dorothy allison la bastarda della carolina

Dorothy Allison racconta “La bastarda della Carolina”

dorothy allison la bastarda della carolina

Giovedì 22 febbraio arriva in libreria per minimum fax La bastarda della Carolina di Dorothy Allison, tradotto da Sara Bilotti. Pubblichiamo la postfazione dell’autrice ringraziando l’editore. (Immagine: Dorothea Lange, Child and Her Mother)

di Dorothy Allison

«Lei ha raccontato la mia storia», mi disse l’uomo con il logo della Peterbilt sul berretto. Aveva un’espressione severa, la pelle spenta e segnata, gli occhi erano neri e duri sotto la visiera.
«Oh. Mi dispiace». L’uomo annuì. «Volevo che lo sapesse», disse. «Ha dato un senso a tutto quello che non aveva senso».
Inspirai più lentamente che potevo, cercando di pensare a cosa dire.
Lui allungò le mani per stringere le mie. Annuì ancora, due volte, come se potesse comunicarmi qualcosa solo in quel modo. Strinse forte le mie mani. Quando le lasciò andare, vacillai. Poi si allontanò. Volevo richiamarlo, ma così facendo avrei attirato l’attenzione su entrambi, e quell’uomo aveva esitato tanto prima di venire a parlarmi. C’era parecchia gente che girovagava nella palestra, quella sera, per l’incontro organizzato dal comune, probabilmente tra loro c’erano anche i suoi vicini di casa, e io dubitavo fortemente che fossero al corrente di ciò che mi aveva appena detto. Erano forse pochissime le persone al mondo a conoscenza della sua storia, e lui di sicuro voleva che restassero poche. Potevo capirlo.

Quello fu il secondo momento struggente della giornata.

Il primo era accaduto nel pomeriggio, mentre parlavo con una giovane professoressa, vittima di una forma di censura da parte del consiglio scolastico. Anche il suo volto era severo, duro, ma giovane, così incredibilmente giovane, e appassionato, e determinato. Aveva scelto La bastarda della Carolina come lettura per gli studenti della sua classe liceale, e dopo le proteste di un genitore aveva provato a motivare la sua scelta, spiegando l’importanza che secondo lei quella lettura poteva avere per i suoi studenti. Aveva parlato di come i giovani sviluppano il senso morale, della violenza nascosta nelle piccole comunità, e di come sia possibile rafforzare e ampliare il concetto di giustizia sociale portando allo scoperto tale violenza.

«Non credevo che sarebbero arrivati a questo», mi disse. «Non credevo che avrebbero vietato la lettura del libro. Non credevo che si sarebbero arrabbiati tanto».

La guardai negli occhi e capii quello che non avevo capito prima di fare quasi cinquemila chilometri per provare a sistemare le cose. Capii quanto profondamente fosse ferita, e quanto poco io potessi fare per aiutarla. Il vero problema non era perdere la cattedra, cosa che comunque sembrava inevitabile. La professoressa temeva una perdita ben più importante: quella che avrebbero affrontato i suoi alunni.

Era stata costretta a rinunciare al suo senso di giustizia, a ciò che comportava, e alla certezza che la giustizia avrebbe sempre trionfato. Non era più sicura di voler ancora insegnare. O meglio, voleva farlo. Ma non poteva. Forse sarebbe tornata all’università. Forse avrebbe cominciato a studiare legge.

È colpa mia, pensai. Le ho rovinato la vita.

Forse era un pensiero assurdo. Ma quella era la realtà dei fatti. Il mio romanzo aveva turbato la quiete della scuola e la percezione del mondo come un luogo giusto e ragionevole. Questo era successo, e io provavo colpa, vergogna, tristezza. Sapevo quello che stavo facendo mentre scrivevo il romanzo, quello che speravo accadesse se qualcuno l’avesse letto, ma non avrei mai potuto immaginare il volto straziato di quella donna, né di quei ragazzi a cui lei aveva tentato di insegnare qualcosa. Pensavo che il mio romanzo sarebbe stato un catalizzatore di chiarezza e compassione, non un’istigazione alla rabbia e alla repressione.

