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Dov’è Bill? Appunti su William T. Vollmann

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(fonte immagine)

di Marco Drago

William T. Vollmann per me è un bel problema, e non solo per me, sia chiaro. Lo è un po’ per tutti un bel problema, William T. Vollmann. Temo – è una battuta – che sia un bel problema anche per William T. Vollmann.

Sono in una inedita condizione di doppia lettura (o lettura parallela) di due suoi libri, Riding Toward Everywhere (2008) e Kissing the mask (2010). Il primo – per quel che ho capito, sono all’inizio – parla di lui che si unisce a tre tizi che passano il tempo prendendo passaggi dai treni merci. Passaggi illegali, ovviamente. Gente che, in piena notte, salta al volo su un lunghissimo treno di vagoni aperti carichi di tronchi appena tagliati e si fa tutta la California senza motivo. Train hoppers, quelli che un tempo si chiamavano hobos. Una specie di sottocultura con personaggi e mitologie interne che farebbero gioire Bob Dylan. È un libro breve, per essere stato scritto da William T. Vollmann (Bill da qui in avanti) e contiene 65 pagine di fotografie scattate da Bill durante i vagabondaggi. L’altro libro di Bill che sto leggendo, invece, l’ho quasi finito, è lunghissimo, e parla delle maschere del teatro noh giapponese. E di femminilità. E delle donne asiatiche (una fissa di Bill). E poi parla di tante di quelle cose che ci vorrebbe una tesi di laurea per cercare di sviscerarlo tutto.

Le maschere del teatro noh: fino al mese scorso non sapevo nemmeno che le opere del teatro noh richiedessero l’utilizzo di maschere di legno per essere rappresentate. E che certe maschere che vanno in scena oggi sono state fatte duecento anni fa e mai lavate da allora. E che certe maschere sono opere d’arte prodotte da pochissime persone in tutto il Giappone; e poi le geishe, le geishe, le geishe. Quando ci si mette, Bill è capace di convincerti a seguirlo in posti e situazioni che non ti interessano minimamente e che, anzi, nella maggior parte dei casi, ti fanno anche paura. È come uno di quegli eroinomani che ho frequentato da ragazzo che mi convincevano a forza di insistere a scarrozzarli in macchina da un paese all’altro di quell’anonima provincia in cui vivevamo. Non avevo nessuna voglia di portarli ma, alla fine, cedevo e finivo in certi parcheggi bui un po’ fuori dai paesi e aspettavo e loro andavano a comprare la roba, se la facevano seduta stante e risalivano in macchina tutti rallentati di un buon 70%, biascicavano: “Torniamo indietro” e poi bon. Buonanotte. Bill è un po’ così: con lui ti ritrovi in luoghi e situazioni in cui di tua volontà non saresti mai finito però poi torni a casa con un pezzo d’esperienza in più da utilizzare in futuro.

Un paio d’anni fa ho letto il suo schizzato reportage dalla disastrata landa di Fukushima ancora fumante, qualche mese prima la sua semicomica esperienza da mujaheddin in Afghanistan ai tempi dell’invasione sovietica e prima ancora mi ero trovato con puttane e tossicomani nel Tenderloin di San Francisco (Puttane per Gloria, e I racconti dell’arcobaleno).

Quella con Bill è una storia che per me va avanti dal 1992, quando il nostro fece la sua apparizione in Italia, 5 anni dopo il suo vero esordio statunitense. Un suo racconto venne incluso in una antologia curata da Jay McInerney per la rivista Panta, edita da Bompiani. Nella stessa antologia comparvero in Italia per la prima volta anche David Foster Wallace, Jeffrey Euginides, Sherman Alexie e me ne dimentico qualcuno. Nell’introduzione al libro, McInerney includeva Bill e Wallace nel filone (all’epoca dimenticato ma lì lì per tornare di moda) del postmoderno letterario.

Dal tono generale dell’introduzione si intuisce che questo ritorno al tipo di narrativa che faceva figo quando lui era all’università, a McInerney fa lo stesso effetto che farebbe a voi ascoltare il disco di un gruppo di ragazzi che suonasse il prog-rock nel 2015 e che, suonando dichiaratamente prog-rock, cercasse di creare arte innovativa e significativa. McInerney era la new wave della letteratura americana, con Carver a fungere da Lou Reed della situazione: il Maestro che, mentre barbe, capelli lunghi e vestiti a fiori erano d’obbligo, si presentava rasato e vestito completamente di pelle nera. Per McInerney, Bill e Wallace non erano abbastanza carveriani e anzi – sto forzando il suo ragionamento come un vero cialtrone – erano due nerd strafatti di oppiacei e nostalgici degli anni ’60-’70. Poco più. McInerney, sulla carta, aveva tutto il mio appoggio; ma bisogna capire che nel 1992 si aggiravano i primi esemplari di adulti nati dopo il 1970. Quel tipo di adulto lì, quello nato dopo il 1970, si è poi rivelato essere fatto di tutt’altra pasta rispetto al tipo di adulto nato prima del 1970. Un tipo di adulto che si ritrovava perfettamente nella letteratura di Thomas Pynchon, David Foster Wallace e di, perché no?, Bill.

