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Dove tutti i confini sono incerti: “La pazza gioia” di Paolo Virzì

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“Siamo nate tristi” dice Donatella Morelli in La pazza gioia, nuovo film di Paolo Virzì scritto con Francesca Archibugi.

Donatella (Micaela Ramazzotti) e Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) sono due ragazze – ragazze, sì – ospiti di Villa Biondi, comunità terapeutica per donne con disturbi mentali.

Iniziamo a fare le dovute distinzioni però: Beatrice Morandini Valdirana è la proprietaria della villa dove risiede la comunità, un immobile – si sfoga Beatrice – che invece di donare al bene pubblico, loro Morandini Valdirana potevano destinare a un resort di lusso con persone educate. Perché lei non sta male come loro, lei non è malata, rivendica. Lei è lì, ma potrebbe essere ovunque – “che stagione è? Estate?” chiede stordita a Donatella – e allora può andare da Pierluigi ad Ansedonia, il marito avvocato genio che l’adora. O da Renato, anche solo su una spiaggia, perché lui è povero. Povero ma pieno d’amore per lei, come il sacerdote che dice messa a Villa Biondi. Lo ripete all’infinito Beatrice: quanto la amano tutti, mentre scorre la rubrica del cellulare – Giorgio Armani Casa, Gianni Letta Punta Ala – e difende la nomea dell’ex Presidente del Consiglio: una bravissima persona, un generoso! La gente non lo conosce.

Donatella invece? Chi è Donatella Morelli? Scheletrica, tatuata, coi capelli tagliati male, mezza nuda.

Lei non racconta niente di sé, ha un segreto che è il suo problema, la sua ossessione, e insieme il suo sogno. Ora: come possono coincidere ossessione e sogno? Malattia e gioia?

È questo il bilico incredibile su cui si muove il film, bilico quasi impossibile da raccontare al cinema, meno in un romanzo, in un grande romanzo (pensate a Dostoevskij o Balzac).

La pazza gioia dunque esplora lo spazio minuscolo dove basta un passo: avanti, e sei nella follia, dietro, e sei nella normalità. Un passo. Avanti e indietro, come fanno Donatella e Beatrice da Villa Biondi, prigione e isola felice insieme.

Tutti i confini sono incerti: pazzia e normalità, bontà e cattiveria. Dramma e commedia.

La pazza gioia è un film meraviglioso che ribalta le proporzioni di questo mondo, per cui sì, possiamo starci tutti.

E proprio sulle proporzioni gioca di continuo: rimanda, ingrandisce, rimpicciolisce.

Anche quando richiama Thelma e Louise, lo fa per prendere le misure: dove Thelma e Louise corrono sulle strade dell’America verso il Messico, Donatella e Beatrice sulla Provinciale verso Montecatini (“Montecatini è stupenda!” Esulta Beatrice). La correlazione funziona come racconto di caduta. Di rapporto fra sogno e realtà. Di quanto siamo infinitamente più piccoli, e ridicoli, e fragili. Così non ci sono antagonisti in carne e ossa, se non i casi della vita. Gli esseri umani, anche i più pavidi (vedi il padre di Donatella), sono perdonati. Poveri cristi che si arrabattano fra delusioni, fallimenti, e sogni, come la speranza che la felicità possa ancora arrivare, quando arriva la felicità? Ecco la letteratura di Paolo Virzì, questo sguardo benevolo sulla miseria umana.

Dunque il senso del film forse è nelle rispondenze che non tornano.

Esseri umani che prendono misure sbagliate. Le misure del mondo: che lo facciano più grande o più piccolo, più accogliente o più ostile, più triste o più allegro. Gente che crede di essere in un punto, e non c’è. Come Beatrice che crede di essere al centro, sempre al centro, senza accorgersi che è ai margini, e quando se ne accorge si rimette al centro da sola, con forza, follia, e disperazione.

O come Donatella che vive un eterno presente senza evoluzione – niente risentimento o elaborazione – sempre figlia di quel padre amorevole che per lei ha composto Senza fine di Gino Paoli, lascia perdere che oggi non può tirarla fuori dall’ospedale e portarla a casa con sé. Ha i suoi guai anche lui, pover’uomo, e lei deve salvarsi da sola. Donatella nel suo lunghissimo presente dove ora corre nel campo dietro a Beatrice, ora è di nuovo sul cubo a ballare (è proprio lei, ancora lei, cinque anni fa, o forse adesso), ora come un supereroe si rialza dopo essere stata investita da un auto. Ma soprattutto Donatella che oggi come ieri è ancora lì, sul parapetto del ponte, a stringere il neonato forte forte al cuore, e a lanciarsi nel vuoto.

Una scena che continua ad accadere ogni giorno, ogni istante, nella sua testa: parapetto, Elia, tuffo. Vuoto, acqua, figlio.

Si ripete e si ripete.

Fino alla spiaggia di Viareggio dove la missione ha fine perché Donatella incontra Elia. Forse qui la visione/ricordo dissolve, scolora. Di fronte al figlio ormai bambino di sei anni – non più il neonato nel vuoto – Elia con i nuovi genitori adottivi. Il tormento, l’accanimento di Donatella si placano su questa spiaggia, al cospetto del suo bambino felice che non sa neanche chi sia lei.

“Io sono basso” protesta Elia quando gli amici lo invitano a giocare a pallavolo. E Donatella – reggiseno mutande e trucco colato – mormora tra sé e sé: “non è vero, noi sviluppiamo tardi”.

Un po’ come la felicità (quando arriva la felicità?).

Un po’ come la giovinezza, la giovinezza infinita delle ragazze di Paolo Virzì: da Micaela Ramazzotti, passando per Valeria Bruni Tedeschi, Sabrina Ferilli, Stefania Sandrelli, arrivando a Vanessa Redgrave del prossimo film. Tutte ragazze, siamo tutte ragazze. Nate tristi, ma anche felici, immensamente felici, a tratti, e poi di nuovo tristi, disperate, e di colpo piene di gioia, la pazza gioia, è arrivata la felicità, ragazze.

Teresa Ciabatti, nata a Orbetello, ha scritto i romanzi: Adelmo, torna da me(Einaudi –Stile Libero), I giorni felici (Mondadori), Il mio paradiso è deserto (Rizzoli), Tuttissanti (Il Saggiatore). Suoi racconti sono apparsi in antologie (Ragazze che dovresti conoscere – Einaudi-Stile Libero, Città in nero – Guanda, Drugs – Guanda), su Diario, Nuovi Argomenti e Granta. Collabora con Il Venerdì e Io Donna. Scrive anche per il cinema. Ha un blog su Iodonna.it: Persona Cattiva.
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