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Dove credi di andare

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di Violetta Bellocchio

Il dettaglio che illumina il quadro è la sua mano chiusa sulla mia spalla sinistra che mi tira all’indietro, la sua voce bassa che mi dice, dove credi di andare. Mi fermo seduta sul letto. Sto pensando, sì. Il mio ragazzo non capisce. Troppo?, mi chiede. No. Lui mi piace un sacco, mi tratta bene, per ora, e soprattutto non ha alcun potere su di me, vero o finto. Il gusto della sottomissione non ce l’ho mai avuto, ma questo è diverso, è un gioco: giochiamo.
Lo stesso, una piccola linea voglio tirarla. Allora gli chiedo se ha una parola di sicurezza. No, dice lui, gli occhi a terra. Forse ci è rimasto male. Mi viene in mente l’immagine tatuata sul braccio di un amico che non vedo da tempo. Melograno?, suggerisco. Il mio ragazzo non vuole. Mi guardo intorno, faccio un secondo tentativo – valanga – troviamo l’accordo e la situazione si raffredda, il momento è passato.

Ci siamo separati due giorni dopo, perciò non starà a me sapere se tra le abitudini domestiche dell’uomo che per un breve periodo ho amato c’era sempre l’introduzione di possesso e controllo come variabili sessuali o se una bella domenica pomeriggio lui aveva deciso di sfregare fiammiferi senza pensare che magari ci si poteva incendiare la casa. La seconda, a occhio. Lui mi conosceva. Aveva letto il mio materiale inedito – era quel tipo di relazione – e forse lo faceva soltanto perché sono carina, ma tendeva a darmi ragione quando, a proposito di verità e nonfiction, io dicevo che non raccontiamo una storia, a volte, perché abbiamo paura che la storia non sia abbastanza buona. Poi la gente magari si incaponisce sulla parola fuori posto. Tutti dietro ai dettagli maniacali – il ragnetto, la matitina – e il quadro d’insieme va a farsi benedire. Allora ci convinciamo che per essere ascoltati si debba sempre dire la cosa giusta al momento giusto con il tono giusto. Ma nessuna storia è inattaccabile. Non esiste un numero di scontrini tale da comprovare i fatti personali pagina dopo pagina. C’è sempre un vizio di forma che li altera, li intacca.

Ad esempio, per parecchi anni, sono stata quasi convinta che sul comodino accanto al letto singolo su cui sono stata stuprata ci fosse una copia del Diario di Anna Frank nell’edizione economica da poco pubblicata dal quotidiano L’Unità. Era il periodo: i libri allegati ai giornali, li compravi in edicola. Col senno di poi, credo che non sia vero. Credo di aver inserito nella scena un oggetto molto facile da vedere nelle stanze degli altri. Un libro che avevo preso in prestito in biblioteca, in un’altra edizione, e avevo letto alle scuole medie.

La ragione per cui il dettaglio mi suona falso è che io, di quella casa, non ricordo nient’altro. I mobili, le pareti? Scomparsi. So soltanto che è successo in una casa di Roma, un palazzo normale, forse l’ultimo piano, dovessi dare l’indirizzo, direi, forse era un pochino dopo Campo de’ Fiori? Mi sembra di essere passata da lì.
Quello che ricordo: la sua faccia, i suoi occhi, chiusi, il suo odore, la voce, i rumori, la posizione in cui sono stata tenuta ferma.
Lo stesso giorno ho conosciuto sua madre.

Quando avevo da poco compiuto quindici anni sono stata stuprata da un uomo che ne stava per compiere venticinque. Aveva gli occhi neri. Per alcune settimane sono stata la sua sposa bambina. Lui mi chiamava occhioni. Era una persona che mi piaceva e di cui mi fidavo, con cui c’era già stato un contatto fisico semi-consensuale, e con cui, se avessi potuto scegliere, penso sarei arrivata a fare quello che mi è stato imposto.
Ero a Roma per il weekend. Ci siamo visti. Siamo stati in un bar, credo, poi siamo andati a casa sua. Non l’ho chiesto io. Forse lui ha detto, vuoi vedere casa mia?
Forse ha detto, andiamo a casa?
Per quattro o cinque settimane, prima, forse sei, c’era stata un’escalation. Ero stata puntata in una maniera che oggi mi sembra implacabile. Regali, lettere, telefonate, telefonate che mi mettevano a disagio e un po’ mi piacevano, perché certe cose, a voce, non me le aveva mai dette nessuno. Il Corano in edizione economica. Un CD o una cassetta. Tante telefonate. Lunghissime, duravano ore, fatte o ricevute in almeno quattro case diverse. Non so se mi abbia detto di essersi innamorato, ma non credo, e anche se fosse.

È successo a Gennaio o Febbraio del 1993. Era sabato. Mattino tardi. Avessi ancora il diario dell’anno, avrei segnato la data.
La cosa è cominciata con un abbraccio a cui ero abituata ed è proseguita in una direzione diversa. Mi ha preso, mi ha messo in posizione e ha fatto tutto lui. È andato dritto. Non mi ha chiesto niente.
Io sono rimasta ferma.
Non l’ho mai detto a nessuno.
E nessuno ha mai chiesto. Quando, tra i trentanove e i quarant’anni, sono stata io a parlare, a voce alta, prima ai miei genitori, poi agli amici stretti, in un caso mi sono sentita rispondere: ho sempre pensato che ti fosse successo qualcosa.
In un altro – una donna più giovane, molto brillante, una collega – mi sono sentita rispondere: per la sorpresa di nessuno, proprio. Ecco, lì ho riso. Un sollievo.
Lo stupro è l’occhio nero che mi sono portata in faccia per venticinque anni e che si è infilato in tutto quello che ho scritto.

È possibile che quanto mi è successo sia stato adescamento puro, in inglese si usa il verbo to groom e il sostantivo grooming: è quello che fanno i pedofili quando selezionano un bambino o un ragazzino, maschio o femmina, lo isolano dal gruppo dei coetanei, lo fanno sentire speciale, attenzione, regali, complimenti, e poi procedono quando sono certi di averlo in pugno. Lo stesso verbo si usa per l’abbellimento degli animali domestici: la rasatura della pelliccia, il taglio delle unghie. Lo si usa anche per le situazioni in cui una persona potente si sceglie il successore – il delfino, l’erede – e lo ammaestra a dovere in termini di futuri privilegi e responsabilità: lo prepara a muoversi nel mondo, e quindi lo manda avanti, lui.