Nel 1992 io stesso stavo attraversando una discreta fase di Pynchon-mania acuta. Avevo 25 anni, l’età giusta per leggere V., scritto da Pynchon proprio a 25 anni. Anche Frank Zappa ha fatto il suo primo disco a 25 anni e insomma stavo attraversando una discreta fase di di Pynchon-mania e di Zappa-mania proprio perché avevo la stessa età di Pynchon e Zappa quando hanno fatto i primi passi sulla loro strada verso la Storia. E dunque, tornando all’antologia di Panta e McInerney, proprio Bill e Wallace furono i due nomi che decisi di segnarmi per il futuro. Quanti anni ci vollero prima che qualche editore italiano si accorgesse dell’esistenza di Bill e Wallace? Ve lo dico, è facile: 6 anni. Prima Einaudi (1998) e subito dopo Fandango (1999) si dedicarono a Wallace, mentre Fanucci (1999) e Mondadori (2000) a Bill. La bibliografia dei due era già piuttosto nutrita. Bill è del ’59, Wallace del ’62: erano praticamente due quarantenni che in patria godevano ormai di grande considerazione, non erano più i due hippy in ritardo in un mondo irrimediabilmente cambiato.

Anzi, tutti e due avevano dimostrato di essere scrittori di una profondità, di un’abilità tecnica e di un dono del racconto che non poteva essere liquidato come semplice sperimentalismo cerebrale, esangue, divertente-ma-non-troppo (alla John Barth e Donald Barthelme). In Italia, dunque, gli editori si trovarono una bella mole di opere da valutare per una traduzione. La scelta, nel caso di Bill, cadde su Butterfly Stories del 1993 (“Storie di farfalle”, Fanucci, 1999) e sul suo libro gemello Whores For Gloria del 1991 (“Puttane per Gloria”, Mondadori, 2000). Fu dunque il Bill di San Francisco a essere conosciuto per primo da noi, il Bill dei quartieracci, delle storie emotivamente insostenibili, del voyeurismo quasi patologico, della compulsione ad andare con prostitute tossiche e a empatizzare con loro e a farsi trascinare nel loro vortice di niente.

Il tutto per scrivere un libro. Perché poi alla fine è così: Bill non è un drop-out che per caso si è messo a scrivere quello che vede. È uno scrittore che non riesce a stare chiuso nella sua stanza a scrivere se prima non si immerge completamente in un certo ambiente o in una certa condizione psicologica. Uno dei suoi libri più recenti è The Book of Dolores (2013). Un libro in cui Bill discetta a ruota libera di gender. Cosa significa essere uomo, essere donna? Ne aveva già parlato molto nel libro sulle maschere giapponesi (nel teatro Noh, i personaggi femminili sono interpretati da attori maschi, spesso avanti con l’età. Ciononostante Bill si arrapa a vedere i movimenti sexy di questi vecchietti mascherati da donna e da lì nasce tutto un interrogarsi sul maschile e femminile eccetera). Bene, ma in The Book Of Dolores, Bill decide di andare oltre e di raccontare la storia di un travestito e, al contempo, di passare lui stesso una fase di travestimento (documentata dalle fotografie che lo ritraggono con parrucche, trucco, abbigliamento femminile). Non l’ho ancora letto, sto riportando informazioni che mi ricordo di aver reperito al momento della sua uscita negli Usa. In ogni caso, anche riportato così sommariamente, è un libro che ben rappresenta il metodo di lavoro di Bill.

Non è sicuramente il primo giornalista-scrittore che si butta a capofitto nelle cose che scrive, fa anzi parte di una schiera molto americana: Mark Twain, Jack London, Ernest Hemingway, Norman Mailer, tangenzialmente Charles Bukowski. Con Bill, però, entrano in campo immaginari che anticipano l’atmosfera che caraterizzerà da lì a poco la generazione grunge e post-grunge. I figli di Kurt Cobain, Elliott Smith, Will Oldham aka Palace Music aka Bonnie Prince Billy (il più vicino a Bill nella tendenza a realizzare opere d’arte inconsulte ma dotate di una grazia fragilissima e meravigliosa).

