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Il doppio sogno di Arthur Schnitzler

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di Virginia Fattori

Arthur Schnitzler abbozza Doppio sogno, traduzione ultima del titolo originale Traumnovelle, nel 1907 per iniziare a scriverlo compiutamente tra il 1921 e 1925, infine, Fridolin e Albertine verranno presentati al pubblico per la prima volta dalla casa editrice S. Fischer Verlag nel 1926. In questo romanzo l’autore affronta il percorso della psiche umana tra le contraddizioni sociali e i doveri morali dell’individuo della prima metà del Novecento. La storia dei due protagonisti svela  le ombre e le trasgressioni autobiografiche di Schnitzler, prima studente di medicina, poi professionista laringoiatra che già dall’età di diciassette anni annotava su un diario le sue passionali storie sessuali.

Nello stesso anno di pubblicazione dell’opera a Londra i primi semafori automatici entrano in funzione, in America Walt Disney dà vita a Topolino, mentre Berlino e Unione Sovietica fanno pace e sottoscrivono un patto di neutralità e amicizia. Un’ epoca di modernità che aggiunge un posto a tavola alla fantasia, all’intrattenimento e alla creatività. Il decadentismo viennese in cui si inserisce Schnizler impara a conoscere il moderno significato del compromesso che lo circonda geograficamente e politicamente, e lì l’autore lo tramanda ai suoi personaggi.

Là dove Freud viene già considerato il padre della psicanalisi e molti scrittori a lui contemporanei acquisiscono nuove prospettive rispetto la caratterizzazione dei propri personaggi, Arthur Schnitzler, modellando i propri, guarda alla psicanalisi con freddezza, distaccandosi da Freud nella pervadente presenza della sessualità come giustificazione a quelli che invece l’autore considera semplici impulsi umani tipici del fardello morale borghese.

Fridolin, professione medico, sente spesso «una leggera compassione per se stesso»; Albertine, professione “signora bene”, sfida il pregiudizio sociale e si fa antagonista morale delle mogli borghesi descritte da Ibsen (ricordiamoci la moglie-bambina) sguainando un’imprevista e affilata spada di Damocle sopra le teste patriarcali che la vogliono vittima. I due hanno una figlia, «la bambina», di poca presenza narrativa. Fridolin ama Albertine nel senso più romantico del tempo, e Albertine ricambia lo stesso amore. Albertine sogna ad occhi chiusi, Fridolin sogna ad occhi aperti, i due nei pochi giorni in cui si svolge la vicenda si perdono tra desideri sessuali fedifraghi.

«cominciai a sollevarmi in aria, anche tu volavi; ma improvvisamente non ci vedevamo più, lo sapevo: ci eravamo perduti.»

Poi, senza alcun bisogno di un deus ex machina, si ritrovano.

In Doppio sogno, come in quasi tutte le opere dell’autore, le fila del racconto sono tirate dai singoli personaggi che attraverso monologhi interiori  prendono decisioni e strade che l’autore sembra solo riportare asetticamente. Sebbene Schnitzler non sembri apportare nulla di nuovo all’ondata narrativa di molti suoi predecessori e contemporanei (pensiamo al “flusso di coscienza” joyciano), in realtà, a seguito di una più puntuale lettura, si nota come la ricchezza narrativa di Doppio sogno riesca a sbocciare nel “medioconscio”, una tecnica narrativa essenziale nell’esprimere la contraddizione borghese del primo Novecento, tra quel che è e ciò che dovrebbe essere.

Uno spazio fisico, mentale e narrativo fluido in grado di far esprimere il conscio, l’inconscio e il semiconscio contemporaneamente; in poche parole un dialogo indiretto tra sé, dove Fridolin si fa protagonista e al contempo narratore onnisciente, un narratore omodiegetico che sviscera attraverso la storia di un unico individuo la borghesia europea nei suoi più bassi istinti.

Schnitzler attua una vera e propria trasposizione dell’oggettivo in soggettivo, sull’onda della modernità anche l’espressività linguistica dell’autore entra nella contemporaneità del lettore, lo stile indiretto è libero e liberatorio, è il “luogo” dove riescono a relazionarsi due o più forme di discorso. Il personaggio diventa “vivo” e grazie a questo stratagemma si pone un paradosso: se il lettore riesce a provare empatia nei confronti del personaggio (pensiamo alla compassione che si prova nel vedere il dilemma interiore di Fridolin), contemporaneamente le tempistiche narrative lo “oggettivano” ai nostri occhi. In questo suggestivo gioco letterario il lettore si trova a dover fronteggiare sia una crisi di identità sociale (per l’uomo del nuovo secolo), sia una crisi temporale narrativa, immerso nel turbinio di sogno e realtà che fino all’ultimo si stenta a riconoscere.

L’opera nasce nella mente di Schnitzler nei primissimi del Novecento, l’istituzione familiare cambia e da famiglia operaia si trasforma in famiglia borghese, i genitori diventano più affettuosi, i giovani imparano a conoscere il romanticismo e si sposano spinti da un sincero affetto. Durante questa nuova presa di coscienza dei rapporti relazionali (amorosi e amicali) la morale statale e religiosa interviene come unica forza in tutto il territorio europeo. Vengono implicitamente assegnati dei ruoli ai componenti della famiglia i cui doveri e diritti devono essere rispettati nei limiti considerati “sessualmente caratterizzanti”.

Qui, in questo preciso momento, si innesta la necessità di Schitzler, consapevole o meno, di mettere in discussione la maschera borghese di cui Fridolin prende coscienza « Soltanto per le scale […] tutto quell’ordine, quell’armonia, quella sicurezza della sua esistenza non erano che apparenza e menzogna». Una maschera che diventerà un elemento semiotico fondamentale durante tutta la narrazione del romanzo segnando le cesure di presa coscienza dei singoli personaggi e assumendo contemporaneamente un ruolo significativo, soprattutto per il lettore, di seguire la crescita e le regressioni dei due coniugi.

Schnitlzer regala comunque un lieto fine, l’agnizione finale che riesce a risolvere l’angoscia che nasce da «certi strani casi clinici […] delle cosiddette doppie esistenze: un uomo spariva improvvisamente dalla vita normale, veniva dato per disperso, ritornava dopo mesi, dopo anni, senza ricordare dove era stato tutto quel tempo, finchè in seguito qualcuno con cui s’era incontrato da qualche parte in un paese lontano lo riconosceva…»

Nel dibattito pubblico odierno la letteratura aiuta, attraverso la conoscenza dell’altro, a conoscere se stessi, le dinamiche quotidiane che stimolano e limitano al contempo. Questo romanzo risulta per noi attuale nella visione sociale e morale del compromesso coniugale tra realtà e finzione, tra benessere e insoddisfazione, senza scadere in uno stucchevole sentimentalismo ci offre gli strumenti culturali per vivere il nostro tempo con maggiore consapevolezza dei rapporti e del giudizio incombente che la società pone su di essi.

Commenti
Un commento a “Il doppio sogno di Arthur Schnitzler”
  1. BestTabitha scrive:

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