È anche possibile, però, che non ci sia stato niente di tanto calcolato, o lucido, nell’escalation che ha portato allo stupro, che quindi sarebbe soltanto il frutto del caos sessuale della mia cultura di nascita in quegli anni, per cui i bambini e i ragazzini, anche più piccoli di me, venivano considerati terreno di caccia libera per gli adulti: eravamo, per loro, pronti a tutto, e disponibili per nostra stessa natura. Grati di ricevere attenzione.

Sul contesto socio-economico e sul milieu culturale che ha dato alla luce il mio stupratore ci sarebbero da scrivere trenta pagine. Non ci penso neanche. Sto provando a dire una cosa, non a lanciare una caccia alle streghe, o, peggio, una partita collettiva a Indovina Chi?. Ma non posso nemmeno mentire su certi dettagli. Vi basti sapere che c’è un piccolo Circeo nelle vite di parecchie persone, che quando parlate di quanto faccia schifo la classe dirigente di questo paese io vi sto bussando sulla spalla, mi schiarisco la gola e sussurro, non ne avete idea, quanto abbia sempre fatto schifo, ma sempre, che l’essere la nipotina del regista non mi ha protetto da nulla e forse ha contribuito a creare quella situazione, e che il libro più famoso di Edoardo Albinati non ho ancora avuto il coraggio di leggerlo.

Dei gusti individuali dell’adulto che mi ha circuito, però, parliamone pure. Gli piaceva molto un film sottovalutato di Michael Mann, La fortezza (mai visto, né allora né oggi). La sua ragazza ideale era Mariel Hemingway in Manhattan. Piangeva come un bambino, testuali parole, ogni volta che vedeva Lo specchio della vita, un melodramma di Douglas Sirk. (Io ci ho messo vent’anni a vederlo, e ho pianto come una fontana.) E leggeva un manga famoso – primi anni ’90, il fumetto giapponese è una cosa per pochi, l’élite, d’avanguardia: stiamo avanti – un manga che si intitolava Video Girl Ai. Me lo citava spesso. Video Girl Ai.
L’inverno passato sono andata a leggere il riassunto su Wikipedia. Il protagonista è un liceale imbranato che non riesce a uscire con le ragazze, affitta una videocassetta magica e diventa amico della piccola video girl che dovrebbe iniziarlo alla vita sentimentale, ma poi si innamora di lei.
A questo punto, ho pensato, facciamo pure scendere la pila del cinema francese estremo che ho in arretrato. Tanto peggio di così. Mi sono messa a guardare Nocturama e mi ha preso talmente male che quella notte ho dormito sul pavimento del soggiorno di una mia amica.

A quindici anni sono stata scelta, nelle intenzioni o solo nei fatti, per sostituire la fidanzata con cui il mio stupratore si era lasciato da poco. Quando si erano messi insieme, lui aveva diciannove o vent’anni, lei la mia età, quindici. Credo che gli fosse arrivata vergine.
A maggio di quell’anno lui mi ha detto che si era rimesso insieme alla ragazza che aveva avuto prima di me, e che, facendo due conti, allora come oggi, aveva raggiunto un’età legalmente scopabile. Mi ha detto: c’è stato un incontro al vertice. Mi ha detto che erano andati fuori a cena al giapponese e lui aveva speso un sacco di soldi. Forse mi ha anche detto la cifra.
Le cose, però, non devono essere andate lisce, l’estate, perché in autunno lui mi ha cercato di nuovo.

L’atto in sé sarà durato cinque minuti.
Mi sono alzata, dopo – non ricordo chi tra i due si è alzato per primo – e sono andata in bagno. Avevo ancora addosso i due maglioni con cui ero entrata in casa. Lui a un certo punto aveva sbuffato, infastidito, perché io ero troppo vestita, però mi aveva spogliato il minimo indispensabile. Forse solo il reggiseno slacciato. Una vita e un abuso di serie B. Stateci.
Mi sono guardata allo specchio e per molto tempo non ho smesso di vedere quello che ho visto allora: gli occhi infossati, la pelle del viso distrutta, e una fissità di espressione micidiale, come se avessi appena preso una scarica di botte dietro la testa.
Adesso cosa devo dire.
Adesso cosa succede.
Che fine farò.
Vent’anni dopo, in un contesto innocuo, giuro, ho preso un calcio al plesso solare, ho visto tutto nero e per un giorno mi è venuto da vomitare. La faccia credo sia stata la stessa.
Per molto tempo, quando mi succedeva qualcosa di brutto e improvviso, ho avuto la stessa faccia. Mi congelavo. Non parlavo: non protestavo. Restavo in silenzio.

Sua madre, sì, la madre, che prima dello stupro è comparsa sulla soglia dell’appartamento – l’avevo dimenticata e poi mi è tornata in mente: mi ha fatto impressione, una donna infagottata, che mi sembrava vecchissima e avrà avuto cinquant’anni, ma la sua faccia era la mia, uguale, gli occhi sbarrati erano i miei – sua madre non so perché stava lì: forse abitavano nello stesso palazzo su piani diversi, forse c’era in ballo una commissione da sbrigare. Non so cos’abbia pensato vedendo che a casa del figlio adulto c’era una bambina. Credo che mi abbia presentato per nome – lei è Violetta – ma non so se abbia mai detto qualcosa. La fidanzata, l’amica? Ci sono mai state domande?

Determinate forme di violenza ti portano a perdere umanità. Non sono più stata una persona, dopo. Mi piacerebbe sapere se prima lo ero – di ricordi sicuri ne ho pochi: sciatta, incasinata, velletaria, asociale, nessun senso dei limiti, leggevo, mettevo le inserzioni sui giornalini per trovare amici di penna con cui parlare dei film (oggi circolano gli screenshot e la gente si chiede se siamo la stessa Violetta), un vestito di lana verde chiaro su cui portavo una camicia nera aperta, acciuffare la ragazzina per la collottola, spogliarla e rivestirla da zero, grazie: una figlia unica di città, non tanto male, in fondo – però ero anche molto piccola, non una persona. Frequentavo il secondo anno di una scuola superiore dove non mi ero inserita, e i pochi amici che ero riuscita a farmi, prima, la compagna di terza media a cui volevo bene, avevano qualcuno cambiato città, qualcuno andava in un’altra scuola.
Esisteranno di certo adolescenti e bambini dotati di una precocità reale in fatto di desideri sessuali. Io non lo ero per niente. Io volevo farmi toccare poco.