La professoressa mi organizzò un incontro con alcune studentesse della scuola. Volevo vederle per cercare di capire bene cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato in tutte le questioni sollevate durante l’incontro con i cittadini. Il fatto è che anche io avevo un figlio, e potevo comprendere l’istinto di protezione di un genitore. C’erano libri che a mio figlio non avrei fatto leggere, e se gli fossero stati consigliati sarei andata a protestare dai suoi insegnanti – soprattutto se si trattava di libri violenti, pieni di odio – perché convinta che potessero ledere la costruzione del suo senso di giustizia, distruggere le sue certezze su cosa avesse un senso al mondo, o non ne avesse. Che diritto avevo di dire che il mio libro non poteva essere considerato terribile da qualcuno? Come potevo giustificare il dolore e la disillusione che avevo visto sul viso di quella giovane professoressa, mentre parlava di quanto amasse il suo lavoro e i ragazzi con cui lavorava? Mentre raccontava di quanto fosse stato orribile il momento in cui tutto il suo lavoro era stato messo in discussione, in cui era stata tolta ai suoi studenti, ora impauriti e delusi?

«Pensavo potessimo trovare una soluzione», aveva detto. «Non credevo che sarebbe finita in questo modo orribile. Non pensavo che il consiglio d’istituto avrebbe preso una decisione del genere».

L’incontro tra me e le studentesse era per lei un’altra possibilità per fare ancora la differenza. Voleva dar loro un’occasione per parlare con me, fare domande, dire quello che pensavano. Potevo comprenderla bene, sia perché ero io stessa una docente, sia perché ero stata vittima di violenza durante l’infanzia. La maggior parte delle ragazze che incontrai aveva subito violenze, qualcuna aveva vissuto sulla sua pelle l’orrore e il dolore di Bone. Erano timide, la loro voce si spezzava mentre parlavano. Si coprivano il viso con i capelli. Si rosicchiavano le unghie e si agitavano sulle sedie. Erano emozionate e imbarazzate, nonostante si conoscessero già quasi tutte perché frequentavano la stessa scuola o la chiesa. Non era la prima volta che si riunivano. Si erano già incontrate prima e avevano trovato in qualche modo conforto nel dirsi cose che non sarebbero riuscite a dire al di fuori del piccolo gruppo che avevano formato. Parlarono di stupro e botte, degli insulti subiti, delle parole orribili che venivano loro dette, parole che non avevano il coraggio di ripetere. Alcune avevano raccontato agli assistenti sociali o agli insegnanti una piccola parte di quello che erano costrette a subire. Altre no. Nessuna di loro ne avrebbe mai parlato in pubblico, ed erano molto sorprese del fatto che avrei tenuto un discorso al comune, dinanzi alla gente, ai rappresentanti del consiglio scolastico, e al preside.

«Sei così coraggiosa», mi disse una giovane donna.
«No», risposi. «Sono solo molto più grande di te, e ho molta più esperienza».
«È lo stesso». Si strinse le braccia attorno al corpo e si voltò verso le altre. «Io non ci riuscirei mai».
Non dovresti arrivare a doverlo fare, pensai.

Ecco quale doveva essere lo scopo del mio romanzo: raccontare una storia che avrebbe dato un senso a ciò che un senso non aveva, raccontarla in modo chiaro, così che chiunque avrebbe potuto fare riferimento a essa e dire: questa è la mia storia. Un uomo con un il logo della Peterbilt sul berretto o una ragazzina con i capelli davanti agli occhi.

Mentre scrivevo La bastarda, immaginavo quella ragazza, una ragazza qualsiasi, di tredici anni o giù di lì, che odiava se stessa e la sua vita. Immaginavo che, leggendo la storia di Bone, una ragazza come lei avrebbe capito ciò che intendevo dire: essere oggetto del disprezzo e della rabbia di qualcuno non fa di te una persona spregevole. Mentre scrivevo, lottavo contro la voce che a cinque, a nove e a quindici anni mi aveva detto che ero un mostro. Lottavo per l’innocenza e il valore di quella bambina, io che non avevo mai creduto nella mia innocenza.