Nei primi anni duemila l’editoria italiana sembra crederci e, tra il 2000 e il 2005, esce buona parte di quella che è attualmente la sua produzione “italiana”. In realtà ancora nel 2012, è uscita la traduzione di Into the Forbidden Zone (2011) (“Zona proibita. Un viaggio nell’inferno e nell’acqua alta del Giappone dopo il terremoto”, Mondadori), ma diciamo che dal 2006 in poi si è notata una certa riluttanza a tradurre Bill. Evidentemente non è andato bene in libreria. A ben vedere, non gli è andata nemmeno tanto bene a livello critico. La parabola del suo vecchio amico e sodale David Foster Wallace è stata decisamente più gloriosa (stiamo parlando di fama letteraria, sugli esiti delle loro rispettive esistenze umane meglio passare oltre). Nonostante l’uscita per Mondadori delle traduzioni di due libri importantissimi come Rising Up and Rising Down: Some Thoughts on Violence, Freedom and Urgent Means (2004) (“Come un’onda che sale e che scende: pensieri su violenza, libertà e misure d’emergenza”, Mondadori, 2007) e lo stupefacente Europe Central, 2005 (“Europe Central”, Mondadori, 2010), più di mille pagine di romanzo polifonico su seconda guerra mondiale, identità europea, nazismo e stalinismo, la fama di Bill in Italia si è ritrovata ai minimi storici. Complice una certa tediosità che molti avvertono alla lettura delle sue faticose pagine di frasi lunghissime in cui spesso le similitudini si aprono a guisa di ipertesto verso nuovi orizzonti narrativi a loro volta deviati da piuttosto frequenti note a piè di pagina.

Niente di più di quello che ha sempre fatto anche Wallace, no? Eppure tra il lettore intelligente italiano e Bill non è scattata quella molla che è invece scattata tra lo stesso lettore intelligente italiano e David Foster Wallace. Bisognerebbe capire il perché. Al di là del fatto che Wallace aveva – come dire – l’aspetto giusto per diventare un’icona di grassocci, biondicci e occhialuti efebi mostruosamente esperti di ogni categoria di consumo culturale mentre Bill è un fenomenale esempio di faccia da delinquente schizzato. Quando ti fissa da una foto non ti nasce una spontanea reazione di riconoscimento, come invece succede con Wallace. Tutti hanno conosciuto un sosia di Wallace prima di aver visto Wallace in foto per la prima volta. Con Bill, sono pochi quelli che tra noi possono dire di aver visto un suo sosia dal vivo. Perché certi brutti ceffi non frequentano i posti che frequentiamo noi. E dunque: l’aspetto fisico. Sarà questa la causa del fallimento sostanziale di Bill a fronte del trionfo sostanziale di Wallace?

O forse i libri. Sui libri avrei dei dubbi. Temo che certi libri di Bill non li abbia letti quasi nessuno e che se qualcuno in più li leggesse, se ne innamorerebbe. Ma bisogna prima che a queste persone venisse voglia di leggere i libri di Bill. Con Wallace è successo, alla gente è venuta voglia di leggere i suoi libri e poi il passaparola e quindi lo stato di artista di culto. Con Bill zero. Molti fanatici di Wallace probabilmente non hanno mai letto un libro di Bill. Dire che la colpa è dei libri è un po’ come l’uovo di colombo, sembra una spiegazione quasi zen, le cose stanno così perché stanno così, punto e basta. E mi sembra che sia un atteggiamento sbagliato.

Se io avessi in mano il catalogo di Bill, rischierei la mia carriera puntando come un pazzo sulla traduzione dei suoi libri. Perché nel giro di qualche anno potrebbe succedere il miracolo. E potersi fregiare di aver creduto nel futuro – sto delirando – “Premio Nobel William Tanner Vollmann” in tempi duri per l’editoria e per i sogni letterari, mi basterebbe per morire contento. Pubblicherei – spendendo un patrimonio in promozione – i cinque romanzoni finora usciti della serie Seven Dreams: A Book of North American Landscapes, che raccontano la mitologia del continente nordamericano partendo dai viaggi dei vichinghi secoli prima di Colombo. In Italia aveva cominciato a farlo Alet con The Ice-Shirt, 1990 (“La camicia di ghiaccio”, Alet, 2007) e Fathers and Crows, 1992 (“Venga il tuo regno”, Alet, 2011) ma poi Alet – colpa di Bill? – ha chiuso i battenti e addio a meraviglie quali Argall: The True Story of Pocahontas and Captain John Smith del 2001 o l’ultimissimo The Dying Grass, sulla strenua resistenza della tribù dei Nez Perce e dei Palus contro l’esercito statunitense nel 1877.