Scappare da quella stanza? Io nemmeno ricordavo più che ci fosse una porta.

Nel sottofinale del primo Nightmare il mostro viene sconfitto quando la ragazza, Nancy, gli volta le spalle. Si rifiuta di credergli, anche se è stato lui a ucciderle gli amici, la madre. Nancy si volta dall’altra parte e dice: tu non sei niente. Sei finito.
E questo basta, per un po’. Lo ferma: la salva.
Ma io non sono Nancy. E non funziona così.
Nel finale del quarto Nightmare, Nancy è morta da un pezzo e c’è una nuova ragazza in città, Alice. Siamo tutte sostituibili. Alice riesce a uccidere il mostro prendendo uno specchio e mettendoglielo davanti alla faccia. Ma non basta mai. Il mostro è l’attrazione per cui il pubblico va al cinema, e quindi, in un senso o nell’altro, bisogna sempre trovare il modo di riportarlo in vita, e buttarlo sulla strada di nuove persone giovani da far morire malissimo, altrimenti addio serie. La ferita va riaperta, ancora e ancora.

Nei mesi in cui cominciavo a dire a voce, e poi a scrivere, una storia su cui avrei potuto fare chiarezza in centinaia di occasioni – di questo parliamo quando parliamo di corresponsabilità – mi sono tornate in mente, dal nulla, perché lì c’era il nulla, un mucchio di cose. La memoria ti strappa le unghie quando non stai guardando, credo di averlo scritto io.
Ad esempio: in realtà, di ragazzini miei coetanei che cominciavano a girarmi intorno, in quegli stessi mesi, dopo l’estate, ce n’erano diversi. E molto diversi tra di loro. Un amico di amici, carino forte, che faceva il liceo artistico; uno che andava nella mia stessa scuola in un’altra sezione, un conoscente di lui. Iniziavano ad esserci le feste il sabato sera.
Io ero strana comunque, mi sentivo molto sola, in parte lo ero: in parte non lo ero per niente. Una buona amica ce l’avevo.
Ma un ragazzino di tredici, quattordici, quindici anni non ti riserva gli argomenti e la dedizione di un uomo adulto. A volte ti chiama, a volte no, a volte sei tu che non chiami lui. Non ti dice che sei speciale. Non ti circuisce. E quando un ragazzino della tua età – altro ricordo, arrivato ora – dice alla tua amica che tu sei bella, perché un po’ sei ancora una bambina e per altri versi sei una donna, tu magari gli dai ragione, ma non sai come prenderla. Non ti senti scelta.

E ho trovato una fotografia, scattata l’estate dopo lo stupro, durante una vacanza-studio – tre settimane in un sobborgo di Dublino, scuola famiglia scuola famiglia parchetto comprare CD in centro, leggere la parola stupro e la difficoltà del guardarsi allo specchio in un libro di Stephen King, niente cinema però finire, in nome di chissà cosa cazzo, a riguardare un film in VHS a casa d’altri, Robin Hood, forse, che era ed è sempre stato molto brutto – in quella foto, io sono normale: rido. E sono una ragazza carina. Un corpo sano e magro per quell’età, fianchi giusti, una maglietta a righe, un bel sorriso, tanti capelli. Gli occhi chiusi per il sole. Il braccio intorno alla vita del mio nuovo amico, un fanatico di giochi di ruolo.
Quella faccia io non la vedevo.
Ne ho sempre vista un’altra.
Per anni non ho voluto essere fotografata.

Mi chiedo quanto la violenza mi abbia spinto verso certi materiali – lo strano, lo scuro, le storie vere, il contenuto forte, la pornografia amatoriale zeppa di refusi, i fumetti di Jessica Jones, i romanzacci abbandonati sulle bancarelle, i documentari sulle sette – e quanto invece sia successo il contrario. Non sono sicura che esista una risposta reale.

Conoscete il monologo interiore che accompagna chi ha subito un abuso sessuale. Avete letto qualche libro, avete visto persone parlare su uno schermo con la faccia nascosta: sapete tutto. La mortificazione bruciante, se non ci siete passati, vi manca, ma le parole le conoscete.
È colpa tua. Te la sei andata a cercare. Cosa pensavi che potesse succedere. Sei una troia.
Al mio monologo possiamo aggiungere: sei stata tu a entrare in quella casa. In realtà ci stavi. Non hai detto niente. Perché non hai detto niente? Prima sì e poi no? Non vali niente.
Tu non sei niente.

Dopo lo stupro sono stata cancellata. Un po’ alla volta. Le telefonate sempre più brevi e più rare, fatte di malavoglia, finché lui ha smesso di chiamare.
Io sono andata fuori di testa. Gli intasavo di messaggi la segreteria, una volta gli ho persino spedito un telegramma firmandolo con un altro nome. Lili. Ricordo la voce dell’impiegato postale. Avessimo vissuto nella stessa città, mi sarei piantata sotto casa sua a controllare, spiare, pretendere risposte.
Se avessi finto che mi piaceva, o se mi fossi mossa un po’, forse. No, non credo. Io ero un corpo nello spazio. Io non ero niente.
Non sono rimasta incinta. Non ho tentato il suicidio – nemmeno i gesti dimostrativi, la manciata di aspirine e i taglietti, o l’ideazione suicida, per cui ci pensi ma non lo fai: quella è arrivata dopo – ma credo che in quei mesi non mi sono ammazzata soltanto perché non la consideravo una possibilità, una cosa materiale che potevo fare sul serio. Tra l’altro, anni prima della mia nascita, in famiglia c’è stato un suicidio per depressione, un fratello minore di mio padre, e all’epoca mi avevano già detto che si era impiccato (non in casa, però, e non il giorno di Santo Stefano). Sta’ a vedere che alla fine sono sopravvissuta soltanto per essere diversa dalla generazione precedente, e che con lo stesso spirito ho evitato altre tare di famiglia, come la psicosi e il delirio allucinatorio. Sarebbe abbastanza buffo se così fosse.
Per il resto, ricordo il vuoto in cui sono caduta.