Ho scelto di scrivere una storia inventata, non un libro di memorie. Ho descritto una bambina molto diversa da me. Oh, certo, le ho dato i miei capelli e i miei occhi neri, il mio amore per i libri, per la musica, per la poesia, ma a parte questo non abbiamo molto in comune. L’ho descritta come una ragazza coraggiosa, testarda, resiliente. Una ragazza intenzionata a proteggere sua sorella e sua madre. Una ragazza piena di speranza almeno quanto di disperazione; e mentre raccontavo minuziosamente tutti i modi in cui aveva imparato a odiare se stessa, cercavo di rendere chiaro al lettore che non sarebbe mai stata sopraffatta del tutto dall’odio.

Volevo scrivere una storia, non il resoconto della mia esperienza personale. Credevo nell’importanza delle biografe e persino dell’etnografa, ma con ancora più forza credevo nella necessità di una narrazione ben fatta, che fosse capace di trasportare il lettore nella vita di quella bambina che io non ero mai stata. Non volevo fare riferimenti a ciò che era accaduto a me. Ho inventato con amore una creatura, per combattere contro il ricordo della mia impotenza e della mia rabbia. Volevo creare un personaggio più forte, più resiliente, e darle una famiglia con una composizione simile alla mia – le zie, gli zii, i cugini, una madre disperata – ma che avesse delle caratteristiche immaginarie. Ho creato i Boatwright, ricostruendoli da frammenti della mia storia familiare e aggiungendo profondità grazie alla musica e a una lingua vicina al parlato, dura e sarcastica, capace di accumulare imprevisti e orribili dettagli e permettermi così di creare qualcosa di non dissimile dalle canzoni di montagna che ascoltavo quando ero una ragazzina, con i loro testi tremendi, tragici, che raccontavano di gente ferita ma piena di forza.

Avevo imparato a guardare alla mia infanzia con oggettività e resilienza grazie al movimento femminista. Avevo imparato quanto fosse importante parlare con chiarezza di stupro e di violenza, di odio per se stessi e di vergogna. L’avevo imparato con grande fatica, c’erano voluti anni prima che riuscissi a stare in una stanza insieme a persone che conoscevano la mia storia senza crollare, o cercare di nascondermi, o mentire. Ma questo non c’entrava niente col libro. Senza quell’esperienza, senza il lungo addestramento che mi aveva permesso di guardare al mio passato e pensare di costruirci sopra una storia, probabilmente non avrei avuto mai il coraggio di scrivere i miei romanzi.

Riflettere sulle cose brutte e dolorose che mi erano capitate mi aveva permesso di apprezzare maggiormente i libri che avevo letto, quelli che si ispiravano a storie vere. I romanzi che amavo di più erano quelli che alimentavano il senso di meraviglia nei confronti della vita, senza però negare la complessità e l’orrore che a volte accompagnano tale stupore. Amavo i libri che raccontavano di donne e uomini sopravvissuti a ciò che avrebbe potuto facilmente distruggerli, e che in qualche modo erano riusciti a conservare la consapevolezza che valesse la pena vivere, rendendo possibile un riscatto dalla sofferenza e dalla disperazione.

Un memoir non mi sembrava il modo più adatto per raggiungere lo scopo che mi ero prefissato: almeno, non un libro di memorie mie. Se una storia è una bugia ben raccontata, era proprio di quello che avevo bisogno. Non era necessario mettere mia madre alla gogna ed esporla al ridicolo. Capivo fin troppo bene le decisioni che era stata costretta a prendere per la sopravvivenza delle sue figlie. Vedevo la sua vita come una storia tragica, dolorosa, una lezione sul perché il movimento femminista, l’assistenza alle vittime di stupro e i rifugi per donne vittime di violenza fossero così necessari. Avrei voluto che il mondo fosse stato diverso, per lei. Volevo che fosse diverso per le donne che sono venute dopo di lei – per me, per le mie sorelle, per tutte le mie cugine – e per tutte quelle che consideravo simili a me: bambine violentate, ragazze povere, e tutte le donne che erano cresciute tra l’amore e l’odio, proprio come me. Anni dopo, quando la tendenza dominante nella cultura dei media è virata dalla fiction al memoir, alcuni scrittori hanno fatto a gara perché le loro storie e i loro romanzi rientrassero nella categoria dei memoir. Questa cosa mi faceva orrore, mi procurava una rabbia enorme. Si rendevano conto di ciò che stavano facendo? Il danno arrecato al senso condiviso di un confine tra verità e menzogna mi turbava.

