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Dopo Oslo: Il nuovo paradigma

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di Mark A. LeVine e Paola Caridi

Ci sono luoghi ammantati di mito, a Gerusalemme. Anche quando a risuonare, nella memoria, non sono solo i suoni della sua lunga, plurimillenaria Storia, ma le parole del suo travagliato percorso contemporaneo. C’è anche una stanza d’albergo, tra questi luoghi, che evoca la più cocente delusione dell’ultimo quarto di secolo. È la stanza numero 16 dell’American Colony, una di quelle che si affaccia nel piccolo cortile (ora ristorante) di uno degli hotel più affascinanti del Medio Oriente. Venticinque anni fa, alla vigilia delle elezioni che riportarono al governo di Israele il Partito Laburista (e Ytzhak Rabin premier), due uomini si incontrarono in segreto nella stanza numero 16 attraverso una mediazione scandinava. Erano Yossi Beilin, uno scienziato politico israeliano, poi divenuto protagonista del pacifismo nazionale, e Feisal al Husseini, il più rispettato politico palestinese di Gerusalemme, l’erede di una famiglia che aveva impresso la sua orma nella storia della città.

La diplomazia parallela norvegese viene fatta partire da quell’incontro nel cuore di Gerusalemme est, anche se il lavorio dei mediatori, da quel giorno di giugno 1992, non sarebbe stato né semplice né foriero di risultati immediati. Il mito, però, ha bisogno di segni che possano fornirci la peculiarità di alcuni avvenimenti. E peculiare, nel conflitto israelo-palestinese, è stato il processo di pace passato alla storia come il processo di Oslo. Peculiare a partire da quella stessa parola, ‘processo’, che indica un percorso, e non un semplice accordo.

Un quarto di secolo dopo quel faccia a faccia tra Beilin e Husseini, è proprio la parola ‘processo’ a essere sul banco degli imputati. Perché la scelta di costruire la fiducia reciproca attraverso passi graduali e accordi parziali ha decretato proprio il fallimento del ‘processo’. Un vizio d’origine, dunque, è quello che in molti, oggi, considerano la ragione per quale la pace di Oslo è morta.

La pace di Oslo non ha, infatti, raggiunto nessuno dei risultati immaginati. Non c’è la pace, anzitutto. In Israele e Palestina c’è piuttosto un congelamento dello scontro a tutto campo. Perdura, invece, un conflitto considerato dalla comunità internazionale a bassa o bassissima intensità. Uno di quei conflitti asimmetrici, insomma, che non fa notizia perché è un conflitto della quotidianità, dei dettagli, dell’esistenza degli individui. Un conflitto crudele, senza neanche la visibilità mediatica. Il conflitto in corso parla di territori palestinesi – Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme est – occupati da 50 anni esatti. Parla di colonie illegali israeliane costruite in Cisgiordania e Gerusalemme est, dove ora vivono 600 mila cittadini di Israele. Si tratta di vere e proprie città israeliane nel cuore della Palestina che sconvolgono la vita quotidiana, il lavoro, la mobilità, l’accesso all’acqua e alle proprietà agricole, l’istruzione, la stessa esistenza dei palestinesi. Il conflitto in corso parla di un piccolo territorio stretto tra Israele ed Egitto, Gaza, in cui vivono circa due milioni di palestinesi senza alcuna possibilità di uscire dai confini della Striscia, e di condurre una vita degna di questo nome.

Oslo, dunque, non ha portato la pace tra Israele e Palestina. Non ha neanche messo nero su bianco un accordo finale, rinviando a data da destinarsi le questioni più difficili del negoziato: il ritorno dei profughi palestinesi nella Palestina storica da cui sono stati espulsi nella guerra del 1948, e la configurazione di Gerusalemme, sulla carta capitale israeliana e capitale palestinese.