Nel 2004 Antonio Moresco ha conosciuto Bill a Ravello e ne è rimasto molto colpito. Non so quanti libri di Bill abbia letto, ma ho saputo che, conoscendolo di persona e avendoci a che fare, si è reso conto che oltre a Cervantes e a se stesso ci sono altri scrittori titanici in questo vasto mondo. Non so nemmeno quanto l’endorsement di Moresco potrebbe essere utile a Bill in un Paese che, invece di prendere atto dell’esistenza di Moresco e di decidere placidamente se piace o no, si divide in hard-core fanatics e sbeffeggiatori arguti. Fatto sta che Bill, in questo preciso momento e in questo Paese che è l’Italia, dà l’impressione di essere in quella fase in cui ha ancora pochi lettori ma tutti di un certo livello (tipo i Velvet Underground nel 1967) e che da qui a poco potrebbe anche miracolosamente scoppiare la Bill-mania.

Potrebbe scoppiare per Poor People (2007), in cui il nostro ricercatore del senso di colpa vaga per i quartieri poveri di decine di città e intervista i poveri (pagandoli generosamente) ponendogli domande semplicissime e dirette, tipo: “Perché sei povero?”; “Pensi che potrai mai diventare ricco?” e racontando le storie di questi uomini e donne, restituiti sulla carta sempre con un surplus agrodolce di empatia da parte dell’autore.

Ma forse l’impresa più interessante sarebbe quella di rendere popolare il ciclo (ancora incompleto) dei Seven Dreams. Il megaromanzo mitologico sul Nordamerica in sette volumi da 400 pagine: quanto di più vicino alla scala 1:1, una cosa che non aveva ancora provato a fare nessuno, a ben pensarci. E poi si tratta di libri avvincenti che, paradossalmente, potrebbero perfino interessare al pubblico che compra abitualmente le saghe di romanzi storici ambientati in particolari periodi storici (i Faraoni, i Maya ecc.), quella letteratura popolare fatta di autori piuttosto anonimi e di romanzi scritti a tavolino che – nonostante il difetto di mancare di originalità, di essere un po’ kitsch e di assomigliare ad adattamenti di sceneggiature cinematografiche, vendono sempre abbastanza bene. E allora perché non provare a far passare i Seven Dreams come una serie di questo tipo? Una risposta plausibile sarebbe: “Perché i lettori, dopo aver letto La camicia di ghiaccio, o meglio, dopo aver provato inutilmente a leggere La camicia di ghiaccio, il primo volume, quello che deve per forza sfondare se no addio, e dopo essersi sentiti stupidi per non possedere i mezzi per capire fino in fondo dove li stava trascinando Bill, poserebbero il libro per sempre e penserebbero: Bill? Mai più.”. Ma è una una risposta che non mi convince. Cosa c’è di meglio per un lettore di saghe e di polpettoni pseudostorici che leggersi 480 pagine in cui viene narrata la storia delle guerre tra i groenlandesi (Vichinghi) e gli skraeling (Indiani d’America) intorno all’anno 1000? E anzi, partire da molto prima, dalle faide interne ai Norvegesi, che costrinsero molti di loro ad emigrare prima in Groenlandia e poi ancora più a Ovest, nella mitica terra di Vinland, l’attuale New Jersey. Il New Jersey quando era ancora una terra calda anche d’inverno, una specie di paradiso in terra per gli scandinavi, abitata però da una popolazione locale che non aveva mai visto stranieri prima.

E insomma, non è impossibile sperare che un libro del genere, scritto tra l’altro in una lingua intrisa di mito, simile a quella di certi fantasy, possa diventare un piccolo culto tra gli appassionati di heavy metal scandinavo, di saghe nordiche, di paganesimo. E ricordiamo che è soltanto il primo capitolo della saga dei Sette Sogni di Bill. I tomi seguenti ci trascinano in mezzo alle guerre di religione tra gesuiti e irochesi, alla distruzione delle tribù indiane delle grandi pianure, alla carestia provocata dall’introduzione del fucile a ripetizione nell’Artico, e addirittura alla vicenda di Pocahontas. Per saperne di più, in ogni caso, c’è un bell’articolo del 2012 di Tommaso Pincio, da cui ho preso un po’ di cose, rintracciabile qui.