Non solo perché le false biografie possono oscurare quelle vere, ma soprattutto perché oscurano un fatto risaputo tra gli scrittori di fiction: semplicemente, la vita vera è molto più inverosimile di un romanzo. È da questo che deriva parte della potenza del racconto autobiografico. Usare nella fiction elementi di vita vissuta e renderli verosimili richiede un lavoro molto accurato: è necessario creare personaggi che convincano il lettore di cose che crede impossibili, e inserirli in un contesto che renda credibili le loro azioni. Per raccontare storie vere questo lavoro non è necessario. Basta continuare a dire: «È tutto vero, è successo sul serio». Mi sono trovata spesso a dubitare di questo tipo di affermazioni, per poi scoprire che la «verità» in alcuni casi era effettivamente una menzogna. Ma c’erano anche libri scritti talmente bene da convincermi a credere a tutto ciò che vi era descritto, per poi lasciarmi in balia dell’assurda sensazione di essere stata imbrogliata, non appena scoprivo che si trattava di pura fiction.

Ma tra fiction e biografa c’è anche una differenza più profonda, che va oltre la tecnica o le intenzioni. Do valore a entrambe, ma credo sinceramente che la fiction possa raccontare una verità più ampia. Ho costruito la mia vita su ciò che ho imparato nei libri, dai personaggi in cui mi sono immedesimata, dalle loro battaglie e dai loro dilemmi, che mi hanno rivelato cose complicate e sorprendenti sull’umanità. Non ho dubbi sul fatto che alcuni di questi romanzi contenessero in parte elementi autobiografici, di vita vissuta, ma crearvi sopra un mondo di pura immaginazione aveva permesso all’autore di assumersi la responsabilità di raccontare un mondo che andava al di là della prospettiva di una sola persona, dell’esperienza individuale. Chiedersi «cosa accadrebbe se», e darsi una risposta è alla base delle potenzialità di un romanzo. La storia diventa ben altro che il racconto di una singola visione. Va molto più lontano dell’immaginazione dell’autore.

Per me, nessuna di queste problematiche è mai stata puramente intellettuale. Ho cercato per anni di spiegare con franchezza la differenza tra la mia vita e la storia che avevo scritto. Sapevo quanto fosse importante per me raccontare la verità sulla mia infanzia e sulla mia famiglia, persino su come mi fossi ridotta e sui danni che mi avevano devastato mentre elaboravo l’impatto della violenza e dell’odio che provavo nei confronti di me stessa. Sapevo anche quanto fosse importante la percezione che abbiamo delle vite degli altri, per tutti noi che siamo finiti negli ingranaggi della violenza domestica. I miti costruiti attorno allo stupro e all’abuso infantile mi avevano provocato innumerevoli danni. Chi fa parte di famiglie come la mia – gente povera del Sud, con un alto tasso di figli illegittimi e con troppi parenti che hanno conosciuto la galera – è visto come incapace di badare ai propri figli, perché reputa normali cose come lo stupro e la violenza. Che tali preconcetti siano falsi, che nelle famiglie ricche ci siano le stesse probabilità di abuso infantile, e che la gente del Sud non abbia il monopolio della violenza, o dei figli illegittimi, è una realtà che difficilmente la gente comune riconosce. Si tratta di miti così radicati da sovvertire i dati sociologici e le esperienze personali.

Ricordo che, durante la lettura di Via col vento, all’età di undici anni, riconobbi con dolorosa certezza che la famiglia Slattery, la feccia da cui la madre di Scarlett O’Hara aveva preso la febbre che l’avrebbe poi uccisa, era la rappresentazione esatta dell’immagine che gli altri avevano della nostra famiglia. Si trattava di fiction, eppure mi imbatto sempre in persone per le quali quella famiglia è parte integrante del modo in cui vedono quelli come me, e tutti coloro che amo.