Se la soluzione dei due Stati, così come immaginata dai protagonisti del processo di pace, è ora un piano irrealizzabile, cosa proporre in alternativa? Il nodo di fondo, infatti, è che Oslo non è stata sostituita da un paradigma altrettanto forte che dia ai due contendenti, israeliani e palestinesi, pari dignità nei negoziati. Pari dignità nella forma e nei fatti. L’idea dei due Stati è stata infatti sostituita dalla realtà di “uno Stato”, così come paventato dal più grande diplomatico israeliano, Abba Eban, appena cinque giorni dopo la fine della guerra del 1967. La situazione, diceva, avrebbe prodotto un solo risultato: la presenza di “due popolazioni, una delle quali avrebbe avuto tutti i diritti civili, e un’altra che li avrebbe visti totalmente negati”.

Si può definire la situazione nel modo in cui si vuole, il nodo di fondo è che la realtà di oggi è insostenibile e indifendibile.

Qualcosa, in altre ‘stanze numero 16’, si è comunque mosso in questo ultimo decennio, dentro e fuori i confini di Israele/Palestina. Con una differenza: a lavorare su un’alternativa al paradigma di Oslo sono stati non emissari di governi, bensì attori politici e intellettuali quasi sempre lontani da quella che, nel corso dell’ultimo quarto di secolo, è stata etichettata come l’industria della pace.  Studiosi, attivisti, politici israeliani e palestinesi, assieme ai loro colleghi internazionali, hanno cercato di costruire un sistema istituzionale che potesse funzionare in una realtà del tutto diversa dal 1948, dal 1967, dal 1992. Un altro paradigma, insomma, dopo il fallimento del precedente.

C’è chi lo ha chiamato, per esempio, ‘Stati paralleli’. Altri lo hanno battezzato ‘Una Terra, due Stati’. Tutte queste idee sono unite da una constatazione: il futuro di Israele/Palestina è quello di un destino condiviso. Non di un destino separato. Nessuno dei due popoli abbandonerà la terra a cui appartiene. E allora? Allora il nuovo paradigma dice una cosa chiara: occorre consentire a entrambi i popoli, israeliano e palestinese, libero accesso su tutto il territorio che va dal Mediterraneo al fiume Giordano, assicurando allo stesso tempo strutture politiche che possano proteggere gli interessi e le identità dal punto di vista politico, economico, di sicurezza, statuale. È la conditio sine qua non di ogni possibile pace duratura.

Si tratta, com’è evidente, di una prospettiva completamente diversa da quella alla quale siamo stati abituati nel quarto di secolo della pace possibile, benedetta dall’allora giovane presidente Bill Clinton nel Giardino delle Rose nel settembre 1993. La pace della soluzione dei Due Stati parla di una separazione. Di un ‘divorzio consensuale’, come lo ha definito in molte occasioni Amos Oz. Quando una coppia si separa – questa la sintesi del suo discorso –, i due coniugi si spartiscono il patrimonio. A uno andrà la cucina. All’altra la camera da letto. Nei fatti, la convivenza da ‘separati in casa’ non funziona. Può funzionare, invece, se la casa coniugale rimane un luogo comune, un luogo che appartiene a entrambi. Una casa in cui uno riconosca all’altra lo stesso attaccamento, lo stesso amore per uno spazio di cui entrambi sono eredi.

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Oslo ha rappresentato il simbolo estremo del compromesso e del pragmatismo, ed era destinato a fallire. È il caso, a questo punto, di tornare ai principi. È finito il tempo in cui il conflitto israelo-palestinese può essere risolto solo stigmatizzandolo come “occupazione”. Finito è anche il tempo in cui si può usare solo il diritto umanitario internazionale, la difesa legale dei diritti umani per criticare l’occupazione: nessuno di questi strumenti è riuscito a modificare i comportamenti degli israeliani e dei palestinesi. La domanda cruciale che ci dobbiamo porre è la seguente:  come dare tutti i diritti (di cui ogni individuo su questo pianeta è depositario) a tutti gli abitanti che vivono tra il Mediterraneo e il fiume Giordano. Gli israeliani e i palestinesi che abitano questo territorio vivono ormai in una realtà che è, nei fatti, composta di un solo Stato. Lo stato israeliano di cui sono cittadini coloro che vivono in Israele e nelle colonie in Cisgiordania, e in cui i palestinesi sono persone sotto regime di occupazione, militare e civile.

