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“Don’t forget Sarajevo!”- La Bosnia vent’anni dopo

Pubblichiamo un articolo di Massimo Vita sulla Bosnia  uscito nell’ultimo numero della rivista «Il Reportage»

Testo e foto di Massimo Vita

Sono passati vent’anni da quel 6 aprile 1992. Vent’anni dall’inizio dell’assedio di Sarajevo e dall’inizio di una delle più atroci guerre europee dal dopoguerra ad oggi. La Bosnia mi accoglie a braccia aperte, con la gentilezza innata dei suoi abitanti, con la voglia di contatto umano, con la voglia di tornare a una normalità che sembra ancora lontana. Si respira aria di primavera a Sarajevo e in tutta la Bosnia, anche se marzo e aprile sono i mesi in cui il freddo balcanico non ha ancora abbandonato il Paese, gli sbalzi di temperatura tra giorno e notte sono notevoli e ogni tanto la neve regala qualche bianco momento anche nelle città.

Sarajevo sembra aver lasciato alle spalle gli orrori della guerra, non le ferite, ancora visibili. La chiamano, ma forse è meglio dire la chiamavano, la Gerusalemme dell’Est, crogiuolo di fedi, di culture e di etnie. L’accoglienza e l’incontro sono stati gli emblemi di questa città in cui si visse serenamente fino alla follia degli anni Novanta. Si respira aria di primavera a Sarajevo, la città, ma tutto il Paese in generale ha voglia di rinascere.

Dont forget! recitano i messaggi durante le commemorazioni che nel corso degli anni si sono succedute a Srebrenica, a Sarajevo e in generale in tutta la Bosnia. Dont forget! La stessa frase di un vecchio maestro palestinese che diceva che per risolvere il conflitto israelo-palestinese, o forse, anche solo per mitigarlo c’era da mettere da parte, di lato, la memoria e andare avanti cercando le soluzioni non violente, ma senza dimenticare. Dont forget! E forse è proprio questo che sta facendo la Bosnia, andare avanti senza dimenticare, o meglio, cercare di andare avanti, anche se con grandi incertezze. La crisi economica internazionale sta ferendo nuovamente questo Paese, la disoccupazione sfiora il 30 per cento, la transizione economica che è stata bloccata dalla guerra, stenta a riprendere, tuttavia i problemi principali credo siano ancora quelli della giustizia e delle responsabilità della guerra. Ma la gente ha voglia di incontro, di dialogo, di comunicare, forse alla ricerca di quell’umanità che per troppo tempo è stata bandita e disumanizzata.

La ricerca dell’incontro, l’ospitalità e l’accoglienza sono tre elementi che spiccano nei bosniaci, in quell’umanità tanto ferita, l’umanità custode del perdono, di quell’atto di generosità che induce all’annullamento di qualsiasi desiderio di vendetta, di rivalsa e di punizione. Questo è secondo me il percorso della Bosnia di oggi, la ricerca del perdono senza dimenticare. Ma il perdono appartiene alla sfera più intima dell’uomo, lo si cerca nella propria anima e credo sia un processo così intimo che spetta ad ogni singola persona elaborarlo. Dopo aver visto tante lapidi di tanti giovani uccisi in quei maledetti anni, non si può non pensare al perdono.

Andando verso nord da Sarajevo, direzione Bihac (importante centro della resistenza partigiana durante la seconda guerra mondiale e sede della prima sessione del Consiglio antifascista di Liberazione popolare della Jugoslavia nel quale si proclamò il sostegno alla democrazia, l’inviolabilità della proprietà privata, la libertà dell’iniziativa economica, e in particolare, il rispetto dei diritti delle minoranze etniche) si passa di fianco a tante, troppe, case distrutte e abbandonate. Abbandonate o tristi tombe familiari. L’abbandono è un altro elemento caratteristico bosniaco, molte persone hanno abbandonato il Paese, in un’ennesima diaspora, quella bosniaca, alla ricerca di una nuova vita. Per giungere sino all’abbandono si deve aver coraggio, oppure nulla più da perdere, ma più di ogni altra cosa si deve essere disperati. Si è abbandonato molto in Bosnia, case, stabilimenti industriali, istituti scolastici e tutti sono invecchiati precocemente e rimangono la triste memoria di un passato tutt’ora presente. Nei racconti dei tempi di guerra dei sarajevesi è cruciale la difficile scelta di andare via o restare, e restare era sinonimo di resistenza. Una scelta, spesso fatta a metà, magari mandando i figli altrove nella ricerca di una vita più serena e di una educazione lontana dagli orrori della guerra, e allo stesso tempo restare e resistere a Sarajevo.