Voglio che la società in cui vivo comprenda con chiarezza la verità sulle nostre famiglie, che venga a conoscenza di tutti i modi in cui combattiamo la violenza, l’abuso e il disprezzo sociale; voglio che veda i sopravvissuti non solo come delle vittime. Se impariamo cosa significa sopravvivere a un abuso, saremo più capaci di aiutare coloro che sono ancora intrappolati nel mondo segreto e vergognoso della violenza fisica e sessuale.

Nessuna bugia, ho sempre pensato. Ma tante storie.
Storie vere. Bugie vere. Storie potenti, racconti eroici, e favole con una morale.

Le storie aprono porte su stanze buie. Il linguaggio può trasportarci oltre l’orrore, verso un senso della vita che includa il rifiuto di arrendersi all’oscurità.

In quella palestra del Maine, ascoltai delle persone parlare del loro terrore, il terrore che ai figli venissero raccontate delle storie che non volevano far loro conoscere. Compresi molto bene le loro motivazioni – il desiderio di vivere in un mondo in cui certe cose orribili non accadano, e dunque non ci sia alcuna necessità di spiegarle. Io voglio un mondo in cui nessun bambino debba soffrire la fame, la paura o la vergogna. Voglio un mondo in cui le famiglie siano tutelate, anche se povere o oggetto di scandalo. Ma di fronte a quei volti, a volte levigati dalla fortuna e dal rispetto, altre ruvidi proprio come quelli dei miei zii e delle mie zie, mi resi conto ancora una volta delle conseguenze che derivano dal negare che al mondo accadano cose orribili.

La vergogna comporta la negazione. La paura si nutre di bugie. L’uomo che mi aveva approcciata per dirmi che avevo raccontato la sua storia non si era alzato in piedi per parlare davanti a tutti, durante l’incontro. Aveva aspettato due ore prima di pronunciare quelle parole, e poi era andato via. Le ragazze che avevo incontrato da sole erano palesemente impaurite dalla possibilità che qualcuno venisse a conoscenza dei loro segreti, delle ferite e delle offese che subivano. Volevano che scrivessi altre storie, per dare un senso a ciò che un senso non aveva. Ma loro non erano scrittrici, erano solo persone che cercavano di vivere le loro vite senza doversi spogliare davanti agli altri, come invece, a quanto pareva, io avevo deciso di fare.

Sono passati vent’anni dalla pubblicazione di questo romanzo, e quasi diciotto dalla sentenza di un tribunale del Maine che concesse al consiglio d’istituto il diritto di vietare agli alunni del liceo la lettura di alcuni libri. Perdemmo la causa. Perdemmo l’appello promosso dall’associazione per i diritti civili. Dopo l’ultima sentenza, Stephen King e sua moglie Tabitha comprarono delle copie della Bastarda della Carolina per regalarle a molte biblioteche dello stato – un gesto che ho apprezzato molto più di quanto sia riuscita a dimostrare. Mi sembrava che la lotta alla censura tramite la distribuzione libera e gratuita del romanzo fosse la migliore risposta possibile a tutto ciò che era successo. Ma non placò il mio dolore, non compensò la perdita di una docente così coscienziosa, né dissipò il velo ancora più spesso di silenzio e rabbia che copriva il volto di quell’uomo, quando lo vidi dopo la riunione organizzata dal comune di Framingham.

I libri possono offrire un’altra visione della realtà. Una storia diversa da quella che pensiamo di conoscere. La storia viene raccontata da una voce. La voce della Bastarda della Carolina è quella di una ragazzina che ha appena perso sua madre e con lei ogni speranza e senso di giustizia. Non sai chi è lei finché non arrivi alla fine del romanzo, e la mia intenzione è sempre stata che alla fine del romanzo il lettore provasse rabbia. Mentre scrivevo, pensavo che se fossi riuscita a farlo nel modo giusto avrei potuto cambiare tante cose: il modo in cui le persone considerano lo stupro e l’abuso infantile, il modo in cui vedono le famiglie più povere e la natura della resilienza, e forse anche qualcosa riguardo all’amore, a come può o non può salvarci. Ma, sempre durante la stesura, a un certo punto capii che non esisteva un modo per ottenere tutto ciò. Quello che potevo fare era semplicemente raccontare una storia nel modo migliore possibile, e sperare di riuscire a spingere i lettori verso la comprensione di ciò che per loro non aveva senso.