Sino a oggi, stiamo considerando questo conflitto attraverso le lenti della sovranità derivata da categorie risalenti a Westfalia. Esiste sinora, per tutti noi, una relazione diretta tra i cittadini, il territorio e lo Stato in cui si vive. È tempo, invece, di comprendere come possano coesistere i diversi livelli della sovranità, così come succede – per fare un esempio vicino e comprensibile – nell’Unione Europea. E assicurare, nel contempo, il massimo livello di diritti politici, civili, culturali sia agli israeliani ebrei sia agli arabi palestinesi, senza nessun riguardo per il luogo in cui vivono all’interno di una terra che dovremo, ormai, chiamare in altro modo. Non più Israele o Palestina, bensì Israele/Palestina.

Gerusalemme, in questo senso, è la perfetta rappresentazione di una realtà già consolidata. Gerusalemme non può più essere divisa tra una capitale israeliana e una capitale palestinese. Gerusalemme non può scindersi in due città. Nella sua storia, Gerusalemme è sempre stata una. Una città. Un organismo. Deve diventare, invece, una Gerusalemme condivisa, senza occupanti e occupati, amministrata dai suoi abitanti, israeliani e palestinesi.

Un paradigma di questo tipo è già stato accusato non tanto e non solo di eresia, quanto di utopia. La risposta è nei fatti sul terreno: il pragmatismo di Oslo, che ha concesso quanto poteva concedere alla legge del più forte, non ha portato la pace a Gerusalemme. Non ha portato neanche la normalizzazione. È ora di tornare ai principi, al riconoscimento reciproco e ai diritti inalienabili.

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Mark LeVine, Professore di Storia a UC Irvine, Distinguished Visiting Professor presso il Center for Middle Eastern Studies at Lund University in Svezia e, nel 2017, Fullbright Fellow presso l’Università di Bologna. Autore e curatore di dodici libri, tra cui Rock the Casbah. I giovani musulmani e la cultura pop occidentale (i Libri di Isbn/Guidemiozzi, 2010, orig. Heavy Methal Islam, Random House, 2008), La pace impossibile. Israele/Palestina dal 1989 (EDT, 2009); Struggle and Survival in Palestine/Israel (UC Press 2013), The Five Year Old Who Toppled a Pharaoh (UC Press, forthcoming), The Occupation at 50: Confronting the Past, Reimagining the Future (UC Press, forthcoming), e Art at the Edge: Creativity and Conflict in the Middle East and Africa. Senior columnist per al-Jazeera English e Contributing Editor per Tikkun magazine.

Paola Caridi

Giornalista e storica. Dal 2001 al 2003 è stata corrispondente dal Cairo sui fatti del mondo arabo. Per i successivi dieci anni ha vissuto e lavorato a Gerusalemme. Nel 2007 ha scritto, per Feltrinelli, Arabi Invisibili. Con la stessa casa editrice ha pubblicato anche, nel 2009, Hamas, poi uscito in edizione aggiornata e ampliata negli Stati Uniti nel 2012.  Nel 2013 ha pubblicato il libro Gerusalemme senza Dio, sempre per Feltrinelli, appena pubblicato in inglese dalla American University in Cairo Press. Insegna Storia delle Relazioni Internazionali all’università di Palermo. Ha un blog: invisiblearabs.com

Commenti
2 Commenti a “Dopo Oslo: Il nuovo paradigma”
  1. Nahum scrive:

    L’articolo e’ interessante. Ma vedo che gli autori sono una signora che ha viussuto nella Gerusalemme araba ed un professore che insegna in USA. Nessun ebreo israeliano. E’ una scelta?

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