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Dovunque, eternamente

di Domenico Fina

Dovunque, eternamente. Romanzo dei più profondi, perturbanti e autentici che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi. È il primo libro pubblicato da Simona Rondolini, perugina, nata nel 1970, giunto finalista al Premio Calvino dello scorso anno. Rilke, Mahler, Mann avvolgono la vita della protagonista, Laura Paliani, studentessa universitaria che vive con un padre direttore d’orchestra e con sua madre, cantante d’opera. Al liceo ha faticato con le relazioni, ha avuto un solo fidanzato per un periodo breve e lo ricorda come un sogno. Qualcosa di bello, anzi di pressante, da immaginare e da poter cambiare ad ogni sogno nuovo. Amicizie pressoché inesistenti. Il suo mondo è tutto interiore ed è legato alla musica e alle passeggiate con l’amato padre in montagna, colui che la cullava con frasi come «Niente che non possa passare con un tè e qualche biscotto». Il padre soffre di emicranie, la sua dedizione alla musica è totalizzante fino a quando entra in uno stato di depressione e il «sonno chimico» dovuto ai farmaci grava sulla famiglia. I dissapori via via crescenti con sua madre, la progressiva afasia di suo padre sino al momento in cui tutto potrebbe crollare. Il suicidio di lui.

«Ma il cuore non muore, quando sembra che dovrebbe», ha scritto un grande poeta, Czeslaw Milosz. Laura andrà via di casa come uno spettro che vuole farsi strattonare dalle cose. Si ritroverà a sfinirsi in un’azienda in cui si mandano all’ingrasso i conigli e poi li si eviscera. È un’esperienza brutale ed è ciò che cerca in cuor suo; se potessero chiederle come si sente direbbe che non lo sa, che non le interessa, che nelle sue condizioni resta solo da capire se potrà un giorno poter vivere come tutti meritiamo, come raccomanda la musica, che non ha più voglia d’ascoltare. E che non ascolta neppure se suonasse. Un passaggio nei diari di Wittgenstein, recita: «quando ci si trova sul ghiaccio bisogna fabbricare l’attrito». Per vivere.

Laura è scossa, intontita, ciò che è capace di pensare è tutto qui: «Io non lo voglio, il futuro. Voglio solo che il presente continui così, senza peggiorare». È la seconda parte del romanzo ed è quella più aspra e sorprendente, il tono immaginifico, elegante ed erudito della prima parte si spezzetta, diventa esitante, sperduto. La scrittura segue il percorso mentale della protagonista. In queste pagine ho avvertito, da lettore, la vera bravura dell’autrice, che sa attuare la metamorfosi accordandola alle ferite interne di Laura. La prima parte è inframezzata da colti passaggi tecnici sull’esecuzione musicale. Tra le prove e i concerti scorre l’esistenza monocorde di Laura Paliani. Se il romanzo fosse terminato con la prima parte si sarebbe potuto parlare di sapiente eleganza espositiva, ma lo scatto vero del romanzo avviene nella seconda parte e prosegue nella terza. È l’affiorare a una nuova energia dopo aver chiuso i conti con la giovinezza. Se possiamo dire che una giovinezza può terminare e non piuttosto un mondo che da concreto passa a vivere, rivivere, nella nostra memoria. Nell’azienda in cui si eviscerano i conigli sarà addestrata da Emilio, farà il suo dovere e tornerà stanca a casa, priva di pensieri. Cercherà di leggere Rilke, ma non è più possibile. Il giorno dopo sarà lo stesso, e così gli altri. Un appuntamento con Emilio verrà vissuto da Laura come un fatale, automatico, dover terminare con un incontro carnale, che lui si aspetta e che lei non ha mai vissuto e non ha più intenzione di immaginarlo, o di inventare scuse affinché non avvenga. Fai di me ciò che vuoi, perché io non ci sono. Descritto magistralmente in pagine ruvive, come il mondo che si trova a sopravvivere.

Le cose cambieranno ancora, il mondo che non c’era tornerà, sarà la terza e ultima parte del romanzo che la vedrà costretta a tornare a casa in una nuova luce. Per incombenze di vita si troverà a ristrutturare la sua casa, rimpicciolendola in stanze e forme essenziali. Sia i personaggi maggiori che quelli minori sono tratteggiati con precisione nei loro sperduti pensieri; come quando Laura in una bellissima scena insegue lo psicanalista di suo padre, che anni prima aveva amato di un amore che neppure lei avrebbe definito tale, forse solo un trasognare mentre accompagnava suo padre alle sedute. Lo insegue per dirgli una frase solenne che suona così: Sappi che quei giorni t’ho amato, non fa niente che tu non lo abbia notato e non fa niente che adesso non conti più nulla, ma io te lo dovevo dire. Serve a me.

Il titolo, etereo, e la copertina quasi fantasy potrebbero essere fuorvianti. Quello originale era perfetto, I costruttori di ponti. Infatti l’hanno cambiato. I costruttori di ponti sono a loro modo tutti i personaggi del romanzo, Anna, una cantante, amica e confidente di Luigi Paliani, gli sarà vicino nei giorni più desolati e trasmetterà la sua forza a Laura. Suo padre, Luigi Paliani, è stato anch’egli un costruttore di ponti per Matilde, una giovane talentusa pianista che al suo cospetto mostrerà sdegnata tutta la sua bravura. Sua madre, Olga, sarà a suo modo anch’essa costruttice di ponti. Invisibili. Laura andrà via di casa dopo un violento litigio con sua madre dando vita a un ponte nel vuoto che si chiama metamorfosi.

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Un commento a “Dovunque, eternamente”
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  1. […] Nota: – un’ottimo commento anche dall’ottimo Domenico Fina su minima&moralia. […]



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