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Dove finisce Masterpiece: stampato in centomila copie* (*tra carta e digitale)

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In attesa dell’uscita del suo Come finisce il libro, un’indagine sullo stato dell’arte dell’editoria ai tempi di Amazon, del crollo (davvero irreversibile?) dei fatturati e dell’e-book, proponiamo questo pezzo di Alessandro Gazoia  (jumpinshark) su un recente episodio che, dello stato dell’arte di parte dell’editoria italiana, può forse essere inteso come specchio deformante. 

di Alessandro Gazoia  (jumpinshark)

In un post sul blog del Corriere della Sera dedicato a Masterpiece si loda “il coraggio di Bompiani nel pubblicare in centomila copie (tremano i polsi solo a pronunciare queste cifre, anche se si tratta di una bipartizione carta-digitale)” Vita Migliore di Nikola Savic, il romanzo vincitore di quel reality. A un commentatore un poco cinico tremano i polsi solo a pronunciare “bipartizione carta-digitale” per la tiratura di un libro. Oggi solitamente una casa editrice invia in tipografia un file digitale da stampare in un certo numero di esemplari cartacei, e può anche preparare (in proprio o attraverso collaboratori) uno o più formati digitali per la vendita come libro elettronico.

Accade già per alcuni libri, soprattutto best-seller della letteratura di genere in lingua inglese, che le vendite dell’ebook siano superiori a quelle “analogiche”, del libro di carta, ma nessun editore o autore autopubblicato di successo (come Hugh Howey) pensa a un libro “da pubblicare in 20.000 copie cartacee e 80.000 digitali” e in concreto nessuno prepara, in proprio o con l’aiuto di esperti, 80.000 identici file epub da immettere sul mercato. La “bipartizione carta-digitale” sembra quindi a un commentatore un poco cinico un goffo trucco per gonfiare la tiratura, mentre l’offerta di Vita Migliore insieme al Corriere della Sera incide direttamente su quella e sul venduto.

Molti scrittori italiani, pure bravissimi e pubblicati da grandi editori, non superano coi loro libri qualche migliaio di copie vendute. Si tirano prime edizioni sopra i venticinquemila esemplari solo per i previsti best-seller di stagione, e giusto per un Saviano o un Dan Brown le centomila copie sono sorpassate. L’Armata dei Sonnambuli di Wu Ming, romanzo atteso a lungo dai numerosi e affezionati lettori, è stato stampato da Einaudi in una prima edizione di quarantamila copie. Gli autori sono giustamente entusiasti per averne venduto cinquemila nella prima settimana piazzandosi al terzo posto assoluto nelle classifiche Nielsen; in alcune librerie il testo è andato esaurito e una ristampa è stata già approntata, mentre l’ebook non è ancora in commercio.

Oltre i casi e numeri singoli è utile esercizio provare a considerare sul serio la “pubblicazione di …mila copie in digitale”. Faccio quindi un piccolo esperimento: prendo le bozze di stampa in pdf a bassa risoluzione di un saggio di centocinquanta pagine, appena tirato in una prima edizione di 2500 esemplari; e raggiungo le 100.000 copie “bipartite” creando 97.500 copie del pdf con il mio malandato computer. La cartella contenente gli ebook tutti uguali fuorché nel nome si riempie in un quarto d’ora e occupa 24GB [1]. Il costo totale dell’operazione è quantificabile in una manciata di euro. Stampare 97.500 copie cartacee di un libro di centocinquanta pagine richiede attrezzature professionali che umiliano il mio pc e ha un costo ben più alto: dobbiamo aggiungere ai pochi euro tre o quattro zeri.

L’elenco delle differenze tra centomila copie analogiche e  digitali potrebbe continuare a lungo: le prime necessitano di un ampio magazzino per essere conservate, le seconde stanno comodamente su una scheda di memoria microSD poco più grande di un’unghia; l’invio al macero dei volumi cartacei invenduti è molto più oneroso di un canc su una cartella del computer ecc. Insomma, per stampare e conservare centomila copie cartacee ci vuole una struttura industriale; per “stampare” e conservare centomila copie digitali sono sufficienti qualche minuto di processore del proprio pc e un po’ di spazio su disco.

La carta e la stampa non sono la voce che incide di più nel costo di un libro; questa credenza è però piuttosto diffusa e una volta collegata a quella che un oggetto digitale in sé non costi nulla, poiché “immateriale”, porta a considerare troppo alto il prezzo di un libro elettronico. Un lettore di questo post potrebbe dire: “4.99€ per un ebook è troppo, produrlo non costa niente e insomma l’hai mostrato pure tu poco sopra”.

Un qualsiasi libro ha una serie di costi in larga parte indipendenti dalla realizzazione finale in un certo numero di copie su carta o in digitale. Progettazione, scrittura o traduzione, editing, lettura della bozze, copertina, marketing, non sono strettamente legati alla tiratura e alla “forma”: hanno un costo fisso e irrecuperabile. Inoltre sia per il libro di carta che per quello digitale vale il principio del costo marginale zero, ovvero il costo di produzione di una copia in più è trascurabile rispetto al produrre la prima unità. Con il libro di carta, fuor di principio, rimangono però forti alcune costrizioni materiali: Einaudi non avvia un progetto di libro da stampare in sole trenta copie e allo stesso modo non ristampa un libro in sole trenta copie; mentre con l’ebook alcune di queste costrizioni tendono a scomparire: tre o trenta copie in più vengono generate secondo l’occorrenza a un costo irrisorio (ma un editore digitale non avvierà comunque un progetto serio di ebook con la speranza di venderne solo trenta copie, appunto per i costi fissi  ricordati sopra).

