Downton-Abbey-Cast

Downton Abbey

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Il 19 dicembre Downton Abbey torna in tv con la quarta stagione. Pubblichiamo un articolo di Veronica Raimo uscito sul numero di agosto di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

di Veronica Raimo

Devo confessare che quando ho letto che Dan Stevens, l’attore che interpreta Matthew Crawley in Downton Abbey, avrebbe lasciato la serie per dedicarsi ad altro, ho sentito un senso di tristezza e liberazione molto simile a quello che dice di aver provato lui nel prendere la sua decisione estrema. Ci sono certi rapporti sentimentali palesemente sfibranti che si trascinano per abitudine, perché non si ha il coraggio di manifestare apertamente il proprio disamore, o peggio ancora perché c’è una pressione sociale intorno che ti fa sentire persino in colpa di provarlo quel disamore. Per me Downton Abbey è stato questo: uno strano caso di autosuggestione e condizionamento intellettuale.

Appena la serie era sbarcata negli Stati Uniti, me ne aveva parlato una mia amica americana che è stata spesso la mia spacciatrice di fiducia per quanto riguarda il consumo culturale. Era stata lei a spingermi Jennifer Egan, Blue Valentine di Derek Cianfrance, e pure Roberto Bolaño, in tempi non sospetti. Quindi mi dovevo fidare. E mi sono fidata. Eppure quando ho cominciato a vedere Downton Abbey ho avuto un’imbarazzante sensazione di vergogna che avrebbe dovuto indurmi dei sospetti se fossi stata meno vittima di condizionamento; ovvero ho provato lo stesso piacere che provavo da piccola nel vedermi Rosa Selvaggia con Verónica Castro, amplificato però da un piacere ancora più perverso, perché almeno in Rosa Selvaggia l’apprensione emotiva era data dall’attesa del riscatto sociale di Selvaggia – povera ma buona – catapultata in un universo di ricchi subdoli e spietati, mentre in Downton Abbey la rivalsa sociale è l’ultimo dei motori narrativi, schiacciato dal melodramma molto più intenso che lacera gli animi dell’aristocratica famiglia Crawley, nella sua fase calante. Ma il punto era proprio questo. La presunta lacerazione di questi animi non aveva forse l’identico spessore di una telenovela sudamericana da Rete 4 fine anni Ottanta? Da che cosa era provocato quello scarto che mi ha fatto credere nell’esistenza di una tensione tra il fascino intellettualmente irreprensibile provato per Donwton Abbey e il sentimentalismo “di pancia” provato per Rosa Selvaggia?

La domanda è rimasta latente dentro di me per svariato tempo, troppo insidiosa per essere davvero affrontata, e ho continuato a scaricare e vedere Downton Abbey in versione originale col mio irrisolto senso di vergogna, che ha trovato finalmente la sua vera ragione d’essere quando è stata proprio Rete 4 a trasmettere in Italia gli episodi della serie. Sentire l’accento british della famiglia Crawley doppiato in italiano quasi fosse una parodia, la recitazione teatrale e impostata che diventava di conseguenza farsesca, è stato un primo passo verso la decostruzione di quella specie di bolla incantata sospesa in uno Yorkshire iper-fittizio (non semplicemente da cartolina ma da cartolina artistica), l’equivalente per uno spettatore anglofono di un Chiantishire pieno di tramonti dalla luce densa.

Ma il momento epifanico non è stato sufficiente, anzi è stato rimosso con dolo, auto-costringendomi a non vedere mai, nemmeno per sbaglio, un frammento di Downton Abbey su Rete 4, affinché il processo di decostruzione arrestasse il suo corso, considerato che il processo opposto – l’abbaglio da condizionamento culturale – era in splendida forma, con schiere di intellettuali pronti a esaltare le vicissitudini dei Crawley e della loro devota servitù; tanto più che la serie si aggiudicava un riconoscimento dopo l’altro da parte della critica più smaliziata. Il secondo momento rivelatorio è stato l’uscita per Einaudi di Ai piani bassi di Margaret Powell, il libro che ha ispirato la serie. Non l’ho letto, ma sul retro c’è un’illuminante recensione della Repubblica (non è specificato chi sia stato a scriverla, come se la Repubblica fosse già di per sé autoriale): «Chi ama il cinema elegante di James Ivory, i libri di Jane Austen, le grandi saghe familiari in cui, dietro l’apparente tranquillità, serpeggia l’inquietudine, non si perda Downton Abbey».

Mi sono chiesta: faccio parte di questa categoria e quindi non devo perdermi Downton Abbey? Ed è qui che ho cominciato a capire. Non mi stavano davvero chiedendo se amassi il cinema di Ivory, i libri della Austen e l’inquietudine (chissà perché sempre serpeggiante), piuttosto l’idea di cinema di Ivory, l’idea di letteratura alla Austen e l’idea di inquietudine, ovvero non tanto la loro essenza, quanto la “suggestione” che erano in grado di evocare.

In questo senso Downton Abbey è un esperimento perfetto, fa leva sui meccanismi più collaudati del melodramma da telenovela (intrighi, tradimenti, segreti di famiglia, bugie, amori osteggiati) e come nella miglior tradizione sudamericana lo innesta in un milieu fortemente contrastato, una divisione drastica tra ricchezza e povertà, un manicheismo di ruoli appena scalfito da qualche bizza non prevista dell’animo, una certa unità di luogo (la dimora di famiglia che ha la potenza di un palcoscenico), una recitazione e una fotografia volutamente drammatiche.

Downton Abbey non è il cinema di James Ivory fatto serie, ma una telenovela classica fatta bene. Teatralità e anti-realismo melò, invece del kitsch, si appropriano di una formidabile ricercatezza stilistica (inquadrature complesse, lunghi piani sequenza, scenografia e costumi curatissimi) come a dire che se i messicani sono eccessivi e cafoni, gli inglesi sono invece snob e raffinati.

Quando ho saputo che Dan Stevens avrebbe lasciato il set, dopo che il suo personaggio era stato graziato nei modi più inverosimili (salvato dalla morte, miracolato da un futuro di invalido e di impotente, finalmente ricongiunto alla sua amata), e che quindi la sua parabola di salvezza si sarebbe alla fine arenata di fronte a un probabile contratto hollywoodiano in cui serviva un ruolo da belloccio, mi sono rifiutata di vedere lo speciale natalizio in cui Matthew Crawley deve andarsi a schiantare in macchina per uscirsene elegantemente dalla sua prigione ivoriana, e ho deciso di uscire io prima di lui.

Commenti
2 Commenti a “Downton Abbey”
  1. closetoyall scrive:

    Che Dowton fosse “una telenovela classica fatta bene” non si capiva già dall’inizio? Il punto è che è veramente fatta benissimo. Che male c’è a vederla? Non lo capisco dal pezzo. Una serie o è i Soprano o bisogna uscirne?

  2. maria angela scrive:

    scrittrice snobissima,che si crede no snob; come tanti intellettuali

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