La guerra per molti sembra essere solamente uno spartiacque, spesso si fa riferimento alla guerra semplicemente per dire “prima” o “dopo” la guerra, le ferite oltre ad essere esteriori sono anche interiori e probabilmente lo shock per aver partecipato più o meno attivamente agli scontri, per una fazione piuttosto che l’altra sembra non aver abbandonato ancora del tutto l’umanità delle persone e probabilmente non l’abbandonerà mai.

Le lapidi dei tanti, troppi, cimiteri bosniaci, gridano giustizia, gridano verità e forse, chissà, invocano la ricerca del perdono. Quelle lapidi parlano di tanti giovani e sono bagnate dalle lacrime delle madri sopravvissute ai loro figli. Da quelle steli emergono con forza le date in bianco che recitano gli anni delle morti, 1992, 1993, 1994, 1995 a Sarajevo, oltre 11mila morti; il 1995 a Srebrenica, 8.732 morti (per una guerra che secondo l’International criminal tribunal for the former Yugoslavia ha mietuto oltre 100mila vittime). Quelle donne, quelle madri, nonostante tutto continuano a vivere, ad andare avanti. A Srebrenica si sono unite in un’associazione, Women of Srebrenica ed il parallelismo con le Abuelas de Plaza de Mayo di Buenos Aires è oltremodo intenso. La compostezza, la grazia e per ultime le lacrime di queste donne gridano al mondo di non dimenticare, di non essere lasciate sole. Tutto sembra scorrere, la vita va avanti come si dice in questi casi, tra passato, presente e un futuro ancora sfocato, con i drammi umani che invocano ancora giustizia.

Times of Misfortune recitano le pubblicità delle agenzie turistiche per i tour cittadini a Sarajevo. Ma la frase potrebbe essere estesa a tutta la Bosnia. Misfortune of Sarajevo, la visita al museo del Tunnel che ha permesso a Sarajevo di sopravvivere durante l’assedio, lascia senza fiato, non tanto per l’opera in sé, che comunque dovrà essere stata estenuante, ma quanto per la determinazione che i sarajevesi hanno messo nella loro resistenza.  I viveri, le medicine e le armi provenivano dalle colline controllate dai bosniaci, tagliavano la pista dell’aeroporto, grazie al tunnel, ed entravano in città. Questa è stata la resistenza di Sarajevo, la resistenza durante gli oltre tre anni di assedio, senza elettricità con i colpi di mortaio che risuonavano tutto il giorno e tutta la notte, con i prezzi dei beni di prima necessità che salivano alle stelle e con la morte che era diventata una compagna quotidiana. Ci si faceva vicini, gli uni agli altri e si creavano quelle speciali relazioni umane che ti fanno andare avanti nonostante tutto.

Misfortune of Srebrenica. Tutto sembra essere rimasto come in quel maledetto luglio del 1995, quando dall’11 al 22 furono uccisi 8.372 uomini. Tutto sembra, appunto sembra, essere rimasto come in quel maledetto mese, di quel maledetto anno. Ma qualcosa è cambiato, sulla strada che da Bratunac porta a Srebrenica, a pochi chilometri da quest’ultima cittadina diventata sinonimo di orrore, da una decina d’anni sorge il cimitero memoriale in ricordo di quello che è stato il primo genocidio in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Di fronte alla fabbrica di batterie dove sono stati separati gli uomini dalle donne sotto gli occhi del contingente Onu (gli olandesi del Dutchbat, in quella che doveva essere un’operazione di peacekeeping) che non ha fatto nulla per evitare la successiva esecuzione di massa degli uomini. I giustizieri dell’epoca hanno preso tutte le misure del caso, rimescolando le fosse comuni e trasferendo i resti degli uomini (non voglio chiamarli corpi, perché prima di tutto si è uomini) in differenti fosse comuni. Il riconoscimento, quindi, è oltremodo lento e non si ha la certezza che tutte le fosse comuni siano state ritrovate. Il perdono qui a Srebrenica sembra essere ancora lontano, recita una preghiera islamica che svetta sulle tombe: “Possa la vendetta mutarsi in giustizia, possano le lacrime delle nostre madri diventare preghiera: mai più Srebrenica!”

