Dove eravate tutti?

di Giacomo Raccis

Pubblichiamo stamattina un lungo e meditato approfondimento arrivatoci da un nostro lettore, un intervento che si inserisce nella discussione sul romanzo italiano contemporaneo sollevato dal libro di Paolo Di Paolo, «Dove eravate tutti», che nelle ultime settimane si è ricavato ampio spazio nelle pagine di blog e quotidiani, interessando e coinvolgendo non pochi esponenti del dibattito culturale. A seguire, un’intervista di Emiliano Sbaraglia a Vittorio Giacopini, la cui opinione in proposito era stata tempo fa ripresa sul nostro blog (qui l’articolo).

Italo Tramontana è un giovane romano, classe ’83 come il suo autore, Paolo Di Paolo: vive con sentimentale smarrimento l’approssimarsi di un passaggio all’età adulta che, per la sua generazione, coincide con la conclusione degli “anni zero” («luogo del resettamento, dell’impostazione di nuovi discorsi» ). Giunta la fine di un decennio la cui imperscrutabilità è sancita dalla stessa difficoltà di nominazione («Eh, anni zero, anni duemila, anni-senza-nome, chiamateli come vi pare», p. 87), questo laureando in storia contemporanea – spinto dall’avvertimento di un palpabile senso di “fine-impero”, che sente riflettersi in tutte le piccole cose cha animano la sua vita – ritiene che sia giunto il momento opportuno per guardarsi indietro e tentare di distinguere in quel «grumo colloso come un cucchiaio di miele» (p. 33) che è la Storia quali momenti sono stati realmente significativi. L’inarrestabile accavallarsi di informazioni giornalistiche e discorsi televisivi si affianca a un accumulo nevrotico di oggetti che saturano fatuamente le esistenze di ciascuno; insieme generano una percezione del presente indistinta e congestionata, forzatamente limitata agli estremi temporali del “subito prima” e del “subito dopo”. Non c’è spazio per una prospettiva distaccata e lunga che permetta di comprendere razionalmente.
Di Paolo dispone così le premesse di una ricerca che prova a condividere con il suo personaggio: individuare gli scarti minimi, i mutamenti impercettibili, i microsismi che hanno determinato nel profondo il delinearsi dei movimenti più evidenti ed eclatanti della storia attraverso un’eterogenea molteplicità di vicende. A tracciare i confini di questo campo di ricerca sono due eventi della storia familiare del personaggio, che vengono a coincidere con due passaggi decisivi della storia recente del paese: nel 1993, il nonno di Italo ha il suo primo ictus, mentre si svolge il tumultuoso passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica; oggi, la morte del nonno segna una data di scadenza a un periodo che retrospettivamente sembra non aver portato alcun cambiamento: «L’Italia aveva tutta l’aria di essersi addormentata in quell’anno» (p. 26). Capire come i grandi passaggi della crescita individuale possano aver avuto luogo in un contesto tanto uniforme e opprimente, pensare a come sarebbero potuti essere quei momenti in una realtà diversa: questa è la scommessa civile di un ragazzo in cerca di “riscatto” per sé e per quanti, come lui, hanno visto la loro “età della coscienza” coincidere precisamente con l’età berlusconiana.

Mi sento costretto a concludere che niente di decisivo nella mia vita fin qui è accaduto senza che ci fosse, da qualche parte, Silvio Berlusconi.(p. 27)

Lo strumento, letterario e a un tempo metanarrativo, attraverso cui l’alter ego dell’autore intende affrontare questa operazione di “ricostruzione del senso” è una tesi di laurea. L’ambizione è elevata, ma anche parecchio indefinita: il professore che dovrà seguirla sembra perplesso tanto per l’oggetto scelto («La sua idea di tesi su Berlusconi è velleitaria e anche un po’ sciocca», p. 96), quanto per le modalità di svolgimento. Anche il padre di Italo nutre dei dubbi sulla sua capacità di portare a termine un tale lavoro («la cosa più illogica tra quelle illogiche», p. 95). Eppure nella testa dello studente l’obiettivo di questa tesi appare molto chiaro: una mappatura dell’ultimo ventennio di storia italiana, osservato “da dopo e dall’alto”, come prescrive la deontologia del lavoro dello storico.