La commercializzazione del libro di carta coinvolge tre soggetti principali: l’editore, il distributore e  il libraio. Anche a causa del particolare meccanismo delle rese (il librario ordina dieci copie di Vita Migliore, ne vende tre e dopo un mese e mezzo ne rende sette, per poi riordinarne tre dopo novanta giorni… e il ciclo ricomincia) il distributore, che si fa carico di rifornire le librerie e di gestire questi passaggi, incide molto sul prezzo finale (cfr Luisa Capelli). Il libro di carta ha quindi una particolare economia e non stupisce che sia molto forte la spinta economica verso l’integrazione verticale (una singola azienda assume i ruoli di editore, distributore, libraio) e pure quella orizzontale (in RCS Media Group troviamo Il Corriere della Sera, tra i quotidiani, e Rizzoli, Bompiani, Marsilio ecc.).

Veniamo quindi alla conclusione del nostro ragionamento: possiamo creare con facilità migliaia di copie identiche di un ebook ma non ha senso sovrapporre la stampa, e quindi l’intero ciclo di vendita e gestione del libro di carta, alla commercializzazione del libro digitale. Anche chi non conosca dall’interno l’editoria, rifacendosi alla propria esperienza coi file digitali, troverà forzato l’accostamento. Molti di noi hanno inviato per email decine o centinaia di copie di un documento digitale dal nome CV.doc ad altrettanti soggetti diversi, ma nessuno di noi ha creato in anticipo mille copie carbone digitali dello stesso documento: quando abbiamo una nuova azienda da contattare prendiamo il documento (spesso già conservato in rete, “in the cloud”) e lo alleghiamo. Allo stesso modo, senza essere esperti di commercio online di beni digitali, ci pare sensato immaginare che Mondadori non invii ad Amazon 50.000 copie digitali identiche del nuovo libro di Fabio Volo ma una singola “copia master” dell’ebook che creerà una propria riproduzione perfetta a ogni nuovo ordine, effettuato online e con trasferimento telematico del bene digitale al cliente (compri l’ebook, Amazon crea la copia e la invia al tuo Kindle) [2].

Quanto suona insensato Amazon che scrive a Bompiani; “abbiamo esaurito le 20.000 copie digitali da voi fornite di Vita Migliore, vi preghiamo di inviarcene altre 10.000 al più presto”? Gli ebook funzionano in modo diverso dalla carta, per loro proprietà “essenziali” che modificano tutto il circuito di gestione e commercializzazione del libro di carta e con questo, sia chiaro, non voglio dire che sono migliori sotto ogni aspetto per ogni lettore e rendono sorpassata la tecnologia del “libro analogico” . Possiamo pure immaginare una libreria indipendente del 2019 che venda anche ebook in un negozio fisico e li trasferisca a un indirizzo email o a un dispositivo (le future evoluzioni di tablet ed e-reader) però non potrà accadere che il librario si trovi imbarazzato nel dire “ho finito l’ebook dell’Armata dei Sonnambuli, mi spiace, arriva di nuovo tra un paio di settimane” o si rammarichi dei troppi Dan Brown ordinati e mandati in resa. Inoltre la piccola libreria potrebbe ospitare in negozio qualche migliaio di volumi cartacei e offrire qualche centinaia di migliaia di volumi digitali. Nel primo caso abbiamo un limite fisico (i metri quadri), nel secondo quel limite è trascurabile e il problema è l’infrastruttura commerciale.

Le “centomila copie tra cartaceo e digitale” di Vita Migliore sono una trovata di marketing che forse funziona un poco giusto la prima volta e, a un livello più profondo, segnalano l’inizio di una comunque lenta e parziale transizione al digitale. Un editore, per onestà commerciale e a scarico di coscienza, potrebbe persino ripetere il mio esperimento creando copie elettroniche su un pc aziendale e mettere quindi su ogni libro in uscita una fascetta con stampato in centomila copie, anzi cinquecentomila, anzi osiamo ancora di più: stampato in un milione di copie! Ma il trucco e la sfacciataggine stancherebbero presto; soprattutto non cambierebbero né le vendite reali, di libri ed ebook, né il basso numero (quattro milioni circa) di “lettori forti” che comprano una buona parte di quelle copie reali e tengono in piedi il settore dell’editoria (su questi pochi lettori, di libri cartacei ed elettronici, torneremo nel prossimo intervento).

 

[1] Per evitare i davvero troppi “incolla e rinomina” a mano ho scritto un programmino di tre righe che numera in modo progressivo i nuovi file (“cs1.pdf”, “cs2.pdf” ecc.).

[2] Ora non entriamo in dettagli tecnici come la “protezione personalizzata” del file con il dispositivo DRM e la creazione di copie su vari server per ragioni di ridondanza ed efficienza.

Alessandro Gazoia (Jumpinshark) scrive di giornalismo, media, informatica su minima&moralia e sul suo blog; ha pubblicato per minimum fax Il web e l’arte della manutenzione della notizia (2013), Come finisce il libro (2014) e Senza filtro (2016).
Commenti
2 Commenti a “Dove finisce Masterpiece: stampato in centomila copie* (*tra carta e digitale)”
  1. Stampa roll up scrive:

    E ‘incredibile come le tecnologie moderne hanno influenzato la stampa.

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  1. […] in genere sono diffidente nei confronti dei reality … ad ogni modo, ecco com’è finito Masterpiece (il reality sui giovani […]



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