Altra cosa che mi è tornata in mente. Una telefonata assurda. Io e lui. Pomeriggio. Forse mi ero lamentata per la scuola. E lui, di botto, ha cominciato a gridare. Mi ripeteva, vorrei averceli io questi problemi. Ci starei io, al posto tuo, con la versioncina. Pronunciava la erre in maniera tale che la parola versioncina, ecco.
E invece di dire, ma cosa vuoi da me?: invece di dire, ma perché te la stai prendendo con una che fa il secondo anno delle superiori?, io sono stata zitta.
Da sposa bambina a sorellina ingrata è un attimo.
Quindi forse il mio stupro era un tentativo di tornare sui banchi di scuola fuori tempo massimo. Forse era una punizione. E forse lui voleva vedere fino a quale punto avrei accettato di restare muta pur di ascoltare la sua voce.

Per mesi non ho aperto libro. Restavo indietro, ogni giorno che non facevo i compiti aumentava la distanza tra me e gli altri, la mole di compiti arretrati e capitoli da leggere. Ogni scusa era buona per saltare la scuola, entrare alla seconda ora, imbucarmi nell’ufficio dell’assistente sanitaria dicendo che non stavo bene in modo da tentare di non essere in classe durante le interrogazioni. Quanto tempo a fissare le pareti dell’anticamera, ma non ricordo quali poster ci fossero appesi. In classe mi hanno messo in banco da sola. Tanto non ci sei mai.
Come tutti gli scrittori giovani che a stento sanno se sono morti o vivi, ho saccheggiato quei mesi facendoli attraversare a un personaggio del mio primo romanzo, a cui ho avuto cura di dare una provenienza, una famiglia e un’estrazione sociale diverse dalle mie, e che, soprattutto, era una bella donna. Ma i pezzi migliori di quella storia erano i miei. Il doppio maglione, forse triplo, l’ho fatto mettere a lei; il dettaglio sul Diario di Anna Frank è un dubbio che ho piantato in testa anche a lei.
Ci sono cose che non credo di aver raccontato bene. Le mattine passate seduta o in ginocchio sul pavimento del soggiorno, davanti alla televisione, il videoregistratore acceso, avanti veloce indietro veloce fermo immagine stop, io che scattavo fotografie a un fermo-immagine del mio film preferito, per catturare il momento subito prima che i due protagonisti si diano un bacio. Non il bacio: il momento prima. Ora non distinguo tra la macchina fotografica usa e getta, e la Polaroid di cui non avevo mai abbastanza rullini. Non si dice rullino. L’altra cosa. Sono stanca.
I pomeriggi in cui mi trascinavo fuori di casa, facevo, a piedi o in tram, la strada che mi separava dal centro, e cercavo qualcosa per ammazzare il tempo. Milano era piena di cinema, e ogni tanto ci andavo, ma più spesso non facevo nulla. Andavo alle Messaggerie Musicali a comprare Smash Hits. Guardavo le locandine. (Anni passati a guardare i trailer di Nightmare senza vedere il film intero: giorni piantata davanti al manifesto della sala parrocchiale che dava Buio Omega.) Rimbalzavo come una palla sgonfia per le stradine dietro Corso Vittorio Emanuele. Ho visto due volte Cicciolina, che faceva gli spettacoli al Teatrino, un locale, credo oggi chiuso, a un passo dal Duomo. La seconda volta l’ho vista che fumava una sigaretta lunga e sottile con la schiena contro una colonna del porticato, aveva una giacchetta a fiori, i pantaloni neri e gli occhiali da sole. Era bella, era ferma, e totalmente alienata da quanto le succedesse attorno.
Videocassette, cinema, Smemoranda, quella nera e quella azzurra, pornostar in pausa di lavorazione, il tuo stupro è legato a triplice filo ai consumi e ai dispositivi tecnici del periodo.
Un pomeriggio di primavera sono andata al secondo spettacolo a vedere Candyman – Terrore dietro lo specchio. Il database affidabile dice che è uscito il 25 marzo del 1993: i film restavano in cartellone molto più a lungo, allora, quindi potrebbe essere stata la fine di marzo o l’inizio di aprile. Non sapevo niente. Volevo solo stare fuori casa. Sono andata al cinema Pasquirolo, che oggi ha chiuso. Era una sala sotterranea di media grandezza dove si scendeva con cinque rampe di scale e dentro i muri si sentiva passare la metropolitana. Di gente ce n’era. Mi sono seduta nella stessa fila di una signora bionda, sola, per stare più tranquilla, ma ho lasciato almeno due posti tra lei e me. Forse ho detto buongiorno. Appena spente le luci, alla nostra sinistra, è cominciato un lungo struscio omosessuale di maschi che andavano e venivano dal bagno, non saprò mai se mercenario o per libero sport. I cinema di Milano negli anni ’90 erano tutti uguali, ma il Pasquirolo era proprio plateale. All’Excelsior l’estate prima avevo preso i pidocchi perché ci andavano a dormire i barboni. Mi sono sforzata di tenere gli occhi sullo schermo, la bocca coperta con il bordo del maglione, annusavo il mio odore.
Dettagli attaccabili: cosa ci faceva una donna di mezz’età al cinema a guardare Candyman alle cinque di pomeriggio, un pomeriggio infrasettimanale, per giunta? Eppure c’era, la bionda signora, e stava lì dubbiosa, quasi volesse controllare quel film dove intendeva andare.
Candyman è la storia di un fantasma che ammazza persone a caso. Pronunciate il suo nome per cinque volte guardando il vostro riflesso in uno specchio, e lui arriva. Una volta era una persona: un nero che stava con una bianca, e che era stato ucciso per quello. La storia è raccontata dal punto di vista della donna bianca che indaga, per accademia, su quella che crede essere una leggenda metropolitana.

Alla fine il fantasma viene sconfitto. Ma niente finisce mai: il suo posto dietro lo specchio viene preso dalla donna, che è morta. È il nome di lei, adesso, a innescare l’incantesimo.
Non ci ho capito niente. Volevo vedere un film dell’orrore normale, di quelli con l’assassino che rincorre i ragazzini tutti uguali, e mi ero presa in faccia una cosa molto più strana, più dura e scostante di quanto credevo. Una cosa che dice a sua volta cose sulla razza, sul rimosso, sulla cancellazione di chiunque dia fastidio al potere e all’ordine costituito, e che oggi, lo so, erano molto in anticipo sui tempi. Allora sapevo solo che dovevo tornare a casa e aspettare la mattina del giorno dopo.