Perché c’è gente che picchia i bambini?
Perché c’è gente che violenta i bambini?

Ora sono una donna adulta e ho una maggiore esperienza del mondo, ma ancora non conosco la risposta a queste domande. Oh, comprendo la psicologia dei personaggi feriti e disperati. Capisco che le persone facciano scelte terribili quando si sentono impotenti e colme di rabbia. Conosco fin troppo bene l’odio verso se stessi, la violenza e i suoi cicli che si perpetuano nelle famiglie ricche come in quelle povere, nelle zone urbane e rurali, e in ogni paese. Nessuno possiede il monopolio dell’orrore. Molti di noi sono in grado di raccontare storie terribili, che stentano a occultare le radici della nostra comprensione – quel tipo di storie che risultano inverosimili se non sono accompagnate da un articolo di giornale o da un video su YouTube.

Vietare i libri non fa altro che prolungare la negazione, moltiplicare il danno, e impedirci la condivisione, che aiuterebbe invece a far fronte alla violenza nelle famiglie e nelle comunità. Lo sappiamo bene, anche se insistiamo a desiderare un mondo in cui non sia necessario raccontare certe storie.

L’anno scorso un altro consiglio scolastico, quello di una scuola lungo la statale che passa da casa mia, nel Nord della California, ha votato per vietare la lettura della Bastarda della Carolina nelle scuole di Freemont. Io ero in Colorado, stavo tenendo un seminario, quando ho ricevuto la telefonata di un giornalista che voleva una dichiarazione sull’accaduto. Mi sono sentita cadere di nuovo addosso quella sensazione di impotenza che avevo provato nel Maine. Sapevo di non poter dire quello che sentivo: non potevo dire: «Questa cosa mi spezza il cuore», e poi riagganciare. Così ho fatto un respiro profondo e ho cercato di essere razionale e rispettosa, fingendo di non provare ciò che invece stavo provando.

Dolore.

Ciò che provo ogni volta che mi imbatto nella censura è dolore, vergogna, disperazione – e non solo quando l’oggetto della censura è il mio libro. Mi sento così per ogni libro che diventa oggetto di tali azioni, per ogni libro che ritengo abbia contribuito a salvarmi la vita, come L’occhio più azzurro di Toni Morrison, o Il buio oltre la siepe, di Harper Lee – ma anche per ogni libro che spaventa i genitori o costringe gli insegnanti e i bibliotecari a trovare risposte alle domande dei ragazzi sulla violenza, sul sesso, o sul pregiudizio e sull’odio, sollevate da parole viscerali, profonde. Perché questo significa leggere un romanzo e viverci dentro per un po’. Entri nella vita di un’altra persona, e lo fai in modo viscerale. Senti e comprendi cose che non avevi mai capito prima, e ciò è allo stesso tempo spaventoso ed entusiasmante. Il mondo diventa più chiaro, la realtà più vivida, e la tua esperienza più grande. Naturalmente, seguiranno delle domande. E la ricerca di risposte ci darà la possibilità di crescere e di trovare un senso alle cose del mondo.

Come ho già detto, ci sono libri che non vorrei che mio figlio leggesse, libri che esiterei a permettergli di prendere in mano. Ma la mia speranza è che, qualunque libro legga, lui venga da me e mi rivolga delle domande. A quel punto, farei il respiro profondo che ho imparato a usare per recuperare tempo e pazienza, e poi potremmo parlare. Spero di poter stare nella stessa stanza con lui e i suoi libri, senza voler mai censurare parole o pensieri. Spero che i tanti libri letti gli donino una grande apertura mentale, la capacità di gestire pensieri complessi e sentimenti dolorosi, di separare ciò che è vero da ciò che è falso, e di saper riconoscere ciò che, per quanto duro e terribile possa essere, sarà sempre vitale per la comprensione del mondo in cui viviamo.

Non voglio apparire come una persona sempre libera dai timori, dalla trappola della negazione, da una vergogna antica e da un pregiudizio ancor più antico. Voglio essere la migliore me stessa possibile. Quella che è riuscita a raccontare una storia che potrebbe fare la diferenza per chi la legge. Indomita, testarda, resiliente, e capace di grande compassione: proprio come Bone.

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