parole ricorrenti dell’altro. Se la parola “sinonimo” esiste c’è una ragione, ed è comunque bello cambiare abitudini. Insieme ai sinonimi, cercate sempre le immagini di tutto: è più facile tradurre la descrizione di un paesaggio se quel paesaggio lo guardate con i vostri occhi.
  3. Tenete un diario delle vostre traduzioni. Spostate lì riflessioni a margine e auspicabili eccessi di autonomia e creatività rispetto al testo, dialogate con voi stesse della traduzione in atto, fatevi delle domande e trovate le risposte, e soprattutto annotate ogni scoperta: una parola, un giro di frase, un pensiero assente nel testo ma scaturito dal testo in futuro potranno rivelarsi utili. Soprattutto, considerate l’infedeltà salvezza e mai tradimento.
È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
Un commento a “Donne che traducono”
  1. Paolo scrive:

    Bellissima trattazione su aspetti forse ancora poco noti riguardo le “donne che traducono”!

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