A maggio ho studiato quello che potevo. A stento ho finito l’anno scolastico, ma non mi hanno bocciato. Di base credo che abbiano avuto pietà, e non li ho ringraziati. Tanto poi cambia scuola, avranno pensato: lasciamola andare e chiudiamola qui. Anzi, la mia professoressa di Italiano, una quarantenne ciellina che però non era un mostro né ce l’aveva con me, commentando i miei voti di uscita ha detto: certo non hai più la brillantezza di prima.

Il diario l’ho buttato nella spazzatura, dei vestiti credo di essermi sbarazzata mettendoli nel sacco da donare alla Caritas, i regali e le letterine li ho gettati via (oddio, forse addirittura bruciate sul davanzale di una finestra le lettere: no, quello è successo dopo). Ho fatto finta che non fosse successo niente. E sono andata avanti.

Ho sedici anni. È sera. Suona il telefono in corridoio. Vado a rispondere, i miei stanno guardando la televisione in soggiorno. È lui. Mi dice che si sta trasferendo a Milano per lavoro. Io frequento un’altra scuola e sto con un ragazzino della mia età. E quindi?, gli chiedo. E lui: devo far finta che a Milano non conosco nessuno?
Gli rispondo di andare a morire. Gli urlo in faccia per tre minuti, e lui insiste.
Quindi a Milano non conosco nessuno?
Quindi a Milano non conosco nessuno?
Quindi a Milano non conosco nessuno?
No. Sparisci.
Riaggancio.
Penso che abbiamo chiuso tutto e me ne sono liberata: fine. Mi sento grande, e brava.
Mi sbaglio.

A sedici anni ho ricominciato a studiare altrove prendendo buoni voti in media. Italiano sì, storia e filosofia sì, matematica e fisica no. Ho ricominciato a uscire con i ragazzi – non quelli che mi piacevano davvero, sempre quelli che corrispondevano di più al sagomato maschile del semestre. Alla maturità ho preso il punteggio massimo e agli orali ho portato una materia in più, lingua e letteratura inglese. Con la professoressa ho parlato di Jane Austen. Anni dopo mi sarei laureata in Storia del Cinema con una tesi su John Sayles, l’autore attraverso i generi, 110 e lode. Di quello che ho studiato, non ricordo niente. Solo un esame all’università su cui ero rimasta piantata per mesi, non riuscivo ad aprire mezzo libro, e volevo mollare tutto senza avere nessun piano alternativo. Mesi di vuoto in cui ascoltavo molta musica con gli auricolari, curva sul computer.

Negli stessi anni ho cominciato a dire e a non dire. Male, ovviamente. Ho scritto una lettera a un uomo, giovane, con cui ogni tanto andavo a bere in un pub di piazzale Lodi, e che collaborava alla mia stessa rivista, e che ha commentato dicendo l’unica cosa da dire: ma porca troia. Ho scritto una lettera, o una mail, all’amico canadese raccattato sul forum dei Pavement, un poverino, non se l’aspettava e non se lo meritava, anche se a casa sua avevano girato un film minore con Richard Gere. Tutto vero: io dico solo la verità. Però, a voce, non ho detto niente a nessuno.
Negli stessi anni, unica parte della mia storia in cui posso usare il sostantivo vergogna per esprimere uno stato d’animo, non ho creduto a quello che raccontavano gli altri.

Io non sono una vittima. Fatico a considerarmi tale, dato il contesto e la dinamica dei fatti, e il vuoto in cui ero piombata, anche se non siamo comunque lontani.
Non sono nemmeno una sopravvissuta, una parte lesa, o una thriver: la lingua inglese è già avanti, da survive siamo passati a thrive, molto in voga per le malattie gravi, per cui da un cancro non solo si esce sulle proprie gambe ma si esce migliori e perfino più sani di prima, si brilla, si splende, si domina.
Io sono la cosa che cammina dietro le pareti della stanza. Il rumore dei passi, il tonfo da dentro il muro. Io sono la cosa che vive dentro lo specchio.
Io sono quella cosa.

Tra i sintomi più comuni della violenza sessuale sul tempo lungo: ansia, depressione, abuso di sostanze, difficoltà a stabilire il proprio valore.
Nel mio caso individuale: scoppi di rabbia, difficoltà ad accettare di avere un corpo, oscillazione tra alto e basso, incertezza patologica riguardo la desiderabilità del potere, buttarsi in grembo a chiunque ti presti attenzione salvo poi ritrarsi di scatto, afferrare qualsiasi lavoro venga offerto, anche quelli orribili, nella ferma convinzione che se non ci si acchiappa a quella zattera si annega. Prendere decisioni affrettate e poi chiedersi: da qui, come ne esco? Scomparire.

Ho cominciato a lavorare quando ero molto giovane, somigliavo di più a un’attrice adolescente che a una scrittrice con ambizioni marcate, e non ho mai smesso, tranne quando, durante dieci, dodici mesi di pessime decisioni, ha rischiato di vincere il richiamo del vuoto. Ancora non riesco a vedere il lato buffo del frequentare un uomo che ti guarda in faccia e dice, la bellezza non è sinonimo di intelligenza, con il sorriso sulle labbra di chi per vocazione smista corpi femminili e maschili sul libero mercato del lavoro culturale, però forse, col tempo, e intanto oggi sono ancora qui.
Tre anni di lavoro li ho passati facendo una vita pericolosa, in cui non mi è successo niente di paragonabile a quello che mi è successo quando ero una bambina goffa. Decida il lettore se tossici e alcolizzati militanti sono, alla prova dei fatti, una compagnia migliore degli uomini di buona famiglia. (Sì. Sì, lo sono.) In quei tre anni, comunque, io producevo, tanto: libri no, non ancora, però centinaia di articoli, lunghi e brevi, parlavo alla radio quando serviva una femmina, andavo ai festival, stavo nel mondo.
Quelli sono stati gli anni in cui si è rifatto vivo.
E qui la mia storia si frantuma, diventa poco credibile.
C’è sempre un dettaglio che si lascia fuori dal quadro: al ragazzo con cui stavo all’inizio non ho chiesto se aveva una parola di sicurezza, magari, io gli ho chiesto se aveva una safe word, punto interrogativo, due bambini che giocano con i fiammiferi in una lingua straniera, here lies my one true love, born out of chaos and shadow; con l’adulto che ha abusato di me, diventata grande, io ci ho parlato e l’ho visto più volte. Volevo dimostrare che era acqua passata.
Via mail, mezze ammissioni da parte sua, di quelle che non ammettono niente, frasi qualsiasi su cosa poteva essere quel periodo, e un azzardo: forse, col tempo, la nostra storia era diventata una cosa bella. No, gli ho risposto, vaffanculo. E poi l’ho rivisto, sempre in pubblico, in mezzo alla gente, ma almeno cinque o sei volte.
E a un tipo che conoscevamo tutti e due qualcosa l’ho detta. Ora non ricordo cosa. Mi ricordo che ero arrivata a casa sua la mattina, a San Lorenzo, uscita da casa di un altro, ma a piacermi tanto era quel ragazzo, che faceva lo scrittore e aveva talento, non un altro. Stavo seduta in soggiorno, ho capito che tanto non mi voleva perché non ci aveva provato anche se mi aveva portato a bere la Peroni su una panchina davanti al Verano, mi dava appuntamento via SMS dicendo “ci vediamo al bar dei drogati, io porto il limone e l’accendino”, ed era una persona adorabile. Il divano era bianco. Qualcosa l’ho detta. Mai più visto. L’ho incontrato a una festa dieci anni dopo, quando si era sposato e aveva un figlio.
Andiamo avanti.
Lui leggeva e commentava il mio blog, ha cercato, poi, di seguirmi su tutti i social su cui io abbia avuto un profilo. A suo tempo, mi scriveva, aveva saputo anche di una piccola borsa di scrittura che avevo vinto.
Complimenti, mi diceva. Ho sempre saputo che eri una persona speciale.
Che posso dire, qui: meno male che non sono stata più speciale?
Cosa mi sarebbe successo, se fossi stata più speciale: mi ammazzava? Mi incatenava al muro della cantina come Elisabeth e mi lasciava lì? Chiedo per un amico.

