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Donne, madri, dee: la mostra al museo archeologico di Udine

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Fino al 22 Aprile al Museo Archeologico di Udine, situato nel Castello di gaddiana memoria, c’è una mostra straordinaria (purtroppo non pubblicizzata a dovere): Donne, Madri, Dee, esposizione di grande rilevanza scientifica e antropologica sul culto paleolitico della Grande Madre.

Una galleria di immagini e suggestioni che segue l’evoluzione del culto del Sacro Femminino nell’arco di 40.000 anni, dalla Venere di Savignano all’Arte Contemporanea.

Come riportato nella interessante intervista di Francesca Bianchi alla conservatrice del Museo Archeologico di Udine (e curatrice della mostra assieme a Fabio Martini e Lucia Sarti), la Dr.ssa Paola Visentini: “Il percorso si sviluppa a partire dalle prime produzioni figurative femminili. Si apre, infatti, con uno degli oggetti più rappresentativi del Paleolitico italiano, la Venere di Savignano, datata a 25.000 anni fa. Questo unico e raro reperto è un’occasione per riflettere sulla figura femminile rappresentata dai primi cacciatori-raccoglitori (40.000-10.000 anni fa), attraverso i diversi schemi formali e i significati di un repertorio che raccoglie meno di cento esemplari tra Europa e aree contermini”.

Si tratta di reperti contemporanei, se non antecedenti, alla celebre Venere di Willendorf (rinvenuta nel 1908 dall’archeologo Josef Szombathy e attualmente esposta al Naturhistorisches Museum di Vienna) , la statuetta di 11 cm considerata primo capolavoro della storia della scultura, in grado di cambiare la percezione storica dei culti religiosi nel paleolitico.

Importanti contributi riguardano la presenza di culti femminili nel Neolitico in Italia, Slovenia, Croazia, Ucraina, Serbia e Macedonia.

La mostra è allestita con apprezzabile sobrietà, ma nel contempo offre utili supporti tecnologici che creano un vero e proprio percorso multisensoriale;  l’allestimento è in linea con la progettazione universale Design for All e di conseguenza utilizza accorgimenti intelligenti per facilitare la comprensione dei contenuti, quali l’esplorazione tattile, suggerimenti sonori e visuali, visioni multimediali in 3D.

Del resto, l’evento rappresenta il lancio del progetto europeo COME-IN!,volto a rendere facilmente accessibili i musei anche a persone diversamente abili.

Oltre alla grande importanza scientifica che le opere esposte rivestono a livello di storia delle religioni e di riflessione antropologica, la mostra è occasione di profonda e toccante riflessione su uno dei temi cardine della ricerca esoterica occidentale e orientale.

Celebre è la definizione junghiana dell’archetipo della Grande Madre: “La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile”.

Un filo d’oro, occulto e luminoso, che ha attraversato culture di ogni latitudine ed epoca.

Dalle radici nobili delle tradizioni egizie e induiste e, in seguito, greche (dal culto di Iside a quello di Durga a quello di Atena), nonostante le teologie ufficiali delle religioni monoteistiche neghino l’aspetto femminile di Dio, non solo la devozione popolare (si pensi al culto di Maria nel Cristianesimo o di Fatima nell’Islam) e la mistica (pensiamo alla Shekinah dei cabalisti, Sposa dello Shabbat ed epifania di Dio, oppure alle litanie lauretane sovapponibili negli attributi della Vergine ai nomi della Devi in India o alle preghiere egizie a Iside) ma anche grandi artisti in qualche modo iniziati (da Leonardo a Botticelli, da Piero della Francesca a William Blake) hanno sempre riconosciuto la Madre come manifestazione del Divino.

La mostra è oro per tutti coloro che sulle orme di Carl Gustav Jung, Erich Neumann, Robert Graves, Marija Gimbutas sono alla ricerca dell’Eterno Femminino, come lo definì Goethe nel coro finale del Faust: “Tutto ciò che passa non è che un simbolo, l’imperfetto qui si completa, l’ineffabile è qui realtà, l’eterno femminino (Ewigweibliche) ci attira in alto accanto a sé”.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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