Il distacco dello storico. Una qualità che avrei voluto, che vorrei avere nella vita. Mi piacerebbe sempre riconoscere le forze in campo, nelle vicende che mi toccano. (p. 33)

Un distacco, però, che sia non solo spazio-temporale, ma anche culturale, sociale, politico: il distacco di una gioventù in cerca di un’emancipazione tanto desiderata quanto complicata nelle condizioni etico-civili del tempo presente. La scrittura della tesi, di questa tesi, sarà così, per Italo Tramontana, un atto di “riscatto”, una dichiarazione di “adultità” agli occhi della società dei padri, e in primis agli occhi dei genitori, che, si vedrà, rappresentano il vero destinatario di quest’opera in cui fiction e autobiografia si intrecciano secondo modalità nuove, che prescindono dalla mera fedeltà alla cronologia personale dell’autore.
Paolo Di Paolo affronta così una questione che ossessiona molti degli scrittori italiani delle ultime generazioni, quella che Vittorio Giacopini ha definito, con un compiaciuto gusto per lo slogan americaneggiante, la scrittura del “Grande Romanzo Italiano”. Ci si sono cimentati Scurati, Lagioia, Vasta, D’Amicis, ma anche scrittori di una generazione precedente, come Veronesi, Van Straten, Lodoli, Onofri. Questi hanno tentato di sviscerare la vicenda italiana, per comprendere da dove venisse il mondo che ci è esploso davanti agli occhi negli anni ‘90; hanno fatto archeologia del presente, individuando negli inindagati anni ‘80 il brodo primordiale della civiltà “ipermoderna” (e questo della necessità di riscoprire il decennio che va da Vermicino alla caduta del muro di Berlino è ormai un leitmotiv della discussione intellettuale di nuovo engagement). Tutti hanno provato a leggere il presente in continuità con il passato, scoprendo certamente dei momenti di rottura, dei salti che hanno prodotto piccole trasformazioni dell’immaginario, della cultura diffusa, ma privilegiando un movimento lungo, che legasse tra loro le generazioni, ne esplorasse i meccanismi ereditari.
Dove eravate tutti si propone come una novità in questa recente tradizione del romanzo civile italiano, delimitando il campo del discorso entro i confini di un’esperienza civile e culturale che si chiude in una precisa coincidenza con l’estensione del periodo indagato. Di Paolo esibisce fin da subito il contrassegno della propria generazione: la data di nascita, ma anche la condizione sociale. Il suo personaggio è uno studente laureando, intorno ai 26 anni, quindi in ritardo nel proprio corso di studi, ma che non sembra avvertire fretta o pressione, che abita ancora in casa con i propri genitori e che non ha vissuto significative esperienze lavorative, intellettuali o sentimentali. Il suo luogo d’appartenenza è la famiglia. Italo Tramontana è un ragazzo senza esperienza che prova a comprendere le origini della propria coscienza, cercandole nell’eredità culturale e civile dei genitori e insieme nelle più evidenti manifestazioni di quella civiltà massmediatica e ultracapitalista nella quale è cresciuto. Di Paolo mette in scena il romanzo di una formazione tentata e probabilmente fallita. Una formazione sicuramente in ritardo, ma decisamente consonante con lo stato di indifferenza e apatia che ha caratterizzato la società civile degli ultimi quindici anni. Si tratta di un progetto ambizioso tanto quanto difficile per chi lo affronta da una situazione di subordinazione: Italo, come i propri coetanei, tutti all’inquieta ricerca della propria strada (come il fallito progetto berlinese di Scirocco, la ragazza per cui Italo ha un debole fin dai tempi delle elementari), non ha mai conosciuto condizione differente da quella in cui ora amaramente si riconosce, tuttavia inizia ad avvertire la necessità di spiegarsene la ragione, l’origine. Comprendere le spinte interne che animano lo sviluppo la realtà contemporanea appare ormai imprescindibile per capire anche il proprio ruolo, il proprio comportamento, il proprio movimento al suo interno. In gioco c’è la capacità di elaborare, ma anche solo immaginare un futuro diverso, che non sia solo un prolungamento cieco del presente, la deriva di una nave rimasta senza comandante-ammaliatore e dalla quale tutti vorrebbero scendere. Il riscatto della propria giovinezza è la condizione necessaria perché l’uscita di scena del Capo non spenga definitivamente la luce sull’Italia e sugli Italiani (p. 141).