Una volta a Roma mi ha portato a pranzo, sono sicura, al giapponese. Ero grande allora. Avevo la borsetta appesa allo schienale della sedia, stavo attenta a come tenevo le mani sul tavolo, e non ho collegato niente. Ho collegato adesso.

C’è stato un anno – non ricordo se i quindici o i sedici, voltare pagina e stare zitta – in cui una parete della mia camera, da bianca e vuota che era, l’ho tappezzata di fotografie degli attori, ma anche di singole parole o di paragrafi ritagliati dalle riviste di dischi libri e film. A parte l’ovvio (quante foto di Christian Slater), ricordo di aver staccato e incollato una frase di un regista allora molto alla moda nel giro critico e oggi dimenticato, Hal Hartley: ho solo talenti parziali, diceva, il cinema mi ha permesso di metterli insieme. La parete che non poteva restare vuota era quella a cui era accostato il letto singolo in cui dormivo.
Forse volevo che la mia camera somigliasse di più a quelle dei ragazzi che si vedevano nel cinemino americano del periodo. Felici o infelici, i loro muri occupavano spazio: parlavano di gusti, di ribellione, di aspirazioni. E forse ci vuole del metodo per non sopportare la vista della parete bianca a quindici sedici anni.
Due o tre stagioni più tardi, ho staccato tutto e l’ho buttato via.

Per alcuni anni, dopo i trenta, ho trovato una soluzione nel lasciare che di me si dicesse qualsiasi cosa. Io ero la parete su cui gli altri erano liberi di proiettare le loro immagini, le loro fantasie, le loro aspettative, persino. Le voci della mia ninfomania compulsiva ci hanno messo il loro tempo ad arrivare, però mi sono arrivate, alla fine. Arriva tutto. E i loro aggettivi. Sempre due. Quando l’aura del danno doveva vedersi tanto, ho cominciato a essere tormentata e intensa. Ne facevo una questione d’onore, di quanto poco mi interessava l’essere definita, e in certi passaggi cruciali – ma quelli sono arrivati dopo – non mi sono saputa difendere.
Col tempo, tormentata e intensa sono diventati sfuggente e sfuggente sono diventati coraggiosa e complicata  sono diventati fragilissima e instabile.
Non sono mai stata nessuna di queste cose. Ma nessuna delle persone con cui lavoravo, persone forse dotate di fede incrollabile nel quieto vivere e nell’ordine narrativo del mondo, era in grado di stabilire quale Violetta si sarebbe manifestata, tra la femmina che raccontava cose dure anche in televisione e la bambina sperduta che non apriva bocca se non per accendere una sigaretta dal mozzicone di quella non ancora terminata. Un margine di confusione ci stava tutto.
E in uno o due casi mi sono rifiutata di essere un accessorio. L’oggetto culturale che stava nel mondo appeso al braccio di un uomo. La prescelta: la discepola. L’ancella. Lei sì. Lei può. Leggetela: è brava.
Quello non l’ho voluto fare.
Non perché non volessi imparare, ma perché non volevo essere plasmata né coltivata da nessun altro.
E conosco il vuoto in cui si cade quando quell’attenzione viene a mancare, trova qualcosa di meglio, o di più urgente, rispetto a te.

Il potere non ha un sesso di nascita, ma assume tratti maschili per abitudine. Il potere sceglie. Lei è bella, lei si farà: ha una strada. E poi non essere niente. Lei non è capace, lei è bruciata: fine.
Il potere sostituisce.
La donna nel lavoro culturale occupa uno spazietto. Dorme in soffitta e indossa abiti smessi. Vive nell’attesa di un cenno del capo. Difende con rabbia i suoi quattro stracci. Se il padrone si ammala, lei è dispiaciuta. Se la casa va a fuoco, lei si butta tra le fiamme sperando di spegnerle.

La fatica immane che mi costa in questo momento parlare e scrivere in italiano.

Credevo che stando zitta mi sarei salvata, che l’unico modo di arrivare, presto o tardi, a occupare uno spazio mio stesse nel negare furiosamente – a me stessa prima degli altri – che mi fosse successo niente del genere. E comunque, se avessi aggiunto quella macchia a un profilo pubblico che anche prima del Corpo non era inattaccabile, figuriamoci dopo, non avrei lavorato più. Non avrei avuto un posto. Scordiamoci la rispettabilità, la normalità.
Solo che io non sono mai stata rispettabile, nemmeno quando sono finita nella celebre antologia dei migliori scrittori italiani under 40, e a scrivere quel racconto ci avevo messo settimane, con infiniti giri di editing per le micro-azioni e i beat narrativi, e sui dialoghi mi ci ero sfiancata, avevo consegnato per prima, la cocca della maestra, perché siamo in serie A: comportiamoci bene.
Alle presentazioni ero un pezzo di legno che non pareva aver scritto un capoverso di un racconto di finzione che due cose sulla sua adolescenza finiva per raccontarle comunque.
Alla presentazione di Milano, un autore della stessa raccolta, consapevole di stare sul palco e di avere un microfono in mano, ha detto che il suo racconto adombrava un’esperienza di pedofilia. E io, dopo, invece di andare da lui e chiedergli se voleva fumare una sigaretta e fare due parole, mi sono fiondata da un’altra autrice e ho chiesto, tutta affannata, a lei: ma questa è una cosa pubblica? Ma sta nella sua biografia ufficiale? La cena l’ho passata senza guardarlo.