Dov’eravamo rimasti?

Alla sfortuna critica di Bill.

Perché di Bill si parla così poco e poi scopri che in realtà piace alla gente che piace?

Restano circa 17 libri di Bill inediti in italiano. Ecco un indice di scarsa fiducia dell’editoria. Molti lettori, per fortuna, hanno cominciato a scaricare gli ebook in originale, che è l’unico modo per leggere libri come The Book Of Dolores, Poor People, Last Stories And Other Stories e Imperial. Ma così non c’è soddisfazione. Così è come appartenere a una stramba setta di adoratori di un autore esclusivo, che ognuno sente suo e solo suo. Bisogna liberare Bill dal ghetto del cult puro e duro e lanciarlo nell’oceano di merda del mid-cult. Qualche lettore, puerilmente, lo abbandonerebbe perché “si è sputtanato”, ma la statura di Bill come scrittore assumerebbe di botto dimensioni titaniche. E per liberarlo dal ruolo tristanzuolo di figura di culto di qualche centinaio di italiani che leggono i libri in inglese, ci vorrebbe un editore indipendente che volesse ritentare il colpo della minimum fax con Carver e che si sedesse a un tavolo con l’agente di Bill e gli chiedesse di vendergli in blocco i diritti di TUTTO IL CATALOGO. Un accordo che annulla quelli ancora in essere con altri editori italiani. Facciamo pulizia, ricominciamo da capo.

Varrebbe addirittura la pena di aprire una casa editrice solo per Bill in italiano e dedicarsi giorno e notte all’impresa di arricchirsi con i suoi libri.

Se proprio dovesse andare malissimo, avremmo perlomeno la certezza che arriverebbe Bill in persona a documentarsi per scriverci sopra uno dei suoi libri.

Commenti
5 Commenti a “Dov’è Bill? Appunti su William T. Vollmann”
  1. ... scrive:

    Sto leggendo V, tra l’altro proprio invogliato dagli elogi fatti da Wallace, che non si riteneva all’altezza. Come prima impressione direi che c’è sicuramente una questione di scarsa reperibilità e dispersione delle opere, poi i suoi reportage hanno una veste meno pop e in generale le opere sono meno pop, con protagonisti o borderline o come in Europe Centrale troppo distanti. Forse c’entra il fatto che è difficile fare i fighi spacciandosi o essendo lettori di V. e che non dà l’idea di essere un amichetto immaginario. Inquieta.

    Ma di che cifre stiamo parlando per i diritti sull’intero catalogo?

  2. Antonio Coda scrive:

    Se c’è da firmare una petizione internazionale per la traduzione in italiano di tutte le opere di T. Vollmann io la firmo subito, subitissimo, perché fin qui sono falliti tutti i miei tentativi di spingere i conoscenti aspiranti traduttori che ho a farlo, eppure sarebbe encomiabile dare ai lettori di lingua italiana, e in particolar modo a me, l’occasione e il piacere di leggere le opere non tradotte (ristampare quelle già tradotte sarebbe un buon inizio ma, siccome in cinque anni sono riuscito a recuperle tutte le opere tradotte, da una ristampa non me ne verrebbe niente) di questo scrittore che – piaccia, non piaccia – è imparagonabile, è l’inventore di una estetica del linguaggio inedita e inconfondibile, e non ha scritto una frase, non una, che sappia di già letto e di già riscritto. Tra l’altro tra Vollmann e Wallace secondo me non c’è gara, Wallace è mooolto più lento di Vollmann; in Wallace però c’è una forma di critica ironica opinionistica che si smercia più facilmente dell’umorismo apocalittico e genuinamente empatico (capace di raggiungere vette di orribile candore) di Vollmann. E siccome io non riuscirò mai a leggerlo godendomelo appieno in americano non mi resta che sperare che almeno si trovi il modo di far risputare alla decaduta Alet quel “Fucili” che dovrebbe trovarsi già tradotto e incopertinato in qualche cassettone d’archivio. Saluti! Coda.

  3. Marcello scrive:

    Sono disposto a comprare tutti i titoli di vollmann e ad iniziare l’impresa. In maniera seria coinvolgendo traduttori e magari dare inizio ad una casa editrice indipendente. Fatemi sapere..kickstarter potrebbe venire in aiuto per trovare fondi!

  4. Alessandro scrive:

    Leggendo questo articolo sono saltato alle stesse conclusioni di Marcello (e ho pure pensato a kickstarter). Dove e quando?

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