Tutta la difficoltà di questo progetto si palesa in una scena che Di Paolo pone al centro del libro e che vorrebbe trasmettesse l’afflato di un’intera generazione in cerca della propria identità. Nel corso di un festeggiamento di laurea, un’amica di Italo, presa da un’allegra sbornia, propone a tutti di contribuire alla stesura della tesi di quest’ultimo: ciascuno dovrà dire con una parola cosa il decennio che si sta per chiudere evoca alla memoria. In questo modo gli amici forniranno a Italo la “materia prima”, quella su cui poi lo storico costruirà la propria struttura interpretativa. Ciò che ne risulta è un brainstorming in piena regola, dove si affastellano i termini più eterogenei, l’IPad e dr. House, Ahmadinejad e i “bamboccioni”, il Wi-Fi e i “precari”. Il foglio scritto riprodotto sulla pagina del libro s’impone come una vera e propria metafora del romanzo di Di Paolo così come delle ambizioni del suo coetaneo protagonista. Qui si rivela la debolezza e la parzialità di qualsiasi impegno “costruttivo” di fronte a una realtà che continua a manifestarsi come una proliferazione ininterrotta e inesauribile di oggetti, eventi e persone, le cui connessioni reciproche continuano a rimanere imperfette nella coscienza di chi cerca di comprendere. Il tentativo di far riemergere “i mal di stomaco, il vento, gli sbalzi d’umore, le decisioni improvvise, le previsioni del tempo, i sogni” (p. 30), tutti quegli elementi minimi ma determinanti che gli storici trascurano quando si cimentano nella geometrica arte di tracciar linee di congiunzione, naufraga inevitabilmente. Questo recente passato nella sua incompiutezza si rivela materia ancora troppo calda per essere maneggiata e ordinata in schemi articolati e analitici. Nel foglio si affastellano cause e conseguenze: la forma caotica attraverso cui queste sono trascritte corrisponde al caos che ottunde le capacità ermeneutiche dei giovani in cerca di spiegazione; lo spazio bianco che separa i termini rappresenta «la vita che c’è in mezzo» e che tra causa e conseguenza «sparisce» (p. 30).
Italo Tramontana prova a riempire questo spazio bianco con la propria esperienza personale, quindi familiare: egli individua il nodo più oscuro, su cui mirare il proprio studio (interno e soprattutto esterno alla tesi di laurea) nel nesso che lega dimensione pubblica, giornalistico-televisiva, e dimensione individuale, affettiva (si vedano ad esempio gli intermezzi sulla vicenda dei nonni paterni, evocativi tanto quanto evanescenti). Per questo nei Faldoni 1 e 2, nei quali Italo inizia a raccogliere il materiale documentario per la propria tesi, ai ritagli di giornale sugli eventi cardine dell’ultimo decennio si affiancano appunti che rievocano il vissuto personale legato a quegli avvenimenti. Alle riflessioni sull’evoluzione della società berlusconiana si intrecciano gli eventi di una vicenda familiare che entra improvvisamente in crisi: l’episodio criminoso che coinvolge il padre di Italo (l’accusa di aver volontariamente investito un ex-alunno, che scopre essere sempre stato particolarmente inviso al professore, neo-pensionato) è un’occasione per verificare le reazioni e le capacità di un uomo che si rivela sempre più simile al Grande Capo tanto odiato dal ragazzo («La sensazione era che le parole di Berlusconi echeggiassero sempre più spesso quelle di mio padre», p. 70); la fuga a Berlino della madre, manifestazione di una crisi che travolge anche le dinamiche famigliari, dà invece l’abbrivio per qualche considerazione impressionistica e liricheggiante sul senso dei luoghi attraversati dalla Grande Storia.
Il risultato però è quello di una narrazione-collage (sul modello di Rauschenberg, come ci verrà svelato), fatta di materiali scrittorii e documentari di vario genere (dal ritaglio di giornale al disegno, dalla mail formale al facebookiano post) disposti in un ordine sparso, più simile al foglio del brainstorming che allo schema cronologico dell’ultimo decennio riprodotto alle pagine 144 e 145. Il racconto procede per brevi brani, che consentono all’autore di esibire alcuni spunti di riflessione, ma non lo costringono a svilupparli in maniera articolata. Questo procedere caotico, che è proprio del narratore tanto quanto del suo autore, rivela progressivamente come il vero centro di questa indagine non sia tanto la Storia, con i vincoli che implicitamente impone alle singole esistenze, ma piuttosto il nucleo familiare come campo d’intersezione tra rappresentanti di diverse epoche, di diverse culture e civiltà. È la dialettica transgenerazionale a essere fatta oggetto dello sguardo distaccato e “sopraelevato” dello storico.
Il romanzo di Di Paolo sembra perdere la propria sfida, non riesce a farsi opera civile e politica per gli Italiani in cerca di verità sugli anni bui del berlusconismo; tuttavia s’impone come “romanzo generazionale” e insieme romanzo “familiare”. Sono il padre e la madre il “tutti” del titolo: a loro è rivolta quella domanda-esclamazione, che affida il proprio senso al pathos dell’intonazione più che alla reticenza della punteggiatura. Se potesse Italo Tramontana scriverebbe la tesi sulla propria famiglia: libero da vincoli istituzionali e burocratici Paolo Di Paolo lo fa. E per il tramite del suo alter ego invita ciascuno a farlo: «Ma in effetti in cosa mi sto laureando?, mi chiedo. In cosa ci stiamo laureando tutti?».