Oppure. Prendiamo l’assenza di emozioni che ho sempre provato di fronte a quelli che per uno scrittore, bravo o non bravo, dovrebbero essere riti di passaggio: vedere il nome e cognome scritto sul giornale per la prima volta, l’inizio di una collaborazione, la copia fisica del libro, e poi le interviste, la TV. Io ero nervosa, a volte, ma non emozionata. Se mai, di fronte alle prove su carta, ho provato un senso di vuoto.
Sono stata io?
Non posso. Torniamo indietro.
Questo distacco si poteva scambiare per cattivo carattere. Forse lo era, perché no. È possibile che aver cominciato presto mi abbia tolto qualsiasi illusione sull’efficacia della parola scritta quando si tratta di avere un nome. Avevo sedici anni quando, per un altro caos di quinto livello, il vicino di ombrellone che mi ha sentito chiacchierare di X-Files, sono finita a scrivere qualche articolo, cinque?, per un quotidiano nazionale. Facciamo scrivere la ragazzina, in televisione c’è Ambra. Andavo alle superiori. E avevo diciannove anni quando sono entrata nel giro delle fanzine, delle piccole riviste. Il primo lavoro pagato sul serio ce l’ho avuto a ventitré. Mi sono professionalizzata più in fretta che ho potuto.
Il lavoro è stato l’unica cosa capace di darmi emozioni. Non le persone, non gli ambienti. Il lavoro materiale della scrittura. Aprire, eseguire, stare nel testo, la parola, la riga che deve filare, salvare, chiudere, spedire. Avanti un altro. Fare ricerca: andare a fondo, esaminare, consultare le fonti.
La prima volta che non ho avuto un moto di orrore nel vedere un lavoro stampato è stata quando ho tenuto tra le mani una copia della Festa nera. Questo l’ho fatto io, ho pensato. La prima volta che non mi sono intestardita nel non voler leggere le recensioni, anche. Avevo quarant’anni, avevo fatto il mio piccolo coming out in famiglia e tra gli amici, ero appena stata aggredita per strada, stavo negoziando un rapporto quotidiano sorprendentemente civile con le locali forze dell’ordine: non avevo niente da nascondere.

Ho scelto un mestiere pubblico, e poi ho avuto senz’altro una vita molto più pubblica, nel bene e nel male, di quanto abbia la maggioranza dei miei colleghi.
L’ho scelta, ma non l’ho scelta.
La tensione costante tra il desiderio di essere vista e la consapevolezza che se qualcuno ti vede, ti vede davvero, non va bene per niente.

È l’anno in cui esce Il corpo non dimentica. Ho trentasei anni, credo. Perdonate se vi ho incrociato e non mi ricordo di voi. Sono a Roma, presento il libro in un bel posto. La giornata ha avuto un arco che in quei mesi mi è familiare: arrivare in treno, intervista in TV, intervista al telefono, per strada, farsi filmare in un negozio mentre qualcuno mi lava i capelli, farsi scattare la foto accanto all’ingresso della libreria.
La persona che chiacchiera con me, dopo un quarto d’ora, mi chiede se c’è qualcosa che nel libro non ho detto.
Sarebbe il momento giusto per dire che sì, c’è. Anche solo accennare. Una serata calda, una libreria accogliente, tanti lettori attenti, partecipi, il sogno: una brava scrittrice che mi presenta, e che mi ha fatto una vera domanda.
A cui rispondo: sì, c’è, e me la porterò nella tomba.
Silenzio in sala, pausa breve ma raggelante, occhi a terra.
Non sia mai detto che non so come rovinare una festa.

Ho trentasette o trentotto anni. Sono in terapia. La persona che mi segue sa cosa chiedere. Sa che c’è stata violenza, perché l’episodio l’ho detto subito che era successo, ma fino a oggi non mi ha chiesto se volevo ripercorrerlo. Tra l’altro, sono stata indirizzata in questo studio da una psichiatra che sapeva cosa guardare, se di fronte a sintomi quali “crisi depressive” e “blocco dello scrittore” mi aveva mandato da una persona specializzata in trauma da stupro.
Me lo fa attraversare, tutto. Dettagli che ora non racconto. Dettagli sull’escalation, sull’avvicinamento, sulle cose che mi venivano dette al telefono. Su dove sono stata toccata la prima volta. Non ho parlato: ho indicato il punto.
La devo avvisare, mi aveva detto, fa molto male.
Sarò libera, dopo?, avevo chiesto, con la vocina incerta che mi usciva di bocca quando non stavo attenta a come parlavo.
Sarò libera, dopo.
Ma sono domande da fare. Sei una bambina.