Misfortune of Mostar. Ivo Andric nel suo capolavoro “Il ponte sulla Drina” che narra molti anni di storia bosniaca, parla della vita sul ponte, degli incontri, delle attese, delle attività di mercanti e faccendieri, di uomini, donne e bambini, di briganti e di cavalieri, narra come il ponte fosse il filo conduttore, il punto d’incontro. In Bosnia di ponti ce ne sono tanti, il più famoso è lo stari most, il ponte vecchio, quello di Mostar ricostruito dopo la guerra che qui è stata ancor più complicata (se in un primo momento i combattimenti erano tra serbi e i cittadini di Mostar – i croati d’Erzegovina e i mussulmani bosniaci – successivamente, allontanati i serbi è cominciata una lotta fratricida per il controllo della città tra i croati e i mussulmani che ha “ferito” ancor più crudelmente la città e i suoi abitanti). Il 9 novembre del 1993, per opera di un mortaio croato lo stari most, costruito quasi 500 anni prima è stato distrutto. Quella lacerazione appare visibile tutt’ora, se infatti il ponte è stato ricostruito utilizzando le stesse pietre (estratte nuovamente dalla stessa cava) e le stesse tecniche di costruzione, la composizione della città è cambiata radicalmente. Se prima della guerra a Mostar (una delle città simbolo di questo conflitto) si viveva pacificamente gli uni accanto agli altri, oggi risulta etnicamente divisa lungo le sponde del fiume Neretva: i croati vivono a ovest, i musulmani a est. Dai ponti che uniscono ai ponti che separano, di per sé il concetto di ponte non appartiene a quella fenomenologia di immagini rappresentative della separazione, ma qui a Mostar sembra sia così, quanto poi sia radicata fino in fondo questa separazione o se sia stata solamente la mera contaminazione o un “lascito” della guerra, sta agli animi dei cittadini dirlo.

Da Srebrenica a Mostar dalla Repubblica Srpska (l’entità serba della Bosnia) alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina, dai cartelloni pubblicitari delle agenzie di scommesse con frontman Dejan Stankovic, giocatore di calcio serbo, a quelli con Edin Dzeko, giocatore bosniaco, tutto sotto lo stesso cielo della Bosnia. Dalla frontiera con la Serbia a quella con la Croazia, passando per il cuore di questo meraviglioso Paese che fa fatica a riprendersi, di domande ne sorgono tante, sulla guerra, sulla violenza, sull’odio. Ma anche di speranza, perché un paese ancor prima che di politica e di religione è fatto di persone, e di umanità, e l’umanità è più forte di tutto. Non si può non amare questa Bosnia e aborrire la guerra che l’ha devastata e tantomeno non fare delle riflessioni sulla situazione politica, sociale ed economica. Le “due scuole sotto lo stesso tetto” (due diverse istituzioni scolastiche, nello stesso edificio, che seguono due programmi di studio differenti a seconda della etnia degli studenti) non possono non far nascere tanti dubbi e preoccupazioni, e rimandare al grande sogno del panslavismo dal quale nacque la Jugoslavia nell’eguaglianza e nel rispetto dei popoli slavi del sud. La manifestazione degli ex soldati, che si sono combattuti in quella maledetta guerra e che in questi giorni si sono ritrovati insieme, davanti al Parlamento, contro il taglio delle loro pensioni, non può non far nascere una speranza, anche se si può pensare solamente ad una mera comunione d’interessi economici. Questi sono due esempi, tra passato e presente, i problemi purtroppo restano tanti, acutizzati da questo particolare momento economico. Sarebbe il caso di ripensare lo schema politico avallato durante gli accordi di Dayton del 1995 (che sancivano la fine della guerra). Tante, troppe domande per un Paese che ha ancora troppe ferite. E forse poche per una comunità internazionale che probabilmente si sente ancora colpevole.

Bosnia, che la gentilezza della tua popolazione sia più forte delle divisioni, che l’amore della tua gente sia più forte dei nazionalismi. Che il futuro sia verde speranza, come il colore dei tuoi fiumi. Che il detto mapuche “La terra non l’ereditiamo dai nostri padri, ma l’abbiamo in prestito dai nostri figli” abbia il doppio valore del rispetto della natura ma anche del rispetto dei popoli. Ed il rispetto nasce dalla verità e dalla giustizia, e come diceva una donna, madre e moglie, di Srebrenica: “Finché la verità non sarà sancita con la giustizia noi difficilmente potremo guardare al futuro”.

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Un commento a ““Don’t forget Sarajevo!”- La Bosnia vent’anni dopo”
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  1. […] Qui il reportage di un collega sul 20° anniversario dall’inizio dell’assedio di Sarajevo e dalla strage di Srebrenica. […]



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