L’invocazione del giovane ai genitori sembra la naturale conseguenza della mancanza di testimonianza che Massimo Recalcati, psiacanalista lacaniano, individua come nodo centrale della relazione padre-figlio nella società “ipermoderna” . Sbriciolatasi l’immagine del Grande Padre, legislatore e dispotico, venuta meno l’autorevolezza di quelle istituzioni politiche e religiose che in altri tempi ne hanno sopperito l’assenza, oggi la figura paterna oscilla tra l’insubordinazione supina alle esigenze del figlio («Sono puniti: a cena i figli non ci sono mai», p. 68) e il tentativo cieco di preservare in piccole manifestazioni di “potenza” il proprio spazio autoritario, sempre più ridotto ed effimero (come lo sguardo paterno giudicatore che tante volte ha inibito Italo). Quello che viene trascurato però da entrambe le categorie genitoriali è il momento della trasmissione ereditaria: il figlio deve sapere «quanti padri è stato suo padre» (p. 68), deve poter avvalersi di questa testimonianza nel momento in cui ogni legge ha perso senso e validità. E invece Italo è cresciuto imparando a conoscere i silenzi del proprio padre, non le sue parole. Nel momento in cui decide di imparare a camminare con le proprie gambe, fa la conta degli strumenti che gli sono stati dati in lascito e si trova a mani vuote («padri come questo non hanno appreso la lingua dei sentimenti»(p. 68). E di fronte ha un mondo esuberante ed eccentrico, impossibile da manipolare senza l’aiuto di qualcuno che alla stessa età abbia già provato a farlo.
Così, la cifra più originale di questo romanzo risiede proprio nella rivelazione di una condizione di incomunicabilità generazionale, che rappresenta forse l’elemento più decisivo e necessario da comprendere per scardinare i nodi della nostra società. E lo fa senza la vocazione parricida e autoelettiva del Vogliamo tutto del Balestrini più barricadero, senza la vena autodistruttiva e fintamente disinvolta degli Altri libertini di Tondelli; lo fa dall’interno di un nucleo familiare che fino un momento prima sembrava indissolubile, vera e propria culla della nostra civilizzazione. E che adesso si rivela in tutti i suoi doppi sensi, nelle sue ambiguità, nelle sue sfrangiature («Avremmo dovuto ripensare mamma e papà non come un’unica entità… ma come mamma più papà», p. 151). L’io parla da una condizione di minorità di fronte ai misteri e alle difficoltà della vita e invoca disperatamente un aiuto. Da solo egli non sa far altro che inseguire vecchi sogni d’infanzia, sbirciare dalla serratura della camera dei genitori, che però adesso dormono in camere separate (Roma e Berlino).
Quello che manca ancora da sottolineare, e che in qualche modo demolisce l’immagine sincera e autentica di questo tentativo di emancipazione, è che l’ingenuità esibita dal giovane protagonista da un lato è solo parzialmente giustificata (e lo ricorda bene Filippo La Porta, invocando la responsabilità filiale nello scegliersi i propri padri – responsabilità che riguarda necessariamente anche l’errore e il tradimento ), dall’altro risulta solo maliziosamente simulata. La Nota dell’autore che chiude il libro cos’altro è se non una faziosa e clamorosa smentita? Tutta la riflessione sulla caoticità del tempo presente, il tentativo di ricomporre attraverso una narrazione frammentaria e combinatoria le forme del pensiero e dell’immaginario contemporaneo, la conseguente dichiarazione di fallimento nel momento in cui all’arabesco non si è riusciti a sostituire la linea retta si rivelano come compiaciute finzioni, ingannevoli dissimulazioni, frutti di un’abile costruzione più che di un ingenuo disorientamento. Il corpus bibliografico chiamato in causa, oltre a rispecchiare le direzioni di un meccanismo di acculturazione giovanilisticamente eclettico e votato al mélange (i Coldplay di fianco alla Palinodia al marchese Gino Capponi di Leopardi…), svela in qualche modo quanto è stato tenuto volontariamente nascosto per aumentare l’affetto pietistico dello smarrimento del giovane protagonista, per rendere più credibile le premesse del suo atto d’accusa. Così facendo, però, a essere tradita è la fiducia del lettore, immedesimatosi nelle ragioni dell’“orfano”.
Quello che rimane, allora, è la solita sensazione di una generazione che continua a trincerarsi dietro deresponsabilizzanti autogiustificazioni e accuse rancorose quanto sorde: in questo modo continuerà a perdere le occasioni per esprimere l’intero potenziale degli strumenti umani che ha già imparato a maneggiare (e infatti la forma del combine writing di Di Paolo, per dirla con Ferroni , permette di lasciare sospeso e inconcluso il progetto d’interpretazione), per appuntire la lama con cui inchiodare realmente ai propri errori i padri che, presi dallo sconforto, hanno smesso di farci la morale. Il dove eravate tutti rimane un urlo silenzioso ed autoassolutorio, ma non risolve niente. Se è dal nucleo familiare che bisogna cominciare a ricostruire il tessuto di una società stremata e dilaniata (e questa, al di là delle interpretazioni allegoriche che se ne possono dare, è l’intuizione migliore del romanzo di Di Paolo), allora quell’invocazione, quel monito, quel j’accuse andrà pronunciato davvero, con rabbia e con amore, in faccia a chi ne è il destinatario. Andrà fatto sentire, non solo dalle pagine di un libro, ma attraverso la comunicazione dei corpi, dei sentimenti, delle menti.