Ho cominciato ad essere una persona tra i trentanove e i quarant’anni, un periodo in cui a tratti sono stata una sonnambula – non ero più una ragazza, non potevo invocare l’alibi della rispettabilità, parla oggi o scavalca la finestra era il nome del gioco – e poi una donna molto difficile con cui lavorare: volevo tutto a modo mio, non sopportavo di perdere tempo. Ci vuole un po’ a disinnescare la dinamica della cosa rotta, se è l’unica che conosci bene, come ci può volere un po’ ad abbracciare l’assenza di linearità in una vita personale che è sinonimo di professionale, e quindi – ci vuole il quindi, per forza – nella stessa stagione sono stata aggredita per strada.
Sì, perché non vi racconto una storia. Prendiamoci un’ora, con calma, magari due, fumiamo molte sigarette e togliamo la musica, e lasciate che vi presenti le prove in triplice copia del dopo, premettendo che la vittima è una donna bianca con i documenti in regola, capace alla bisogna di esprimersi in un italiano sostanzialmente corretto. È una storia buffa. Inizia con un perfetto estraneo che mi insegue lungo un viale battuto da automobili e passanti nel centro della seconda più grande città italiana, un sabato sera di aprile; prosegue con me che torno a casa, ci dormo sopra, e il pomeriggio della domenica vado in Questura; si dipana in dodici giorni in cui ripeto cos’è successo quattro volte (credo) ad almeno tre persone diverse, uomini e donne, la stesura della denuncia, le riprese delle telecamere di sorveglianza, scattare fotografie tali da confermare cosa indossavo la sera in questione, il sopralluogo sulla scena del fatto, qui, lui stava qui, la macchina che mi viene a prendere, non riconoscibile, la visita non obbligatoria ma caldamente suggerita al centro anti-violenza dell’ospedale, fa’ vedere che collabori altrimenti pensano che sei pazza, le battute su Law & Order, mie, la psicologa pronta a confermare che la memoria è un mistero, signora, è normale che certe cose le abbia stampate negli occhi e altre siano tutte sfocate, frustranti, il prelievo di sangue per la batteria di test da ritirare in data (…) : una bella storia. Un inizio, un centro, una specie di finale.
Non ho seguito la procedura per sete di giustizia, e nemmeno perché mi considerassi la parte lesa – l’episodio in sé l’ho paragonato a un piccolo furto – ma perché il primo impulso era stato fingere che non fosse accaduto niente, riavvolgi e cancella.
Se avessi ceduto all’impulso, presto o tardi, un incidente confinato a un luogo e un tempo preciso sarebbe diventato parte di una storia non mia. Di sicuro stavolta ha reso tutto più scorrevole il fatto che la risposta ad alcune domande – lo conosceva?, l’aveva già visto?, è il fidanzato? – fosse soltanto la parola no.
Entro una settimana stavo leggendo a voce alta in una libreria della stessa città. Entro due settimane ho cominciato a frequentare quello che sarebbe diventato il mio ragazzo.
Quando gli ho raccontato dell’aggressione – di persona, una scelta, in un bar: tra tutti i posti possibili al bar, Violetta, allora è vero che loro invecchiano e tu hai sempre la stessa età – quando gliel’ho raccontato, il mio ragazzo ha fatto una smorfia, ha socchiuso gli occhi, forse ha abbassato la fronte, e ha detto che gli ci sarebbe voluto del tempo per assorbire la cosa. Ecco, lì mi ha visitato il seguente pensiero: scendi dalla croce, stella, tu non devi assorbire una sega di niente. Era una reazione comune, la scorsa primavera, ipotizzare che l’aggressione fosse stata un danno spaventoso, e prendersi o impormi una tempistica del tutto aliena per elaborare l’accaduto. Anche un caro amico, molto preoccupato, diceva che mi ci sarebbe voluto del tempo perché io metabolizzassi. Il linguaggio. Uomini perbene, entrambi, case piene di libri, uomini femministi che per solidarietà o impotenza tentavano di aggiungere la loro firma sul certificato emesso da un ministero dei traumi con cui in realtà stavo avendo sempre meno a che fare.
Però, dopo, gli occhi li stavo chiudendo io – ero molto stanca – e prima di sentire la mano del mio ragazzo che mi toccava il viso ho sentito l’aria che si spostava. E anche se in futuro avrei avuto parecchi dubbi su quanto ci fosse di autentico nel legame, e quanto fosse stata una performance l’avermi acciuffata e rivendicata come la sua donna, so che quel gesto era buono, il momento reale. Lui stava provando a dire una cosa.
Ho pensato, sì.

Da giovane non sapevo che potevo cambiare lavoro un milione di volte, l’ho fatto, ma che mi stavo infilando in un settore colonizzato da uomini che ti spiegavano chi eri tu, dove stavi andando, quali aspirazioni era lecito coltivare, quando si poteva parlare di stupro e quando di fraintendimento culturale. Parlo al passato perché qui e ora, dopo un anno di frettoloso re-branding solidale, i maschi stanno un pochino più attenti quando si trovano in compagnia: amano discutere sulle scrittrici o sulle artiste, mentre a porte chiuse alcuni di loro continuano a decidere cosa sia buono per le ragazze, in generale, chi debba essere calata nella sagoma della futura leggenda a caviglie serrate e chi in quella della matta scomposta, il contagio umano. Se c’è un cambiamento in atto, non cancella decine di conversazioni dalla mia memoria. Non cancella il fatto che ogni volta, per anni, io volevo soltanto voltarmi e dire: guarda che io lo so cos’è uno stupro. Amico, io lo so, cosa succede a entrare nella casa sbagliata con la persona sbagliata, come ci si sente quando si viene tenuti fermi, perché tu, con quella faccia, manco ti sarai preso una gomitata in sala giochi. Volevo dirlo ma non l’ho detto.
Corresponsabilità: avrei potuto cambiare la conversazione.
Corresponsabilità: avrei potuto proteggermi.
Me ne sono andata sbattendo la porta. È stato un errore.
D’altra parte, però, se fossi stata consapevole fin dall’inizio dei limiti messi alle donne, se quindi non avessi cominciato a guardare i film che mi piacevano, a leggere certi libri e riviste, e poi a scribacchiare io, prima poco, poi di più: che razza di vita avrei avuto?
A volte penso, con la massima calma, che sarei finita per strada – a fare cosa, dipende dai giorni. Oppure non sarei mai tornata indietro dall’estate a Berlino Est in cui mi svegliavo alle cinque di mattina per pulire la cucina comune di un ostello che oggi ha chiuso.

Ho quarant’anni e sono una bellissima donna. Tra poco ne compierò quarantuno. Ho una faccia che mi piace molto, dal vivo e in fotografia. Quando mi dicono, lo sai che fai paura, io rispondo che sì, lo so, e quando mi chiedono cosa mi abbia spinto a scrivere da ragazza dico che volevo una vita interessante. Ho un corpo sano, per ora, che mi piace portare in giro. Parlo a voce alta. Mi sono capitate due cose sgradevoli, la prima ha lasciato un segno, l’altra nessuno. Ho voluto bene a un ragazzo che sapeva tutto e che diceva di volermi ancora di più, non ho mai desiderato tanto il corpo e la testa di una persona, diceva, e poi un giorno è scomparso. Fine della storia triste. Sono libera. Mi piace Cannibal Holocaust, mi piace Mindhunter, mi piace Veronica Raimo, Starship Troopers l’ho visto al cinema Mediolanum, sto leggendo Cimitero vivente, mi piace molto camminare da sola di notte, e la parola vergogna, credo, appartiene a qualcun altro.

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