Allora capita che venga in mente il gesto più impraticabile e assurdo.
Abbracciarlo.
Ma sono istanti. Per il resto torna, come uno strappo, la volontà di recriminare.
(p. 75)

Questo gesto, qui, non è compiuto, perché per farlo è necessario assumersi responsabilità e smettere ogni schermo che ci dia l’illusione di ripararci dalla caduta. Tutti i “processi” al padre, tutte le richieste di aiuto e comprensione rimangono allo stadio ipotetico, sono dialoghi scritti sulla carta, non sono trascrizioni di un confronto diretto.
Di Paolo individua il punto su cui insistere per cercare di scardinare l’incomunicabilità del presente, tuttavia non può fare a meno di contribuire a elevare il muro che divide le generazioni e le lascia mute l’una all’altra. Così Italo troverà consolazione in una normalità familiare ripristinata improvvisamente e della quale non si cerca più spiegazione, e, soprattutto, nell’affetto ingenuo di Scirocco, che da solo potrà colmare ogni vuoto e ogni fallimento. Così facendo però, assolvendo tutti e ripiegandosi in un intimismo autosufficiente, l’unico Grande Romanzo Italiano del nostro tempo rimarrà quello raccontatoci ogni giorno dalla televisione e dai giornali. E avremo perso ancora tempo ed energie.

1. A. Cortellessa, «Intellettuali, Anni zero», in AA. VV., Dove siamo? Nuove posizioni della critica, Palermo, :duepunti edizioni, 2011, p. 16.
2. Cfr. V. Giacopini, «Pietrificati dalla medusa d’oggi», in «Domenica» del Sole 24 Ore, 2/10/2011.
3. Questi autori sono citati da Matteo Di Gesù (cfr. «Una risposta agli “zii”», in «Domenica» del Sole 24 Ore, 9/10/2011), che attesta, “biasimandolo”, il riproporsi nel dibattito culturale dei medesimi interrogativi, oggi come nel biennio 1994-1995.
4. Cfr. M. Recalcati, Cosa resta del padre?, Milano, Raffaello Cortina, 2011.
5. Cfr. F. La Porta, «Padri da scegliersi e responsabilità corali», in «Domenica» del Sole 24 Ore, 2/10/2011.
6. Cfr. G. Ferroni, «Il combine writing di Di Paolo», in Alias, 8/10/2011.

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